Una famiglia Gheller di Foza tra emigrazioni e guerre

A cura di Angelina Menegatti Stefani e Gabriele Menegatti Oro

Natale Gheller ”Furlan-Cavria”, nato nel 1850, coniugato con Lucia Gheller “Cloz”, nata nel 1854 e i loro figli Celso, Rinaldo, Beniamino, Maria, Vittoria e Amalia. 

A metà dell’Ottocento, quando a Foza nacquero i coniugi Natale e Lucia Gheller, l’intero Veneto era ancora sotto il dominio austriaco. La gestione dell’anagrafe nei paesi era un compito affidato ai parroci e, per questo fondamentale servizio, essi ricevevano un compenso dalle autorità preposte. Anche durante il breve dominio francese i parroci erano incaricati di ciò e a loro infatti fu commissionata la compilazione della cosiddetta anagrafe napoleonica, completata, per quanto riguarda Foza, dal parroco don Beniamino Bertizzolo; tale anagrafe ora è conservata nell’archivio di Stato di Vicenza. Nei registri famigliari dell’epoca austriaca, accanto al nome delle persone di sesso maschile si può leggere di tanto in tanto la dicitura “soldato”. Si trattava dei giovani sorteggiati alla leva e che erano obbligati ad un lungo servizio militare, inviati nei presidi dei vari luoghi lontani dell’ Impero austro-ungarico. Natale scampò a questa assai poco gradita imposizione, anche perché nel 1866, quando egli aveva 16 anni, ci fu il passaggio del Veneto al Regno d’Italia. Di Natale e Lucia, dato il lungo tempo trascorso, non ci sono altri riferimenti biografici, se non quelli conservati nei registri della parrocchia e del comune di Foza.

Da quanto si può desumere, dovrebbe essere stata una famiglia stanziale nella propria contrada, dato che tutti i figli della coppia risultano nati a Foza e pertanto si può ragionevolmente dedurre che non si trattasse di pastori transumanti ma che l’attività di Natale sia stata piuttosto quella di boscaiolo o di carbonaio. Le vicende legate alla vita dei loro figli sono invece note e parzialmente tramandate e sono tali da fornire un quadro abbastanza descrittivo delle loro esistenze. I tempi della loro esistenza ci riportano alla fine dell’800, poi alla prima guerra mondiale, per traguardare la seconda guerra  ed anche oltre. Natale e Lucia ebbero una famiglia numerosa, con figli scomparsi prematuramente, ma altri, come Celso e i suoi fratelli Rinaldo, Beniamino e le  sorelle, Maria, Vittoria e Amalia, furono protagonisti di singolari avvenimenti, superando le mille difficoltà di un’epoca travagliata contrassegnata anche da due guerre mondiali, oltre che da povertà ed emigrazioni.

Celso, il primo dei figli di Natale “Furlan”, era nato a Foza il 12 dicembre del 1879, appartenendo quindi ad una famiglia che risiedeva nella popolosa e soleggiata contrada Furlani, dove tutti avevano lo stesso  cognome, Gheller. Le famiglie, per distinguersi l’una dall’altra, utilizzavano unicamente i rispettivi soprannomi. Per Celso le vicende personali si conclusero drammaticamente nel maggio del 1948, con la triste e tragica notizia della sua morte prematura, comunicata a mezzo di una accorata lettera, spedita dall’ Australia da suo fratello Rinaldo e arrivata direttamente alla vedova Lucia Oro, che era rimasta in Italia con i figli.

Le sorelle Gheller “Furlan”: Amalia, Vittoria e Maria, nate nel 1884, ’87 e ’94. Vittoria aveva sposato Vittorio Gheller “Ciorbolo”, Maria aveva sposato Sebastiano Longo ed Amalia Eugenio Chiomento “Farzeneche”.

All’epoca, molti in paese erano ancora pastori, abituati alla transumanza, che avveniva con le greggi accompagnate dai cani e dagli immancabili asini, con la presenza non solo del pastore ma dell’intera sua famiglia, all’avvicinarsi dell’inverno e fino alla primavera inoltrata. Ma la pastorizia, che per secoli aveva garantito una sia pur tribolata esistenza e aveva contrassegnato le stagioni e le attività della maggioranza degli abitanti, come riportato in un pregevole saggio del Prof. Santo Lunardi pubblicato su “Foza, volti e storie”, dava inequivocabili segni di progressiva ed inevitabile crisi, che obbligò molta gente a cercare altra occupazione. Fu così che intere famiglie furono obbligate a emigrare, partendo dal paese ed anche dalle “poste”, dove d’inverno soggiornavano i pastori, aprendo ad una sempre più massiccia emigrazione verso altre nazioni, anche al di là degli oceani, come descritto ampiamente nella tesi di laurea di Gabriele Menegatti, dal titolo “Da Foza al mondo”.  

Negli ultimi decenni del XIX secolo, epoca di grandi crisi, c’erano state ondate migratorie di intere famiglie verso l’America Latina, in larga parte verso il Brasile del Sud, ad esempio nella località chiamata a quei tempi Alfredo Chaves, che dal 1934 ha preso il nome di Veranópolis. Vi furono successive ondate migratorie anche verso gli Stati Uniti d’America. Queste ultime soprattutto di giovani uomini destinati a lavorare nelle miniere, molti di loro a Bessemer, nello stato del Michigan.

In quella località era emigrata nel 1910 anche Amalia, figlia di Natale, coniugata con Eugenio Chiomento “Farzeneche”. Con loro le due figlie Giovanna, nata nel 1906, e Adalia, nata nel 1908. A Bessemer videro la luce gli altri figli, Giacomo, nato nel 1911, e Teresa, nata nel 1913, inseriti nel registro della locale parrocchia di San Sebastiano.

Quelli che non esercitavano la pastorizia erano in larga parte occupati come boscaioli o carbonai, lavorando in condizioni precarie e poco remunerative, sia nei boschi delle montagne del paese, sia stagionalmente nei boschi dei vicini Stati tedeschi.

All’inizio e nel primo decennio del ventesimo secolo, inoltre, una parte della forza maschile, ma anche diverse famiglie, erano emigrate in Germania, spinte dalla richiesta di mano d’opera nei cantieri, nelle miniere ed anche nelle manifatture tessili come quelle di Salach, in una nazione ormai avviata al pieno decollo della rivoluzione industriale. In quel luogo aveva frequentato le scuole anche il giovane Pietro Lazzari che, tornato in Italia e divenuto sacerdote, per la sua perfetta padronanza della lingua tedesca era stato inviato a Berlino come capo dei cappellani dei lavoratori italiani in Germania.

Ad interrompere e cambiare drasticamente l’evolversi dell’assestamento occupazionale della nostra gente, si stava profilando minaccioso il terribile spettro della guerra, che ben presto si trasformerà nella sanguinosa prima guerra mondiale e che muterà per sempre il quadro geo-politico e gli equilibri economici dell’intera Europa e non soltanto.

Berlino, anni ’40. A destra monsignor Pietro Lazzari “Pierone”, capo dei cappellani dei lavoratori italiani in Germania, nella foto col suo autista

La prima guerra mondiale e il profugato

Nel 1914, a seguito dei fatti di Sarajevo, scoppiò la guerra ma l’Italia ancorché alleata nella triplice alleanza, con Germania ed Austria, si prese una pausa per attendere i risultati di trattative segrete. Nel frattempo però fervevano anche nel paese di Foza le attività in preparazione dell’entrata in guerra e i nostri emigrati in Germania ed Austria furono costretti a ritornare a casa.

Nel 1915, capovolgendo le alleanze, l’Italia dichiarava guerra agli ex alleati tedeschi e il cannone incominciava a tuonare sinistramente nei forti, costruiti sopra i nostri paesi. Nel 1916 il fronte bellico si era portato sulle montagne dell’Altopiano e l’intera popolazione fu costretta a fuggire dalle proprie case, senza nessuna assistenza, con un “si salvi chi può…”. Il municipio provvisorio, per sbrigare le pratiche più urgenti, venne collocato nel comune di Cittadella, retto dal Commissario Prefettizio Aurelio Grandotto “Fornaro”, con il supporto del maestro Silvio Omizzolo. Una moltitudine di vecchi, donne e bambini, appartenenti in larga parte a famiglie che avevano praticato la pastorizia, si diresse nei paesi del Veneto, specie nelle province di Padova, Vicenza, Verona e Treviso, presso parenti ed amici, dato che, avendo praticato da sempre la transumanza con le greggi, tutti erano ormai pratici di quei luoghi. Ma altre famiglie furono dirottate anche verso la Lombardia e il Piemonte.

Aurelio Grandotto “Fornaro”

Il “fuggi fuggi” della popolazione, scesa a valle percorrendo ripide mulattiere, non poté nemmeno avere il supporto e l’assistenza dei propri uomini, perché essi erano stati obbligati a rispondere alla chiamata alle armi.

Il buon parroco di Foza, don Titta Garzotto, era dovuto partire dalla sua parrocchia, lasciando le porte della canonica e della chiesa aperte, e, dopo aver provveduto a salvare il più possibile delle opere ed arredi sacri, si era rifugiato presso i suoi parenti a Schiavon. Colà, attraverso le lettere che gli giungevano da molti paesani, faticosamente e diligentemente aveva compilato il documento che riassumeva i luoghi di residenza della diaspora dei suoi parrocchiani, divisi per cognome e soprannome. Nell’elenco egli riportava che le famiglie Gheller “Furlan” si erano rifugiate tra San Giorgio in Bosco e San Pietro in Gù. Maria Gheller “Furlan”, nata nel 1889, figlia di Giacomo e di Apollonia Gheller “Chigner Culaz”, che in seguito sposò Antonio Gheller “Ronar”, da parte sua ricordava che si era rifugiata a Grantorto, ma che poi in tempo di guerra aveva contratto matrimonio a Santi Angeli del Montello, dove era stata ospitata dalla famiglia Gheller “Chigner Culaz”, parenti di sua mamma. Angela Gheller, detta “Angina Cupa”, vedova di Virginio Oro “Nobile”, si avviò con i suoi tre figlioletti, Francesco, Orsolina e Pietro, presso una sua parente a Mussolente e successivamente verso Santi Angeli, dove la sua famiglia d’origine, con i risparmi dei propri uomini che erano andati a lavorare in America, aveva da tempo acquistato una abitazione sul colle ed un’altra vicino al fiume Piave, oltre ad alcuni campicelli.

Don Giovan Battista Garzotto, parroco di Foza

Anche Maria Carpanedo, detta “Maria Sapeta”, classe 1900 e deceduta negli anni 2000 oramai centenaria, ricordava nel corso di diverse interviste di essere stata accolta nel Montello in una abitazione posta nell’ “Ottava Presa”, ospitata dalla famiglia di Rosina Gheller, detta Rosa (madre del povero Natale, suo unico figlio, trucidato dai nazifascisti a Foza durante la seconda guerra mondiale). Il marito di Rosa, Beniamino Gheller, non era tornato per fare la guerra ma era rimasto in America e comunque non fece mai più ritorno in patria. Il Montello quindi era diventato, a partire dal 1916, una specie di seconda Foza, dando ospitalità e rifugio ad alcune centinaia di profughi, ospitati dalle famiglie dei parenti ed amici che colà si erano ormai insediate da alcuni decenni, acquistando alcune proprietà su quei colli brulli, un tempo riserva di legname per la Serenissima. Il parroco della nuova parrocchia di Santi Angeli del Montello, don Marco Dal Molin, originario di Stoner, figura straordinaria e benvoluta di prete, formatosi nella diocesi di Padova, era stato richiesto dal vescovo di Treviso Mons. Andrea Longhin, perché occorreva un sacerdote che conoscesse la lingua cimbra, parlata ancora dalle famiglie scese da Foza e da Stoner di Enego. Don Marco, al tempo degli studi presso il seminario, durante le vacanze passava lunghi periodi a Foza ospite della famiglia Contri “Trol” della Valcapra, da cui proveniva sua madre Maria. Dopo essere stato ordinato sacerdote ed assegnato come cappellano a Lusiana, era stato successivamente incaricato di diventare il primo parroco della nascente parrocchia di Santi Angeli nel Montello, popolata dai suoi montanari cimbri dei Sette Comuni.  

Tuttavia, come ebbe a ricordare “Maria Sapeta”, la scelta, pur se necessaria, di rifugiarsi nel Montello in attesa del ritorno nell’amato paesello, non si rivelò per nulla la migliore e tantomeno duratura. Infatti la permanenza dei profughi nel Montello durò poco, circa un anno e mezzo, perché a seguito dei fatti bellici che assunsero storicamente il nome di “disfatta di Caporetto” e le successive battaglie sul Piave, l’intera area posta in provincia di Treviso fu sgomberata nel novembre del 1917 e tutti i civili della zona furono costretti ad una nuova e più dolorosa deportazione, verso i paesi del sud Italia, venendo spesso stipati su carri bestiame. Il soggiorno nelle regioni del Sud non fu semplice, poiché, oltre ai disagi e alle difficoltà di ambientamento, era sopraggiunta l’epidemia di “spagnola”, che aveva mietuto non poche vittime. In questo doloroso esilio i profughi ebbero l’assistenza paterna di Don Marco, che volle seguire i suoi parrocchiani e i profughi di Foza per tutto il periodo della guerra e spese generosamente tutte le sue energie per loro.  

Lasciamo il Montello, che dal novembre del 1917 era rimasto spopolato, a seguito della seconda drammatica fuga dei nostri profughi e del resto della popolazione, per ritornare alle vicende più dirette della famiglia Gheller “Furlan”.

Ben prima dello scoppio della prima guerra mondiale erano arrivate le cartoline di precetto con la chiamata alle armi. Rinaldo, classe 1892, era stato arruolato nel 1913 e inviato in zona di guerra in Libia, dato che l’Italia, per conquistare le colonie africane, era entrata in guerra con la Turchia. Egli, il 5 giugno dello stesso anno, con partenza dal porto di Napoli, fu inviato al presidio di Derna, in Cirenaica. Quella stessa regione, a partire dal 1938, sarà poi popolata dai coloni italiani, tra cui diverse famiglie di Foza, costrette però a rimpatriare nel 1942, per l’avanzata delle truppe inglesi. Oltre a Rinaldo, anche altri soldati del paese, tempo prima, avevano avuto la medesima destinazione, la Cirenaica. Tra loro anche Giovanni Menegatti “Sette”, detto “Nei”, classe 1889, figlio di Benedetto. Giovanni, tornato in patria proprio nel 1913, fu successivamente richiamato nel corso della prima guerra mondiale e venne inviato sull’ Isonzo, dove cadde colpito a morte in una battaglia sulla Bainsizza nel novembre del 1916.

Rinaldo invece rimase in Cirenaica per un periodo più lungo e poté infine tornare a casa da congedato soltanto nel 1919. Rinaldo si era quindi sposato con Giovanna Martini della contrada Valcestona ed aveva avuto due figli: Lucia, nata nel 1920, che aveva preso il nome della nonna, e Giuseppe, nato nel 1924. Il fratello Beniamino, della classe 1890, era stato congedato definitivamente nell’aprile del 1919.  

Rinaldo Gheller con la moglie Giovanna Martini

Da parte sua, Celso fu inviato nel 1916 in osservazione presso l’ospedale militare e per lui la rafferma fu di brevissima durata e poté quindi evitare i disagi e i pericoli delle trincee. Nel dopoguerra, Celso si era trovato come compagna Lucia Oro “Citto-Sitta”, figlia di Domenico e Domenica Oro. Celso e Lucia nel 1922 avevano messo al mondo la figlia Elena e l’anno successivo la figlia Maria e, nel dicembre del 1924, essi convolarono a nozze, nel comune di Arcade.

L’emigrazione verso l’Australia

Nel febbraio del 1925, dopo pochi mesi dal suo matrimonio, Celso, accompagnato dal fratello Rinaldo, si imbarcò a Genova per raggiungere l’Australia. Nella traversata in nave i due fratelli erano in compagnia del loro cognato Sebastiano Longo, marito della loro sorella Maria, nata nel 1887. Sebastiano era di Pove e esercitava l’attività di scalpellino, come molti altri del suo paese di origine. Con loro doveva imbarcarsi anche Beniamino, terzo fratello, ma i racconti che ci sono giunti narrano che, mentre erano in viaggio per raggiungere il porto da dove partiva la nave, Beniamino fu colto da una profonda nostalgia e tornò indietro, giustificandosi con gli allibiti fratelli che egli preferiva ritornarsene a casa, tra le sue montagne, dove, da autentico e profondo conoscitore della fauna e dei volatili in particolare, viveva in tutt’uno con la natura e i ritmi delle stagioni.

In questa foto vediamo a destra Celso Gheller “Furlan”, con il padre Natale ed il fratello Rinaldo

Beniamino conosceva e monitorava i luoghi dove i volatili nidificavano e, per attirarli e catturarli, preparava la pastura e poneva lacci preparati con i crini dei cavalli. Si raccontava in paese che Beniamino fosse attratto, in modo particolare, dai nidi delle cornacchie, dette nel nostro linguaggio “crae”, per cui da allora gli fu affibbiato il soprannome di “Crach”. I due fratelli Celso e Rinaldo Gheller proseguirono il loro viaggio e giunsero in Australia, aggiungendosi a un bel gruppo arrivato l’anno precedente e trovando facilmente occupazione nella stessa miniera di carbone di Wonthaggi dove lavoravano già i paesani.

Passarono soltanto alcuni mesi e a Celso fu comunicata, a mezzo lettera giunta dall’Italia, la lieta notizia che era diventato padre di Amelio, che purtroppo però lui non avrà mai la gioia di poter incontrare e tantomeno di conoscere.

Celso Gheller “Furlan” con la moglie Lucia Oro e i suoi 3 figli Elena, Maria e il piccolo Amelio. Celso partì per l’Australia quando Lucia era incinta di Amelio e non conobbe mai il figlio maschio. Nell’immagine il papà dei bimbi è stato aggiunto con un fotomontaggio e mancano i piedi

Come detto, l’anno prima, ossia nel 1924, date le condizioni socio-economiche precarie e la mancanza di prospettive, erano già partiti da Foza per il lontano continente diversi altri uomini. Con il primo gruppo era andato in Australia anche Vittorio Gheller “Ciorbolo”, assieme alla moglie, sposata nel 1913, e a quattro figli, la più piccola dei quali aveva solo due mesi. La moglie di Vittorio, nata nel 1894, si chiamava Vittoria ed era la sorella di Celso, Rinaldo, Beniamino, Maria e Amalia. I coniugi Vittorio e Vittoria Gheller, nel settembre del 1917, misero al mondo la loro figlioletta Guerina nel vicino comune di Enego, presumibilmente nella contrada Frisoni, dove avevano trovato ospitalità presso i parenti. Dal maggio del 1916 tutto il paese di Foza era stato sfollato e da quel momento fino a tutto il 1918 non risultano quindi registrate delle nascite, iscritte invece nei registri delle località dove si erano rifugiate le famiglie dei profughi di guerra.

La famiglia di Vittorio Gheller “Ciorbolo” e Vittoria Gheller “Furlan”, con i figli Guerina (1917), Primo (1921), Pietro (1922) e Pierina (1924)

Quella di Guerina è forse l’unica nascita avvenuta nei pressi di Foza durante il periodo del profugato. Tuttavia, nell’ ottobre del 1917, a causa dell’avanzata degli austro-ungarici, quando la piccola Guerina aveva poco più di un mese, toccò anche alla sua famiglia fuggire, seguendo la sorte degli abitanti di Enego, Primolano e dei paesi della Val Brenta, salendo assieme a loro sulle tradotte per essere inviati profughi chissà dove. Vittorio “Ciorbolo” era già un veterano dell’emigrazione, in quanto già all’età di diciassette anni era emigrato in America lavorando nelle miniere di ferro statunitensi. Nel marzo del 1912 il distretto militare ebbe ad annotare nei registri che Vittorio si trovava all’ estero e quindi non si era potuto presentare alla visita militare e tale visita era rimandata a dicembre dello stesso anno.

Nel 1913, come detto, Vittorio si era sposato con Vittoria e pochi anni dopo la fine della guerra riprese le vie dell’emigrazione; questa volta, tuttavia, insieme alla famiglia, verso l’Australia. Vittorio si diresse in un primo momento a Broken Hill, nel Nuovo Galles del Sud, dove sperava di trovare un’occupazione nelle miniere di zinco ed argento, a quel tempo tra le più grandi nel mondo. In quel posto non trovò lavoro e quindi, una volta tornato a Melbourne a prendere moglie e figli, si diresse verso Wonthaggi dove c’era la miniera di carbone.La famiglia si sistemò in una casetta al n. 60 di Haglethorn Street, coltivando nell’orto ogni sorta di ortaggio. Nella nuova dimora nacquero i loro altri tre figli.

Vittorio Gheller “Ciorbolo” con la moglie Vittoria Gheller “Furlana” ed i figli Guerina (Rinetta), classe ’17, Primo, con la chitarra, classe ’21, Pietro, ’22, Pierina, ’24, e la piccola Natalina. Foto scattata in Australia nel 1932, davanti alla loro abitazione in 60 Hagelthorn Street, Wonthaggi. Il ragazzo in piedi è il ventunenne Luigi Lazzari, arrivato in Australia nel 1927, emigrato da Foza con il fratello Egidio e la sorella Linda Lazzari in Omizzolo. Il signore seduto a destra è Celso Gheller, Fratello di Vittoria, emigrato negli anni ’20

Nel 1930 Vittorio, ormai sistematosi nel nuovo mondo, decise che quella sarebbe stata la sua nuova patria e richiese ed ottenne la cittadinanza australiana. La famiglia si ambientò e nel 1938 la loro figlia Guerina, bella e sfortunata ragazza, si sposò con Marcello Dalla Rosa. Fu una festa memorabile, incominciata nella casa di Vittorio, che riunì tutti i paesani e gli amici. Purtroppo, nel giugno del 1939, la giovane sposa morì, nel cordoglio generale, lasciando il marito ed una bambina di un anno.

Matrimonio di Guerina Gheller con, a destra, la sorella Pierina e, a sinistra, la giovane Pierina Vittoria Lunardi
Guerina Gheller, figlia di Vittorio “Ciorbolo” e Vittoria “Furlana”

Anche in quelle città lontane gli italiani costituivano circoli e organizzazioni per il bisogno di stare insieme e avevano anche dato vita alla sezione degli ex combattenti della prima guerra mondiale; tra gli iscritti compaiono i nomi dei nostri Silvio Omizzolo e Giacomo Gheller. Il giornale in lingua italiana riporta anche la forte propaganda politica che, invocando l’amor di Patria, in realtà era finalizzata ad esaltare le conquiste del governo guidato dal Duce e, con l’entrata in guerra, anche le richieste di donare gli ori all’Italia, attraverso la Croce Rossa. Anche alcuni dei nostri emigrati non furono insensibili al richiamo di aiutare la Patria e Linda Lazzari donò la propria fede nuziale, come del resto fecero anche le spose di Foza, ricevendone in cambio una di ferro.

Per i parenti rimasti in Italia, il distacco, data anche la grande lontananza, era sempre doloroso e l’affetto per i familiari lontani è espresso molto bene da una breve lettera, fortunatamente conservata fino ai nostri giorni, inviata da Maria, rimasta in Italia, ai suoi due fratelli Celso e Rinaldo.

Lettera di Maria Gheller ai fratelli Celso e Rinaldo (per gentile concessione della nipote Elena Da Ros)

“Fratelli miei amatissimi vi mando in memoria questa fotografia e vi saluto affettuosamente e vi bacio come vera sorella e se altro non potrò fare, data la lontananza, vi ricorderò sempre al Signore e voi abbiate fede in Lui e amatevi come veri fratelli. Vostra sorella che tanto vi ama…addio…”

Maria Gheller, figlia di Natale “Furlan”

Rinaldo, nel 1932, dopo sette anni di quella vita in miniera, decise di ritornare a casa dove l’attendevano la moglie “Nea”, i figli e i familiari. Passarono ancora gli anni e in paese non se la passavano troppo bene, poiché era impossibile trovare una occupazione che consentisse di vivere dignitosamente. Rinaldo decise quindi, nel gennaio del 1938, di imbarcarsi e ritornarsene in Australia a lavorare nella stessa miniera di Wonthaggi. Intanto Sebastiano Longo, cognato dei fratelli Gheller, essendo un provetto scalpellino, appena arrivato in Australia, era andato a lavorare nella cava di Moruya, nel Nuovo Galles del Sud. La cava ha fornito negli anni il granito per gli elementi architettonici del Sydney Harbour Bridge. A quel tempo, più di cento muratori e scalpellini italiani erano a lavorare su quel sito. Il sindacato, che tutelava soprattutto i lavoratori australiani, pensò che la disponibilità degli italiani ad accettare bassi salari fosse una minaccia per le condizioni e i posti di lavoro. Pochi italiani sapevano l’inglese e la mancanza di conoscenza della lingua causò non pochi problemi ed anche incidenti. I sindacati, nel tentativo di limitare il numero di immigrati italiani nella società degli scalpellini, fecero in modo che i nuovi arrivati ​​dovessero essere sponsorizzati dai residenti australiani e che questi ultimi si assumessero la responsabilità del loro operato e che inoltre possedessero un capitale minimo di £10 all’arrivo. Tale requisito fu ulteriormente aumentato e portato a £50 nel 1925.

Sebastiano in seguito, nell’anno 1938, trovò lavoro a Coopers Creek, una località non molto lontana da Wonthaggi, dove dalla fine dei anni ‘20 un gruppo di giovani uomini italiani, in particolare della provincia di Treviso, si erano stabiliti, vivendo nelle baracche e senza alcun conforto, occupati nella sabbiatura delle cave di calce e nel taglio del legname. E in quella località Sebastiano alla fine fu raggiunto anche da suo cognato Rinaldo, quando questi lasciò la miniera di Wonthaggi.

Coopers Creek, 1941. Da sin. Sebastiano Longo, Giovanni Guizzo, Gildo Bettiol e Rinaldo Gheller, che lavoravano nelle cave di Coopers Creek, Victoria

Seconda guerra mondiale

Per gli emigranti italiani in Australia, ma successe la medesima cosa anche ai nostri emigranti in America, Francia ed altri paesi, lo scoppio della seconda guerra mondiale fu un vero dramma. L’Italia, alleata della Germania di Hitler, era contrapposta agli anglo-franco americani, cui si erano aggiunti l’Australia e i paesi aderenti al Commonwealth. Nel 1939, il governo australiano emise alcuni decreti tra cui l’“Aliens Reg. Act” e il “National Security Act of Aliens Control”, conseguentemente ai quali gli emigranti italiani si trovarono ad essere considerati nemici pericolosi e quindi sottoposti a restrizioni, controlli e financo per molti di loro ci furono  anche i campi di concentramento.

Intanto, dopo il 1941, Celso si era trasferito a Fitzroy, un sobborgo vicino alla città di Melbourne. Egli di tanto in tanto continuava ad andare a Wonthaggi dalla famiglia della sorella Vittoria e dagli amici, specie durante le feste di Natale e Pasqua. Appena finita la guerra, nel 1948, Celso, assieme ad altri, tra cui l’amico e paesano Antonio Omizzolo, pensò che fosse preferibile assumere la cittadinanza australiana, rinunciando a quella italiana, per evitare di essere ancora considerato un pericoloso straniero, ricordando i brutti momenti passati durante il secondo conflitto.

Celso Gheller “Furlan” ritratto in occasione di un rinnovo della carta di registrazione nel 1939, quando aveva 60 anni

Ma l’anno precedente Celso aveva perso la nipote Pierina.

Lettera di Celso – Melbourne, marzo 1947 (per gentile concessione della nipote Elena Da Ros)

“Cara moglie, io sono al lavoro, la paga non sarebbe cattiva, ma dopo il disastro di questa inutile guerra, con una mano si prende la moneta, ma con l’altra mano si deve depositarla. Tutto carestia, per mangiare, per vestire e per tutto e per ogni cosa. Sempre tutti sperano miglioramenti, come io stesso spero e allora conoscerò il mio dovere con mia moglie ed i figli, secondo le mie forze. La Pierina di Vittorio e di mia sorella, è morta (29 febbraio 1937, all’ età di 23 anni), parlando tranquillamente fino all’ ultima parola. Essa ha lasciato una bella bambina e aveva sposato un giovane trevigiano (Mario Mondin), che faceva e fa ancora il cuciniere in un albergo di lusso. Questa nipote parlando fino all’ ultimo respiro, ha raccontato alla mamma che lo zio Celso non è mai mancato a visitarla e ha sempre portato qualche cosa. Mia sorella quando ha sentito la confessione di sua figlia morente, dopo sei settimane, ha abbracciato e baciato il fratello Celso.”

Purtroppo, dopo poco più di un anno da questa tragedia, anche la vita di Celso giunse al termine, il 6 maggio 1948 a causa di un incidente stradale capitato nei pressi di casa sua, a Fitzroy. Egli stava rincasando in una serata piovosa quando, mentre attraversava la strada, fu investito da un’auto in sorpasso. Fu soccorso e portato all’ospedale ma il giorno dopo morì a causa delle gravi ferite.

Per il riconoscimento della salma dello zio fu incaricato il nipote Mario Mondin, marito di Pierina Gheller, originario da Marostica, che era al tempo occupato nel ristorante “Hoddle Cafè” di Melbourne. Il dolore e la commozione furono unanimi e il povero Celso fu accompagnato nell’ ultimo viaggio da tanti paesani e fu sepolto nel cimitero di Wonthaggi, dove ancora oggi riposa.

Al fratello Rinaldo toccò l’ingrato compito di comunicare la triste notizia alla cognata Lucia, rimasta vedova.

Lettera Indirizzata da Rinaldo a Lucia Oro (per gentile concessione della nipote Elena Da Ros)

Coopers Creek, 20 maggio 1948     

“Cara cognata, mentre scrivo queste righe, le lacrime mi cadono dagli occhi, costretto a darvi il triste annuncio che mio fratello, vostro marito, il giorno 6 di questo mese mentre stava per ritornare a casa nel proprio quartiere accidentalmente attraversando un viale della città veniva investito da un’automobile rimanendo ucciso…”

Il ritorno a Foza di Rinaldo

Rinaldo, l’anno successivo, ossia nell’aprile del 1949, ritornò a Foza, all’età di cinquantasette anni, ancora vigoroso e pieno di vita. Era ad attenderlo la sua famiglia, con la moglie Giovanna. Rinaldo era intraprendente ed è ancora ricordato da molti in paese, anche per la sua attività nei roccoli. All’inizio riaprì la struttura del roccolo Cattagno, verso Malga Fossetta, che era stato uno dei roccoli storici più rinomati dei Sette Comuni, al punto che la località era menzionata anche nelle carte geografiche della prima guerra mondiale. Il luogo, particolarmente lontano dal paese, era un punto strategico di passaggio degli uccelli che, verso l’autunno, emigravano e si dirigevano verso i paesi caldi. Per raggiungere il roccolo a piedi o, come si diceva allora, “a cavallo di San Francesco”, erano necessarie alcune ore di cammino e altrettante per ritornare. Successivamente Rinaldo si spostò più vicino al paese, costruendo il roccolo in località monte Badenecke, per finire con l’impianto del monte Sasso Rosso, gestito con il fratello Beniamino, detto “Crach”, ed un amico del paese. Anche Beniamino si dava da fare e soprattutto si era ingegnato a catturare gli uccelli, come i tordi e le cesene, da noi chiamate gazzanelle, con i lacci confezionati con i crini dei cavalli e posizionati nei luoghi che lui conosceva perfettamente. Gli uccelli catturati venivano portati dalle donne in un sacco, fino a Valstagna e a Bassano, per essere venduti nei mercati. Oggi sarebbero attività vietate ed impensabili, ma all’epoca esse consentivano modeste entrate necessarie alle famiglie per tirare avanti e certamente erano meno pericolose del recupero delle bombe della prima guerra mondiale, lasciate in eredità, con altri morti e feriti, al paese.

Rinaldo cessò di vivere nel suo paese nel 1968, mentre il fratello Beniamino morì nel 1973.

I figli di Rinaldo

La figlia di Rinaldo, Lucia, sorella di Giuseppe, si sposò con Modesto Alberti, della contrada Eckar, ed anche per loro fu una dura vita di emigranti.

Domenico, uno dei loro figli, dopo aver vissuto vari anni in Francia ha seguito le orme del nonno, emigrando anch’egli in Australia e divenendo un influente membro del “Veneto Club” di Melbourne. Ma anche Domenico soffre la nostalgia e ogni anno, in primavera, ritorna nel paese con la moglie, per rimanervi fino all’arrivo dell’autunno.  

Il figlio di Rinaldo, Giuseppe, e la moglie Elda, sono i capostipiti di una numerosa dinastia. Hanno messo al mondo la bellezza di quattordici figli, solidali, intraprendenti, grandi e onesti lavoratori, uniti tra loro. Giuseppe, detto in paese “Stagnin”, era un uomo vigoroso e resistente alle fatiche. Ancora giovane aveva dovuto rispondere alla chiamata alle armi nel corso della seconda guerra mondiale e durante i fatti dell’8 settembre 1943, seguiti all’armistizio, fu fatto prigioniero dai tedeschi e inviato in Germania in un campo di concentramento. Soltanto per la sua forte fibra riuscì a sopravvivere agli stenti e ritornare a casa sano e salvo. Bepi lavorò una vita come recuperante, boscaiolo, minatore ed emigrante, per garantire alla sua famiglia la miglior condizione possibile.

Novembre 1989, Giuseppe, Elda e Gianluca Gheller “Stagnini dei Furlani”

Molti ancora in paese si ricordano della sua prestanza fisica. Durante le sagre paesane egli sorreggeva sulle sue poderose spalle una catena umana di cinque, sei uomini appoggiati sul palo della cuccagna, uno sopra l’altro nei ripetuti tentativi di raggiugere la sommità del palo, abbondantemente ingrassato. L’immane fatica durava fino a quando l’ultimo della catena, leggero e con i muscoli d’ acciaio, strattonando e saltellando sulle spalle dei compagni, agile come uno scoiattolo e facendo l’ultimo sforzo, raggiungeva la cima per conquistare il premio consistente in baccalà, spaghetti e una somma di denaro, che serviva alla squadra per l’immancabile festa. Di sagra in sagra, i conquistatori della sommità della cuccagna degli anni ’50 furono Jijeto Menegatti “Campanaro”, Angin e Joanin “Cup” (i cugini Angelo e Giovanni Oro “Cup-Nobili”), Marietto Gheller “Testabianca”. 

Ma questa è già un’altra storia, che ci porta agli anni ‘50 e seguenti…


La famiglia di Natale Gheller “Furlan” e Lucia Gheller “Cloz”, con i figli Rinaldo, in basso a sinistra, e Celso, in basso a destra, con a fianco Beniamino. La figlia Maria si trova a destra mentre a sinistra dovrebbe essere una tra le sorelle Vittoria e Amalia.

Una risposta

  1. Saggio molto ben fatto e documentato che narra storie straordinarie, in un’epoca in cui molte storie ordinarie in realtà erano proprio straordinarie. Le vicende dei nostri emigranti, oppressi da una povertà atavica e da un certo disprezzo della gente di pianura, anche per la parlata “cimbra” che mal era tollerata durante il fascismo, meritano di non essere dimenticate. E bravi gli autori per averle divulgate. Complimenti!
    PS.: Toccante la figura e vicenda di Beniamino che, all’imbarco per le americhe, ci ripensa e torna nei suoi monti!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error:
Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.