Una bambina dei Carpanedi negli anni sessanta.

Sono Annalisa Gheller, figlia di Alberti Anna “Neta Sapai” e Gheller Renato Pietro “Tonat”. Sono la quarta di sei fratelli, quattro maschi e due femmine. I miei nonni paterni erano Gheller Giuseppina “Bacana” e Gheller Antonio ”Tonat”, ambedue grandi sarti; i nonni materni erano Contri Maria “Refa” e  Alberti Domenico “Sapai”.

Antonio Gheller “Tonat” e Giuseppina Gheller “Bacana” nel giorno del loro matrimonio, 1921

Ho abitato ai Carpanedi dal giorno in cui son nata, in casa, nel 1957, fino al ‘69 e primi mesi del ‘70. Ho pensato di scrivere qualche storia, vissuta nella mia infanzia, per condividere la bellezza e fare tesoro dei valori che mi sono stati  trasmessi tra i monti di Foza.

Contrada Carpanedi, 1963.
Annalisa e la mamma Anna
Annalisa e la zia Elsa

Mio nonno paterno, Toni “Tonat,” aveva una fiaschetteria e faceva il sarto. Ha fatto parte della associazione dei combattenti per cinquant’anni, lui era in tutte le feste come si vede nelle foto. Il suo hobby era che, quando si sposava qualcuno della contrada o delle contrade vicine, lui metteva un nastro e lo sposo, per prendere la sposa dall’altra parte, doveva tagliare il nastro e c’erano i confetti. Per noi era un giorno di festa, anche il giorno in cui si sposò sua figlia, la zia Elsa.

1963, matrimonio di Elsa Gheller. Toni “Tonat” è a destra della sposa, Bepa “Bacana” a sinistra dello sposo. Annalisa è la bimba in basso a destra, i suoi genitori sono in piedi a sinistra.
Come da tradizione, Elsa, la sposa, deve tagliare il nastro, mettere i confetti nel piatto e dei soldi per una bevuta.

Già dal dopoguerra, il nonno iniziò a confezionare soprattutto abiti maschili.

Un giorno venne un signore alla fiaschetteria, dopo tanti anni. Lui gli disse: “Ma chi ti ha fatto quel vestito?”. “Non so” rispose l’altro. E il nonno gli disse: “Apri la tasca interna”. Quel signore  aprì la tasca interna e vide lo stemma che metteva il nonno, rimanendo allibito, perché il nonno, dopo tanti anni, aveva riconosciuto il vestito che aveva cucito. Io fui felicissima quando i nonni lasciarono a me la macchina da cucire con la quale avevano lavorato e cucito entrambi per una vita.

Quando noi facevamo i manigoldi, il nonno ci rincorreva col cappello e ci batteva con quello in testa.

Antonio Gheller sul Monte Grappa.

I nonni materni abitavano ai “Sapai” Ori-Biasia ed erano Alberti Domenico e Contri Maria, che chiamavamo “Menego” e “Marietta”. La cosa che mi è rimasta più impressa dei miei nonni è che Marietta dava del “voi”  a mio nonno e quando lui diceva qualcosa lei rispondeva ”vu cosa vuole”…  ed io non capivo, ma mi faceva molto ridere. Mia nonna Marietta era una donnina molto esile, minuta  e sniffava il tabacco ed io non capivo, perché di solito il tabacco si fumava.

Alberto Domenico “Sapai”, con accanto Suor Davidina e la moglie Maria Contri “Refa”. Anna “Neta”, la mamma di Annalisa, è dietro a Maria.

Quando partivo dai Carpanedi e andavo ai Sapai a piedi, lei mi preparava sempre le caramelle e poi mi faceva bere l’acqua di Lourdes, perché così diventassi santa.

Anche mio nonno era molto ospitale, come mio zio Piero ed anche la carissima Palmira.

La loro casa era sempre aperta e, quando si arrivava, c’era da mangiare per tutti, classico dei paesi di montagna. Un grazie sincero ai miei nonni e a zio Piero e zia Palmira, perché veramente sentivo il bene che mi volevano e l’accoglienza che mi davano.

Lì c’erano tutte le mie cugine: Rosa, Elsa, Gabriella, Valeria, Nadia ed il cugino Domenico ed era un modo per stare insieme a loro. Mi ricordo quando è nata Nadia, l’ultima, che adesso non c’è più, son partita di corsa da Sasso Rosso, giù per il colle, e sono andata ai “Sapai” per vedere la nuova bambina appena nata e me la ricordo ancora nonostante siano passati tanti anni.

1965, da sinistra Daniela Gheller, Silvana Martini, Valeria Alberti. Accovacciati Domenico Alberti e Annalisa Gheller
1966, da sinistra Contri Maria e Alberti Domenico con le nipoti Elsa e Maria Rosa, i figli Cesarina e Pietro e la nuora Palmira Marcolongo.

Mio padre era lontano da casa per lavoro, io volevo andare a trovarlo, ma ero molto piccola e non mi è stato possibile realizzare il sogno di tanti bambini. Ho tanti ricordi di mio padre, nonostante fosse lontano. Mi ricordo che mi portò dalla Francia una “Mucca Carolina” gonfiabile ed un cestello di rame coi cioccolatini che ho ancora davanti agli occhi; vi lascio immaginare la gioia che ho provato in quel momento.

Mio papà ha fatto l’emigrante in Svizzera e in Francia. Come tanti altri fodati ha dovuto abbandonare la propria terra in cerca di lavoro per sfamare la propria famiglia. Non era trattato bene all’estero, le peggiori baracche venivano affidate a lui, doveva sempre dire “signor sì“, perché era straniero e gli stranieri potevano essere sfruttati e maltrattati come se non fossero anche loro figli di Dio. Anni dopo ritornò a casa ed iniziò a lavorare per il caseificio Finco di Energo: andava a Stoner a raccogliere il latte. Tante volte ci siamo andati assieme, facendo le vecchie gallerie: mi ricordo che dentro scendevano rivoli di acqua, l’acqua più buona del mondo.

Gheller Renato Pietro e Alberti Anna con i figli Dino, Gian Franco, Daniela, Graziano e Annalisa, anno 1963.

Mia madre, all’epoca, raccoglieva il ferro delle bombe della guerra e poi lo vendeva per sfamare i propri figli. Non avevamo niente, però a casa mia il cibo non è mai mancato. I più grandi si prendevano cura dei più piccoli e io li ringrazio di cuore per il bene che mi hanno voluto.

1955, Anna Alberti con la figlia Daniela Gheller
1956, Gheller Renato Pietro e Alberti Anna con la piccola Daniela e i figli Dino e Franco.

La mamma si occupava anche della mungitura delle vacche oltre che degli altri lavori per portare avanti la casa. Un giorno, mentre si trovava in alto nella stalla dove si teneva il fieno, cadde da un’altezza di circa tre metri e si ruppe una gamba. Non poteva, con la gamba ingessata e dritta, sedersi nello sgabello della mungitura. Sopportò un poco, ma non resistette più e fece intervenire allora il fabbro del paese, Toni de a Tinti, che sapeva fare tutto ed aggiustare tutto. Col seghetto di ferro e le forbici, Toni le tolse il gesso, anche se la gamba non era del tutto guarita. Non avevo visto mai mia mamma zoppicare, ma poteva andare a mungere le mucche.

Nonna Giuseppina “Bepa Bacana”

Ho vissuto anche a casa della mia adorata nonna Giuseppina, che porterò per sempre nel mio cuore perché è stata una compagna di vita importante per me. Lei aveva una fiaschetteria, quindi c’era sempre molta gente lì. Fin da piccola mi sono abituata a vederne di tutti i colori e quindi mi sono rinforzata. Eravamo una contrada abbastanza affiatata e ci si aiutava in tutto. Si andava a mangiare in qualsiasi casa dove ci si trovasse e c’era una unità molto grande tra i contradaioli, che conserverò sempre nel mio cuore e nella mia mente perché è un principio che io ho ancora adesso.

I miei compagni d’infanzia erano Toni, Franca, Carlo, Carla figli di Dialmo  Gheller ed Emilia  Cenci; altri amici erano  Miriam, Eugenio, Battistino e la cara Doriana Carpanedo, figli di Turo “Sgualdo”, tutti abitanti in contrada Carpanedi. Il nostro gioco preferito era “Mago”: mettevamo  in fila i barattoli vuoti di alluminio e poi si tirava tipo bowling. Purtroppo io una volta ero dietro la mia amica che ha preso troppo lo slancio e mi ha scheggiato i denti davanti. Per fortuna c’era sempre la cara Maria “Mene” che, con i cioccolatini francesi, risolveva tutto (ricordo ancora il sapore). Poi, davanti alla vasca dell’acqua, giocavamo con le cartucce vuote della guerra, come al bowling. Coi tappi della birra si giocava a “querceto”, che consisteva a chi arriva prima al traguardo tirando col pollice e l’indice. Io e Carla eravamo fantastiche a giocare a “Mamma Casetta”: i preparativi erano impegnativi e si doveva costruire la bilancia con dei pesi.

Dialmo Gheller e Famiglia
Anno 1963, i fratelli Franco, Dino, Daniela, Annalisa e il piccolo Graziano, figli di Piero “Tonat”

La parte più dura, per noi bambini di quei tempi, erano i lavori che dovevamo svolgere per aiutare la famiglia. Andavo nel bosco a raccogliere la legna con mia nonna che mi faceva il fascetto sopra le spalle e me lo faceva portare per parecchi chilometri ed era una faticaccia. Poi si andava a prendere l’acqua giù ai Chigner, coi secchi e il bigoncio; io avevo il mio, più piccolo, però durante il tragitto dl ritorno ne versavo la metà per strada. La stessa cosa succedeva con il fascio di fieno che mi mettevano sulla schiena: era una tela da militari e quindi proporzionata al peso che noi bambini potevamo portare. Al pomeriggio o alla mattina, se non si andava a scuola, si andava al pascolo con le mucche. E là ne facevamo di tutti i colori, tipo salire in groppa alle mucche o fare come nell’arena con un drappo rosso.  Una volta una mucca ha inforcato mio fratello. La mattina sveglia alle 6 e poi si andava in stalla a mungere le mucche; questo a Sasso Rosso nel ’68. Là, pulendo la stalla con una carriola sopra la passerella, siccome era troppo pesante, mi sono ribaltata, io sotto e tutto il letame sopra di me. Un’altra volta, nella contrada dei Chiomenti, sotto il Sasso Rosso, dove c’era mia mamma, siccome vidi un cane, ebbi la bella idea di attraversare dove sembrava ci fosse il letamaio; era invece la raccolta del liquame delle mucche e caddi proprio lì in mezzo. Per fortuna c’era un pezzo di legno nel centro e mi aggrappai: ricordo ancora il gas che emanava quel liquame.  Mia mamma dovette spogliarmi di tutto e, sotto la fontana di acqua gelida, togliermi tutta la schifezza che avevo addosso. Per procurarci il cibo della merenda andavamo a raccogliere le fragoline sotto il sasso Rosso e lì c’erano le vipere, tante vipere che ci passavano accanto, da morir di paura. Le detesto ancora adesso.

Malga Sassorosso al centro della foto

Eravamo poveri ma abbiamo mangiato tutte cose genuine: latte, formaggi, selvaggina, polli, funghi ed avevamo anche l’orto. Mio nonno andava a Marcesina, nelle pozze, a catturare le rane con le lampade di carburo. Io prendevo le rane ancora vive e le mettevo sopra una “socca” di legno. Mio nonno tagliava loro la testa e le zampe per poi cucinarle e mangiarle. Una volta ho preso un rospo in mano che mi ha spruzzato la pipi sugli occhi. Fortunatamente lì c’era Eugenio, del “Turo Sgualdo,” che abitava in fondo alla via  e che mi ha buttato un secchio d’acqua in faccia mentre urlava che potevo diventare cieca.  C’era poca acqua, ci lavavamo nella  tinozza e poi mia mamma, con la stessa acqua, lavava i panni, li stendeva sopra la stufa ed il mattino seguente ce li rimetteva e poi lavava anche il pavimento. Eravamo in sei ma eravamo puliti e in ordine.

Io, all’età di dieci anni, lavavo le calze nelle tinozze e lavavo i piatti. Mia mamma ci ha messo “sotto” presto. Avevamo una casa piccola per sei figli, così io dormivo nella stanza con mia nonna, nella casa dove tutta la contrada veniva a guardare la tv, visto che c’era solo quella, ed anche perché aveva una fiaschetteria e c’erano le “ombre di vino”. Io ricorderò sempre l’amore avuto da mia nonna, sia per avermi ospitata, sia per le attenzioni nei miei confronti. Quando lei ne ebbe bisogno, trovò in me la persona che rispose con amore al suo amore che la curò finché non morì. Per me è stata un esempio di vita ed un amore immenso.

D’inverno, a volte, cadevano anche due metri di neve, così non si poteva aprire la porta per uscire ed allora ci tuffavamo dalla finestra e sprofondavamo nella neve soffice. Quei giorni non si andava a scuola, eravamo tutti felici. Ci costruivamo gli igloo come gli esquimesi e, non essendoci guanti e roba come adesso di vestiario, là dentro ci mettevamo una coperta, perché secondo noi faceva più caldo. Era bello stare lì dentro perché giocavamo a carte e scherzavamo; si andava anche nella stalla delle mucche, dove era più caldo, a giocare a carte.

Alunni delle classi 4° e 5° elementare, con il maestro Silvio, Lazzaretti di Foza, anno 1967.

Ho poi un dolcissimo ricordo del maestro Silvio. Era tanto buono, era l’unico maestro che avevamo a quei tempi ed anche l‘unico maschio, molto dolce e molto affettuoso con noi, forse perché era di Foza e conosceva tutte le famiglie e le situazioni. Quando c’era la neve, avevamo escogitato uno stratagemma: mettevamo la cartella sotto il sedere, la cartella era di cuoio e aperta ai lati. Dalla discesa dei Lazzaretti andavo a casa tipo slitta, ma, siccome si scriveva con l’inchiostro, la neve entrava dentro la cartella, tutto l’inchiostro scoloriva e si scioglieva facendo grandi macchie su libri e quaderni. Quando tornavo a casa… chi la sentiva mia mamma.

Quando c’era la festa dell’Assunta, a Foza veniva messa una giostra, sulla strada per andare al monumento. Siccome noi non avevamo soldi per fare i giri in giostra, aiutavamo i giostrai oppure andavamo a prendere qualcosa da bere per loro, che, per ricompensarci, ci facevan fare qualche giro. Al tempo i seggiolini non avevano dei sistemi di sicurezza e le catenelle non avevano il ripara persone, ma solo un gancio. Girando io sono uscita di sotto la catenella e son finita in mezzo al prato, fortunatamente senza farmi nulla di grave.

1966, la processione dell’Assunta passa accanto alle giostre, prima della salita al Monumento ai Caduti.

Questi sono i miei ricordi di tanti anni fa, che rimangono per sempre con dolcezza. Tutta la contrada dei Carpanedi viveva in comunanza di intenti e ci si aiutava come in famiglia. Grazie, grazie a tutti.

Annalisa Gheller


Contrada Carpanedi, primi anni ’50. Al centro della foto Anna, la mamma di Annalisa, con il piccolo Franco Gheller. Nella foto anche i nonni paterni Toni “Tonat” e Bepa “Bacana” e i nonni materni Menego “Sapai” e Marietta “Refa”.
1980, foto scattata davanti alla casa di Gheller Giuseppina Bacana, abbracciata dall’amica Faeseh Kasemsadeh. Più a destra il figlio Gheller Renato con sua moglie Anna Alberti e la figlia Annalisa.

3 risposte

  1. Grazie per aver ricordato gli anni della tua infanzia.
    Io sono nato a Stoner via Lessi , aprile 1946. Penso che abbiamo più o meno la stessa età. Confermo tutto quello che hai scritto l’ho vissuto anch’io. Eravamo felici mia carissima amica Annalisa. Ora porto nel mio cuore ogni cosa.

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