Un secolo e oltre di storia della famiglia Omizzolo (Missoi/Menin), tra emigrazioni e guerre

Un secolo e oltre di storia della famiglia Omizzolo (Missoi/Menin), tra emigrazioni e guerre

      Di Angelina Menegatti Stefani e Gabriele Menegatti Oro

Le vicende che hanno interessato Antonio Omizzolo di Foza e i suoi parenti sono veramente straordinarie. I componenti di questa numerosa famiglia della contrada Bricar-Lazzaretti hanno superato con coraggio e forza i momenti drammatici delle guerre, con sofferenze e sacrifici degni di essere ricordati.

Antonio è il protagonista di questo racconto. Suo padre si chiamava Domenico, nato a Foza nell’ agosto del 1869, a sua volta figlio di Bonaventura. Quella era l’epoca in cui l’Altopiano assieme al Veneto era da pochi anni passato dalla dominazione austriaca a far parte del Regno d’ Italia dei Savoia. Domenico, padre di diversi figli, dette vita ad un ulteriore ramo dei Missoi, che da allora vennero riconosciuti come Menin dal diminutivo di Domenico “Meni” – “Menin”.

La povertà nei nostri paesi di montagna era assai diffusa e la gente era in buona parte dedita alla pastorizia. Altre persone per vivere erano costrette ad emigrare, specie nelle regioni del nord Europa. Inoltre ci fu negli ultimi decenni del secolo diciannovesimo una consistente emigrazione verso il Brasile del Sud, in genere di famiglie numerose. Verso la fine dell’800 iniziò anche un’ emigrazione verso gli Stati Uniti d’ America, riguardante per lo più giovani uomini.

Nell’agosto del 1899, era emigrato in America il fratello di Domenico, ossia Giacomo, nato nel 1871.

Domenico Omizzolo, al pari di altri suoi paesani, si era recato negli Stati Uniti all’inizio del secolo, tra il 1903 e il 1906, e dopo alcuni anni di duro lavoro aveva fatto ritorno a casa.

Gli emigranti di Foza si passavano le informazioni e coloro che erano giunti oltre oceano informavano parenti ed amici della possibilità di trovare lavoro.  

Essi trovavano occupazione in prevalenza nelle miniere di ferro, rame, oro, ma anche nei cantieri, nelle segherie e nella costruzione di dighe ed abitazioni. Verso gli Stati Uniti d’America, diversamente che verso il Brasile, emigravano giovani uomini, da soli, senza la loro famiglia, con la speranza di poter tornare a casa, appena messi da parte i risparmi che consentissero di vivere nel proprio paese natio.

Domenico, come ricordato, conosceva già la strada dell’emigrazione oltre oceano e nel 1907, quando aveva trentotto anni, decise di imbarcarsi nuovamente per l’America. Questa volta però Domenico scelse di portare con sé il figlio primogenito Antonio, nato il 30 luglio del 1892, e che dunque all’ epoca aveva soltanto 15 anni. A loro, nel viaggio verso l’America, si era aggiunto Antonio Peruzzo di Enego, cognato di Domenico.

Dopo un lungo tragitto che iniziò a Foza, raggiunsero Le Havre, in Francia, dove si imbarcarono sulla nave La Provence.

Le Havre, il porto nei primi anni del ‘900

Dopo la traversata dell’ oceano Atlantico arrivarono finalmente a New York.

Appena sbarcati e una volta superati i controlli, si diressero in California, a Redding, Shasta County, dove li attendeva una occupazione nelle miniere di ferro.

Passarono alcuni anni e alla fine del 1911, quando Antonio aveva ormai vent’ anni ed era imminente la sua chiamata alle armi, padre e figlio decisero di tornare a casa, spinti anche da una crisi nell’ occupazione. Antonio, in quegli anni passati in America era diventato un uomo solido e robusto, ben formato, alto quasi 1.80 cm. e pensò di arruolarsi nell’ Arma dei Carabinieri.  Intanto a Foza circolavano militari che preparavano strade e fortificazioni in previsione di un conflitto. Infatti nel 1914 era scoppiata la disastrosa prima guerra mondiale e l’anno successivo anche l’Italia, fino ad allora rimasta neutrale, ne volle prendere parte, dichiarando guerra all’ Austria e alla Germania. Tanti emigranti, tra i cui i nostri paesani, furono ripetutamente sollecitati sia da parte americana che italiana a ritornare in patria per arruolarsi nell’ esercito, promettendo loro il viaggio di ritorno gratis.

Militari italiani nel centro di Foza

All’inizio del conflitto pareva che esso sarebbe stato breve e non avrebbe arrecato danni alle persone civili ed ai paesi. Ma nel maggio del 1916 l’offensiva austriaca costringeva tutta la popolazione di Foza a lasciare repentinamente il paese. Domenico, il padre di Antonio, con tutti i suoi famigliari, per un totale di 10 persone, trovò rifugio nel paese di Grantorto, dove la famiglia rimase per tutto il periodo del conflitto e fino all’inizio della ricostruzione. Il paese infatti era stato ridotto a un cumulo di macerie dai bombardamenti provenienti dal Monte Grappa.

Il paese distrutto

Grantorto in quelli anni difficili di guerra aveva dato ospitalità a tanta gente di Foza che conosceva bene quel luogo in riva al fiume Brenta, poiché era stato frequentato, da tempo immemore, dai pastori di Foza.   

Dovendo rispondere alla chiamata alle armi, Antonio aveva valutato che fosse preferibile entrare nell’Arma dei Carabinieri, che consentiva di ottenere una ancorché piccola paga, utile per aiutare la famiglia. Antonio già nel 1912 si era arruolato. Entrato come allievo carabiniere, fu inviato a Napoli e successivamente in zona di guerra. Durante un pattugliamento, nel novembre del 1916 sull’Isonzo, fu colpito da una fucilata nemica alla spalla. Dopo i primi tre anni di rafferma Antonio prolungò il servizio nell’ Arma per altri tre anni. Terminato il conflitto mondiale, su pressione del movimento dei profughi, fu concesso il congedo ai militari appartenenti a quelle famiglie che avevano bisogno di tutte le forze disponibili per poter ripartire dopo la distruzione del paese. Antonio nel 1919 fu congedato e potè quindi convolare a nozze con la sua fidanzata Caterina Lazzaretti. La cerimonia avvenne a Grantorto e la sua prima figlia, Ofelia Maria, vide la luce nel primo mese dell’anno 1921, nel vicino piccolo centro di Carturo. Due anni dopo la famiglia fu allietata dalla nascita del figlio Rino.

La guerra 1915-18 aveva coinvolto pesantemente la famiglia Omizzolo, in particolare i fratelli Antonio, Bortolo e Bonaventura.

Quanto a Bortolo, egli durante l’offensiva austriaca del 1916 era stato costretto a fuggire con tutti i parenti ma aveva potuto assicurare il suo sostegno al padre e ai familiari. Tuttavia, appena gli austriaci si ritirarono più a nord, lontani dal paese di Foza, gli fu concessa l’autorizzazione per ritornare a Foza, ormai deserta ed occupata dai militari italiani, per occuparsi assieme ad altri, dello sfalcio dell’erba da essiccare per preparare e conservare il foraggio che serviva per i muli dell’esercito e per gli asinelli della Brigata Sassari. Intanto gli fu consegnato il precetto militare e fu arruolato come alpino. Successivamente, seguendo l’esempio del fratello Antonio, fece la richiesta, che fu accolta, e passò ad indossare la divisa da carabiniere. Meno fortunato dei suoi fratelli fu Bonaventura. Egli, nato il 18 dicembre del 1894, era stato arruolato nel 6 Reg. Alpini e per i postumi conseguiti nel conflitto mondiale, dopo una lunga degenza, cessava di vivere nell’ ospedale di Treviglio. Egli è ricordato nel viale dei caduti di Foza ed anche nella cappella dei caduti della città di Treviglio.

Antonio, il più anziano dei fratelli e già esperto di emigrazione, appena congedato aveva messo su famiglia ma, data la situazione, riteneva che il paese non offrisse alcuna prospettiva. Ne discusse lungamente con diversi giovani e uomini di Foza, che la pensavano come lui. Tra loro c’erano anche alcuni amici tornati dagli Stati Uniti d’America, come Pietro Lunardi Guccia Malgaret, Vittorio Gheller Ciorbolo, Giovan-Maria Gheller Tonat.

Vittorio Gheller “Ciorbolo”, nato nel 1892 ed emigrato prima negli USA nel 1909 e poi in Australia nel 1924
A destra GioMaria Gheller “Tonat”, col fratello Antonio

Preparate le carte e i passaporti, nel marzo del 1925 Antonio e diversi suoi amici partirono e si imbarcarono sulla nave, dirigendosi nello stato del Victoria, in Australia, per lavorare nella miniera di carbone di Wonthaggi. La miniera di Wonthaggi era riconosciuta come una delle miniere più pericolose del paese e gli incidenti all’interno della stessa, furono innumerevoli. Nel 1937 ben tredici minatori persero la vita a causa di una esplosione sotterranea

Antonio Omizzolo, assieme ai suoi compagni, iniziò a lavorare nella miniera subito dopo il suo arrivo nell’aprile del 1925.

Poiché l’attività nella miniera di carbone ha coinvolto nel corso degli anni molti dei giovani uomini di Foza giunti in Australia, in due periodi storici, dopo la prima guerra mondiale ed anche dopo la seconda guerra mondiale, prima che si perdano tutte le memorie di queste emigrazioni estremamente difficili e dolorose, sarebbe utile documentarle quanto più possibile, al fine di lasciare le memorie alle giovani generazioni e al paese di Foza.

Alcuni dei minatori, dopo aver lavorato periodi più o meno lunghi nella miniera, sono ritornati a Foza, come i fratelli Cappellari Pierotti, Tranquillo Chiomento, Ilario Omizzolo. Altri, che decisero di rimanere stabilmente in Australia, quando fu possibile inviarono ai famigliari le somme necessarie per ricongiungersi con la propria famiglia, richiamando così le loro mogli e i loro figli rimasti nel paese di Foza. Queste famiglie, una volta ricongiunte, si stabilirono, quando ve ne era l’opportunità, una accanto all’altra per sostenersi reciprocamente. Ancora oggi a Wonthaggi vive una comunità di oriundi di Foza, composta da nipoti e pronipoti degli emigranti, sia del primo che del secondo dopoguerra.

Australia seconda metà degli anni venti del secolo scorso. Virginio Cappellari “Pierotto”, seduto, con i fratelli Urbano (a destra) e Francesco

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, cambiò radicalmente lo status dei nostri paesani che lavoravano in Australia, ancorché fossero ormai stabiliti in quei paesi da quasi vent’ anni e si fossero integrati nella cultura locale. Essendo essi cittadini dello stato italiano, in conflitto con vari paesi, tra cui l’Australia, erano ritenuti nemici da tenere sott’occhio. Tra le altre cose, i dispositivi di legge australiani del 1939 (Aliens Reg Act e National Security Act of Aliens Control) prevedevano che gli italiani in Australia non potessero viaggiare, che la loro posta venisse ispezionata, che non possedessero strumenti come radio o macchine fotografiche, che avessero forti restrizioni sull’utilizzo di automobili. Non potevano inoltre parlare italiano in pubblico e negozianti ed imprese vennero sabotati. Anche il cibo venne razionato e le importazioni di cibo italiano ridimensionate. Tutti venivano sostanzialmente visti come fascisti. All’epoca in Australia c’erano circa 35000 italiani e un gran numero di essi, all’incirca 5000, finirono per essere internati in un campo di concentramento fino alla fine delle ostilità. Molti italiani, che avevano a suo tempo prestato servizio nell’esercito italiano tra il 1919 e il 1921, desideravano svincolarsi da una situazione che influiva sulle loro nuove vite

Antonio Omizzolo aveva continuato il suo lavoro di minatore fino al 19 dicembre 1947, abitando assieme ad altri paesani a Wonthaggi, 10 Matthews Street.

Alla fine del conflitto egli pensò che fosse preferibile ottenere la cittadinanza australiana per non trovarsi ancora nella condizione di straniero indesiderato. La sua richiesta venne accettata con decreto del novembre del 1947 ed assieme a lui assunsero la cittadinanza australiana il paesano Celso Gheller e colui che divenne uno dei più noti imprenditori australiani, Luigi Arturo Grollo, proveniente da Cusignana di Treviso.

Passarono ancora pochi anni ed Antonio, a causa dei lavori usuranti, cessò di vivere, il giorno 8 novembre 1950. La sua salma fu tumulata nel cimitero di Wonthaggi e venne accompagnato nell’ultima dimora terrena da tanti paesani. La storia di Antonio cessava in quella data ma non cessavano gli affetti di chi lo ricordava, specie i fratelli e la sua famiglia rimasta a Foza, che certo non lo avevano mai dimenticato.

Ripercorrendo a ritroso la vita di Antonio, appare singolare e doloroso un destino che gli ha riservato poche gioie e molte tribolazioni. Appena quindicenne emigrante negli Stati Uniti d’ America, poi lunghi anni a servire la Patria in tempo di guerra come carabinieri ed infine una lunga emigrazione e lavori pericolosi nelle viscere della terra australiana. E tutto questo senza il sostegno della su cara moglie Caterina e dei suoi amati figli Ofelia Maria e Rino, che aveva dovuto lasciare ancora in tenera età.

I fratelli di Antonio erano invece rimasti in Italia ma anche loro conobbero le vie dell’emigrazione, spesso occupati in attività altrettanto pericolose. Giuseppe infatti ebbe un incidente mentre lavorava in Francia e l’altro fratello Giacomo si spense ancora giovane, per i postumi della malattia contratta lavorando in una cava di quarzo, anch’egli in terra francese.

Intanto Rino, il figlio di Antonio, era cresciuto e nel corso del secondo conflitto prestò il suo servizio nell’Arma dei Carabinieri, come suo padre. Nel dopoguerra anche Rino percorse un tragitto impegnativo, andando a lavorare nelle miniere di carbone del Belgio, assieme ad alcuni cugini, ossia Bruno ed Ilario Omizzolo, oltre che a Mario Oro Pegorel. Il cugino Ilario, nel periodo della repubblica di Salò aveva fatto parte del movimento partigiano e negli anni ’60 – ‘70 ebbe il compito di guidare il comune di Foza, dopo essere stato eletto alla carica di sindaco. Sempre verso la fine degli anni ‘70 Bortolo, figlio di Giuseppe Omizzolo, che in paese è conosciuto con il nome di Ino, propose all’amministrazione comunale di Foza un patto di amicizia, attraverso un gemellaggio, con Neufharn, cittadina della Baviera dove lui ormai aveva messo su famiglia.  

Da sinistra, in alto: Mario Oro «Pegorel», Rino Omizzolo, Bruno Omizzolo, Ilario Omizzolo e un operaio spagnolo
Il Cav. Ilario Omizzolo, Sindaco di Foza dal 1968 al 1975

Rino, rientrato in Italia non si dava pace. Certo non aveva mai conosciuto il padre, tanto che a Foza lui era chiamato “Rino dea Catina”, ma l’affetto verso il genitore non era mai venuto meno.

Negli anni ’80, di tanto in tanto, in tempo d’ estate, alcuni uomini tornavano dall’Australia per una visita ai propri parenti. Rino li incontrava e parlò del suo progetto a Fernando Lunardi e Tarcisio Paterno, suoi vecchi amici. Il suo desiderio era di riportare a casa le spoglie del suo amato padre. Detto fatto, gli amici tornati in Australia sbrigarono le formalità burocratiche e finalmente il 6 Settembre 1985 la salma di Antonio fu esumata. Alcuni amici assistettero alla cerimonia e, come ufficiale del dipartimento sanitario del Bass Shire Council, dove si trova il cimitero di Wonthaggi, c’era la presenza di Carlo Gheller, figlio di Antonio, emigrato in Australia nel febbraio del 1930.

La salma di Antonio fu messa su di un aereo che giunse all’aeroporto di Malpensa, dove lo attendevano con grande commozione il figlio Rino con la sua famiglia.  

Antonio, dopo tanto peregrinare, fu accolto a Foza dalla sua gente con una commovente cerimonia ed ora riposa finalmente nel cimitero del suo paese di Foza, accanto alle spoglie di Caterina Lazzaretti, sua consorte.

Foglio matricolare Antonio Omizzolo

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