Storie e memorie dei recuperanti di Foza

La bonifica militare demandata alla popolazione civile, con pericolo mortale

Nei nostri paesi, quando si trattava di andare a ricercare residuati bellici, la gente diceva semplicemente “ndemo a fero”.

Fu dopo il film “I Recuperanti”1 di Ermanno Olmi, distribuito nel 1970, che l’attività fu battezzata con quella parola, ritenuta forse più “nobile” o almeno più accattivante. In realtà si è trattato di un lungo e tribolato periodo della nostra storia e di un particolare “lavoro” che la nostra gente, in mancanza di altre risorse, fu indotta a fare al fine di ricercare e recuperare, con grande pericolo, per poi venderli, i residuati bellici abbandonati dopo la prima guerra mondiale. L’attività non era esercitata certo come passatempo o per passione, ma per pura necessità di sopravvivenza. Essa comunque permise alle famiglie di tirare avanti con qualche piccola entrata. Tuttavia il prezzo pagato per quel “lavoro” fu tremendo, arrivando a dover contabilizzare numerosi feriti, invalidi, decessi.

Una prima generica bonifica era stata effettuata quando, appena terminata, la prima guerra mondiale, i militari, anche coadiuvati da civili militarizzati, questi ultimi in parte retribuiti, raccolsero ingenti quantità di materiale disseminato dovunque in superficie. Tuttavia le bombe e le munizioni ancora sul territorio rimanevano tante, specie nel sottosuolo e nei luoghi più impervi.

Dopo i primi tempi, le istituzioni preposte non si occuparono più della raccolta del materiale bellico e soprattutto non si riconobbe mai l’enorme sacrificio costato per risanare il nostro territorio, violato ed offeso.

Sarebbe forse l’ora di istituire una giornata del ricordo o magari dedicare una via o un monumento alla memoria, in modo che non si dimentichi quel drammatico periodo che costò tanta sofferenza e tanti lutti.

Si deve dare merito al nostro indimenticabile scrittore Mario Rigoni Stern per i testi da lui preparati, uniti alla straordinaria capacità rappresentativa del grande regista Ermanno Olmi, perché essi hanno consentito di dare vita ad un capolavoro storico che ha tramandato un periodo rimasto impresso nella memoria dei più anziani. Nella primavera del 1967, in un incontro avvenuto appunto tra Mario Rigoni Stern, Tullio Kezich ed il regista Ermanno Olmi, nacque l’idea del film “I recuperanti” che, con attori protagonisti del luogo, con ambientazione l’Altopiano, racconta le vicende legate a quel periodo.

Il protagonista principale del film, il pastore, boscaiolo ed emigrante Antonio Lunardi, detto “Toni Mato”, in quanto era estroverso e scherzoso, già combattente della Prima Guerra Mondiale, impersonando il leggendario “Vu”, ossia Albino Celi di Valstagna, ma in realtà interpretando sé stesso, seppe trasmettere in modo realistico il dramma della disoccupazione e la spavalderia, se non l’incoscienza, che caratterizzava alcuni recuperanti di quegli anni difficili. Pare ancora di vedere Tony “Mato” negli anni ‘50 passare nella piazza di Foza per dirigersi in contrada Pubel o a Stoner, con il suo braccialetto al polso, che era in realtà una corona di rame tolta ad una granata calibro 75. Tony, cappello d’alpino in testa, era accompagnato dai suoi immancabili cani pastori ed attorniato dai ragazzi, e pare quasi di sentirlo ancora fischiare, gridare e cantare mentre s’incamminava allegro e vivace per andare a trovare gli amici pastori.

Antonio Lunardi, detto “Tony Mato”

Come non ricordare anche Carlo Munari del bar Italia di Gallio, titolare anche dell’ufficio di collocamento a Foza che, interpretando la parte cinematografica del film nella veste di medico soccorritore di un ferito dallo scoppio di una bomba, fu particolarmente efficace.

Tutti gli attori non professionisti impersonarono con efficacia il contenuto nel contesto storico e sociale e, tragica ironia della sorte, alcuni degli interpreti trovarono poi la morte nel febbraio del 1974, nel terribile scoppio che costò la vita a sette giovani di Asiago. Storiche anche le riprese degli esterni, tra cui quelle suggestive della contrada Gavelle, con la chiesetta dedicata a San Rocco scoperchiata, gli orti delimitati dagli steccati di legno, le immagini della donna intenta a chiedere al reduce arrivato in contrada, dopo aver percorso a piedi la strada delle gallerie della Valgadena, notizie dei soldati suoi familiari andati in guerra. E, sempre nel contesto delle riprese del film, l’inquadratura, sia pur fugace, del nostro poderoso e massiccio paesano Marcello Cristiani “Poi”, egli stesso rimasto ferito e mutilato a causa dallo scoppio di una bomba.

Dal film “I recuperanti”, la contrada Gavelle
Marcello Cristiani “Poi”, nell’ufficio del comune di Foza, in una scena del film di Ermanno Olmi

È finita la guerra mondiale – Il ritorno della gente sfollata

Nel 1919 i primi giovani ardimentosi, ancorché le autorità non avessero ancora concesso l’autorizzazione a rientrare nei paesi che erano stati teatro della guerra, salirono rapidi e di nascosto, percorrendo le mulattiere, conosciute anche dai contrabbandieri di tabacco, che si inerpicavano congiungendo Valstagna al paese di Foza, eludendo quindi i posti di blocco dei militari.

Salirono rapidi alcuni tratti della Vaesea, l’antica Zontall, e oltrepassata località Laiten, oggi definita Piangrande, giunsero, percorrendo un tratto della strada costruita dal genio militare, fino alla località Gossa, dove c’era il capitello detto “della Madonetta”. Ripresero l‘antica mulattiera che tra le rocce entrava nell’ultimo tratto della valle e, proseguendo, passava accanto all’osteria dei Marcolongo “Valla”, ridotta anch’essa ad un cumulo di macerie. Finalmente per i giovani si apriva la vista della contrada Valcapra, abbandonata in tutta fretta nel maggio del 1916, tre anni prima.

La Valcapra semidistrutta

I reticolati sbarravano il cammino e poi carri, cannoni abbandonati, bombe di ogni dimensione, zaini, coperte, lamiere, cucine da campo, marmitte ed ancora, qua e là, soldati accovacciati, serrati in pastrani, col fucile in mano, che pareva dormissero… ma erano cadaveri in putrefazione.

All’orizzonte si aprì la vista di un mondo terribile, il sole e l’aria erano ancora quelli che aveva creato Iddio ma ogni altra cosa era opera di Satana. I prati sembravano bruciati, i boschi erano scheletri nudi e secchi; la terra era ferita, le valli sembravano tante stazioni della via Crucis e più in alto, sul colle, il paese sembrava il calvario della nostra comunità.

Le macerie del centro di Foza

La guerra era ufficialmente terminata, ma non per tutti. I prigionieri austriaci erano stati trattenuti per compiere una operazione pietosa e altamente dolorosa. Essi dovevano raccogliere le salme dei caduti, soldati di vari etnie e nazionalità, uniti nel massimo sacrificio. Talvolta essi dovevano ricomporre anche povere membra disseminate, metterle nelle barelle e portarle verso i cimiteri di guerra.

I prigionieri alla sera dovevano rientrare nelle baracche nei loro campi recintati, tra cui quelli posti sul colle Obstap e in contrada Sbant, l’odierna Carpanedi.

I profughi intanto avevano ottenuto l’autorizzazione a ritornare nei loro paesi. Le abitazioni di loro proprietà non c’erano più; al loro posto trovarono macerie, materiale bellico e cadaveri di poveri soldati ed anche di animali. Miracolosamente si erano salvate le api di Antonio Lunardi, detto Toni “Ballot”, della contrada Valpiana. Le api avevano resistito ed erano rimaste lì nelle loro arnie, per tre anni, attendendo il ritorno dei profughi e la rinascita dei fiori dei prati e delle piante, le poche che erano rimaste.   

Lunardi Antonio “Ballot”, classe 1869, vissuto 96 anni e 6 mesi

Per avere un riparo fu necessario andare a recuperare le baracche militari sulla Marcesina e rimontarle nelle contrade. Mentre continuava in tutto il paese questa attività, una sera un prigioniero, eludendo la guardia, si allontanò dal campo della contrada Sbant, bussò ad una povera baracca in contrada Chigner ed entrò. Lorenzo Oro e la moglie Giovanna Gheller, detta “Nea Lenza” erano rientrati in paese da Ariano Irpino, in provincia di Avellino, dove erano stati mandati profughi e dove avevano dovuto lasciare nel cimitero locale tre delle loro figliolette morte di febbre spagnola. I coniugi gli fecero cenno di sedersi per cenare insieme alla loro famiglia. Senza proferire parola il prigioniero prese una fetta di polenta ed un po’ di companatico e alla fine uscendo dalla baracca disse in italiano, con un comprensibile forte accento tedesco, “grazie mamma”.

Lorenzo Oro “Lenz” e Giovanna Gheller “Chigher-Culàs” con la loro famiglia negli anni ’30. Si possono riconoscere da destra in alto Luigi e Giuseppina poi Orsola Oro “Nobile” e Gina, moglie di Giovanni, con i loro bambini. Il bambino con in braccio un gatto è Mario Oro “Lenz”

Nel frattempo, come ricordato, pattuglie di soldati italiani, assieme a squadre di civili militarizzati, continuavano ad accatastare l’ingente arsenale militare disseminato un po’ ovunque Talvolta le bombe venivano fatte brillare dopo che tutti venivano avvertiti con la tromba e il grido “la brusa… la brusa!”

Le condizioni socio- economiche dei paesi dell’Altopiano, già molto critiche fin dall’unità d’Italia, erano state drammaticamente compromesse dalla guerra mondiale, che aveva spazzato via paesi e popolazioni. Essendosi trovati al centro delle ostilità tra gli opposti eserciti, da una parte l’Italia con i suoi alleati e dall’altra l’Impero Austro-Ungarico, gli abitanti dei Sette Comuni erano stati costretti a sfollare dalle loro contrade per essere smistati in vari comuni e province, financo nel meridione della penisola italiana e in Sicilia.

I lavori di ricostruzione delle abitazioni e dei ricoveri per gli animali, iniziati nei primi anni Venti, impiegarono la mano d’opera ma la disoccupazione tornò ben presto preoccupante in un quadro di povertà generalizzata. Molti uomini ed anche intere famiglie, fin dagli anni Venti e Trenta, emigrarono in Francia ed in Belgio e parecchi fra i più giovani partirono già nel 1924 e nel 1925 per l’Australia. Per coloro che rimasero nei paesi, in mancanza di altra fonte di entrata, essendo i prati devastati e i boschi impoveriti ed anche la pastorizia entrata fortemente in crisi, divenne inevitabile cercare di guadagnare qualcosa con il recupero.

Già a cavallo tra le due guerre mondiali, dunque, i ricercatori dei Sette Comuni giravano le loro montagne, per raccogliere proiettili e altro materiale, abbandonati un po’ ovunque, specie nei rifugi e nelle trincee.

Andreino Carli e Antonio Lunardi nel film “I Recuperanti”, del 1969

Fin da subito si ebbero le prime vittime tra i civili, specie tra i più giovani.

Nel corso di varie interviste, alcune registrate da mio padre tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, Giuseppe Oro “Pegorel”, detto anche “Bepo Checat”, avendo egli assunto il soprannome della madre, in quanto suo padre era a lavorare nelle miniere statunitensi, ebbe a raccontare:

Nel 1919 un uomo originario di Valstagna si trovava in contrada Ori Chiomenti sull’ampio piano che fronteggia i “Colli Alti”. (n.d.r.: nei prati di mio bisnonno Antonio Chiomento, detto “Toni Petarutz”). Nel prato era stato abbandonato un cannone tedesco, con la canna puntata sul monte Grappa. L’ uomo tirò la funicella, il proiettile partì ed esplose chissà dove ed il rinculo uccise all’istante il malcapitato.

Ci fu poco tempo dopo, nel 1920, anche la morte di un ragazzo della contrada Ori Chiomenti. Il giovane era Domenico Chiomento “Fornet” che, essendo nato nel 1903, all’epoca aveva diciassette anni. Domenico e il fratello Bepo “Fornet” si trovavano sul Karecke e mentre armeggiavano attorno ad una spoletta si cominciò a sentire un sibilo. Bepo, allarmato, gridò al fratello: “Meti, Meti, scappa, scappa via..” ma tutto fu inutile.

Bepo “Checat” raccontò anche al riguardo della provenienza delle bombe oggi installate sul sagrato della chiesa parrocchiale di Foza. Una di queste, calibro “305”, venne rinvenuta da lui stesso e dal cugino Giovanni, entrambi “Pegorei”, nei pressi della Fratta (località vicina alla valletta che noi chiamiamo “grabo”, tra la contrada Chigner e Valcestona). Il grosso proiettile, trasportato in contrada Ori, fu prelevato dalla Regia Guardia di Finanza e consegnato per essere installato vicino alla chiesa. Altra bomba dello stesso calibro fu rinvenuta da Virginio Oro “Nobile”, sul Cappon, e disinnescata dai fratelli Giovanni e Tinto Lunardi “Jasinti”. Infine altri due proiettili simili furono rinvenuti da Alfredo Alberti “Eckar” e Antonio Lunardi “Jasinto”. Tra queste ultime bombe fu scelta quella che fa coppia sul sagrato della chiesa con quella rinvenuta da Bepo.

Parte del materiale bellico fu impiegato anche nelle case, nelle stalle e nei campi e inoltre trovarono miglior destinazione le lamiere, il filo spinato e gli elmetti, che divennero talora scaldaletti e alle volte scolatoi nelle concimaie; le canne dei fucili servirono nei “barchi” del fieno per sostenere la copertura e talvolta come lame per slitte; anche i fornelli militari e i piccoli badili delle trincee venivano usati nelle case; le baionette divennero coltelli di uso comune, sia per i norcini sia nelle cucine; le rondelle recuperate dalle granate si rivelarono utili nella costruzione dei carrettini per i giochi dei bambini.

Nei primi tempi, i recuperanti interrogavano i reduci della prima guerra per chiedere loro dove fossero piazzati i pezzi d’artiglieria, dove le mitragliatici e dove le polveriere.

In seguito, affinando sempre più il mestiere, gli uomini avevano individuato i luoghi migliori in cui scavare ed imparato a determinare in quali trincee vi fossero maggiori probabilità di rinvenire proiettili e cassette di cartucce. In mancanza di idonea attrezzatura, essi sondavano il terreno con verghe di ferro e percepivano, dalla tonalità e dal colore lasciato nella sommità inserita, la qualità del metallo sottostante: ferro, ottone, rame. Dopo lo scavo effettuato con il piccone ed il badile, avveniva il recupero dei residuati bellici, consistenti spesso in vere cataste di granate, ancora perfettamente funzionanti, ripiene di esplosivo e biglie di ferro o di piombo e con i detonatori inseriti. Talora gli uomini decidevano di far brillare i proiettili nelle gallerie, scavate a suo tempo dai soldati, posizionandoli sopra la legna su cui si appiccava il fuoco e, rimanendo ben riparati, aspettavano lo scoppio, avvertendo i paesani che fossero nei paraggi, del pericolo con il grido: “La brusa! La brusa!” Se tutto procedeva bene, dopo la deflagrazione era possibile recuperare buona parte dei metalli, anche se molto poteva andare perduto. Altri uomini, spesso i più giovani, ardimentosi e temerari, iniziarono invece a disinnescare le bombe, recuperandone anche l’esplosivo e si sentivano ormai così sicuri nel maneggiare gli ordigni da arrivare talvolta a praticare il pericoloso “lavoro” nel cortile di casa e all’angolo delle strade. Dapprima essi si cimentavano con le bombe dal calibro più ridotto, per operare, poi, con tutte le altre, di fabbricazione austriaca, tedesca, francese, inglese ed italiana.

I ragazzi spesso non si rendevano conto della pericolosità degli ordigni e già nel 1921 due di essi persero la vita: Giovanni Menegatti, di Domenico e fu Caterina Marcolongo, di anni tredici, morì sul monte Xomo, il 17 settembre, e nello stesso anno perse la vita Angelo Martini di Antonio ed Antonia Rodeghiero, di anni dodici, morto invece alle Fratte, il 29 settembre.

I decessi continuarono incessanti con Domenico Alberti, morto il primo maggio del 1926; poi morì a Ronchetto l’11 agosto del 1927, il carrettiere Luigi Lunardi, figlio di Giuseppe e di Maria Lunardi, di anni 17. Poi ancora un ragazzo, Raimondo Gheller di anni 11, figlio di Giacomo e di Maria Lunardi, morto il 27 settembre 1928 a Sasso Rosso. Successivamente perirono Luigi Cavalli di anni 26, deceduto il 7 giugno 1929, Giacinto Marcolongo di anni 33, deceduto il 28 settembre del 1933, Luciano Marcolongo di anni 19, deceduto il 23 maggio 1936.

Particolarmente dolorosa fu la morte di due paesani, un uomo ed un ragazzo avvenute il 22 agosto del 1939. I due, assieme ad altri, erano nei pressi della polveriera di Ronchetto. Francesco Chiomento, di Antonio e di Maria Chiomento, della antica contrada Farzenecke, di anni 30, padre di cinque figli, stava lavorando nei pressi. Durante la pausa mentre mangiava qualcosa, appena passato mezzogiorno si accinse a disinnescare un proiettile 105 schrapnel. Avendo egli sete, o forse per allontanare di proposito il ragazzo, mandò Settimo Carpanedo “Buro”, di fu Francesco e di Maria Lunardi, di 16 anni, a prendere un po’ d’acqua nella sorgente. Il giovane andò e fece in tempo a tornare con la borraccia piena d’acqua, ma il destino crudele coinvolse mortalmente entrambi nello scoppio dell’ultima granata maneggiata.

Oltre ai decessi ci furono diversi altri incidenti gravi, che  provocarono invalidità talvolta drammatiche, come quella occorsa a Domenico Lunardi detto “Meni Maino”. Egli, mentre si trovava a Caoria, in Trentino, perse entrambe le mani a causa dello scoppio di una bomba. 

Virginio Oro “Nobile” che recuperò una bomba calibro 305 suo Capon, subito sopra la contrada Cruni
Domenico Lunardi detto “Meni Maino”, prima del terribile incidente che lo mutilò di entrambe le mani, ed Antonio Lunardi, detto “Tony Malgaret”, suo compagno di lavoro, poi emigrato con la famiglia in Australia

La seconda guerra mondiale

Poi scoppiò la seconda guerra e molti uomini erano nei vari fronti d’Europa, della Russia e dell’Africa. Alla caduta del fascismo e dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943, i più fortunati tornarono a casa, mentre altri furono presi prigionieri dai tedeschi, ma anche dagli anglo-americani. Alcuni giovani entrarono nella resistenza, tra cui Severino Contri, nome di battaglia “Bandito”, e Angelo Lunardi, nome di battaglia “Demonio”, ma ne fece parte anche il Cav. Ilario Omizzolo, chiamato “Foza”.

I partigiani Angelo Lunardi, con la pistola, Severino Contri e Bruno Lazzaretti

In tutto l’anno 1944 e nei primi mesi del 1945, buona parte della forza lavoro di giovani, uomini ed anche di alcune donne, addette al rancio, era occupata nei cantieri della Todt. Questa era una organizzazione para-militare tedesca che organizzava cantieri di lavoro, spesso inutili, per tenere occupata la gente, compresi alcuni militari ritornati a casa dopo l’8 settembre del 1943 e giovani renitenti alla leva, questi ultimi ricercati dalle autorità e soprattutto dai fascisti per costringerli ad indossare la divisa della Repubblica Sociale di Salò. A dirigere i cantieri Todt era un gigantesco militare tedesco di nome Schulz, che si spostava in sella al suo cavallo. Il rancio per gli operai era assicurato, come una sia pur modesta paga distribuita negli uffici approntati presso le ex scuole dei Lazzaretti. Tutto questo cessò con la liberazione e, dopo la cessazione delle ostilità, la disoccupazione incalzante aggravava la povertà e generava una serie continua di crisi amministrative e proteste popolari.   

Tale situazione socio-economica costrinse uomini di ogni età, reduci di guerra, donne e ragazzi ad esercitare l’attività pericolosa di ricerca e successiva rivendita del materiale bellico. Poiché con la guerra di Corea il prezzo dei metalli era lievitato e il mercato del recupero divenuto favorevole, il recupero di ferro, ottone, piombo e rame rimase praticamente quasi l’ultima disperata fonte di sopravvivenza. Un chilo di ferro valeva 30/40 lire e consentiva l’acquisto di un chilo di farina da polenta, mentre un chilo di pane costava 100 lire, un litro di latte 30 lire e un bicchiere di vino in osteria 10 lire.

A facilitare la ricerca, nel secondo dopoguerra, a differenza di come era avvenuto il recupero in precedenza, furono messi in vendita a Verona e poi a Rovereto i “radar” cercamine americani, detti “calamite”, che per mezzo di emissioni acustiche permettevano d’intercettare metalli sotterrati in profondità. A causa del costo troppo elevato, questi apparecchi venivano talvolta comprati in società. In paese si costituì anche la Cooperativa Operaia Ricerca Residuati Bellici.

Alle prime luci dell’alba di ogni lunedì mattina, intere famiglie partivano per il recupero e a piedi raggiungevano i luoghi prestabiliti sulle montagne circostanti il paese, per rimanervi fino al sabato successivo. La gente di Foza batté palmo a palmo tutte le contrade, per portarsi poi sul Sasso Rosso, sulle Melette, sul Monte Fior, Castelgomberto, Ortigara e Badenecke e, infine, sul più lontano Monte Grappa. A sera la gente si riuniva attorno a grandi fuochi, dove ci si riscaldava conversando e fumando una sigaretta di trinciato o di tabacco del “canale” e si mangiava un po’ di polenta e companatico oppure del latte munto da qualche capra.

Spesso, ancora vestiti con giacche e pantaloni militari e cappello d’alpino, gli uomini, prestando orecchio ai suoni del radar ed interpretandone il sibilo che, tra l’altro, attraeva le vipere, mentre sondavano il terreno riuscivano a distinguere dalla superficie la qualità del metallo sottostante: ferro, ottone, rame.

Dopo aver disinnescato le bombe, ponendo attenzione a non maneggiare quelle ripiene del pericoloso gas di iprite, l’esplosivo di colore giallo veniva venduto per l’utilizzo nell’estrazione del marmo e la rimozione dei ceppi nei boschi, ed usato anche per la tradizione di festeggiare rumorosamente gli sposi, prima del loro matrimonio. Anche il Comune lo impiegava nei lavori di sbancamento per l’ampliamento delle strade, custodendolo dapprima nell’edificio dell’acquedotto comunale, posto nei pressi della chiesa, ed in seguito nello scantinato del municipio, un luogo più facile da tenere sotto vigilanza.

Con il pesante materiale caricato sulle spalle, i recuperanti si dirigevano nei luoghi dove, dopo la ripartizione e la pesatura, lo si vendeva ai commercianti, che pagavano in contanti e che provvedevano in seguito ad inviare il tutto nelle fonderie, per mezzo di carri trainati dai cavalli o su camion. Naturalmente, per poter essere vendute, le bombe dovevano essere anzitutto disinnescate, ovvero private della spoletta e dell’esplosivo affinché non scoppiassero all’interno degli altiforni.

Ogni venerdì pomeriggio, o al sabato mattina, alcuni commercianti, tra cui Zaccaria Compostella, detto anche “il povero Mario”, si recavano nella zona prestabilita per acquistare il recupero e pagavano in contanti: il ferro 30/40 lire al chilo, 150 lire il piombo, 200 lire l’ottone dei bossoli di granate e cartucce, nonché 300 lire le corone di rame dei proiettili.

I racconti e le avventure di questa attività rimangono tuttora vivi nella memoria, come il miraggio del rinvenimento fortunato di qualche deposito nascosto chissà dove dagli opposti eserciti. Alcuni recuperanti si erano circondati di una fama quasi leggendaria e, come detto, si sentivano avvolti da un alone di presunta incolumità nello svolgimento della propria attività.

Mario Compostella in una immagine degli anni ’40

Vi furono alcune figure particolarmente rappresentative, come quella di Marco Marcolongo “Mascaro” uomo di alta statura, buono e socievole, che sperava di poter aver fortuna rinvenendo il grande deposito delle bombe della guerra e sgridava amichevolmente i pastori che, occupando con le pecore al pascolo il tratto dove lui assieme ai figli Giacomo e Tony era al “recupero”, non gli consentivano di lavorare in pace; l’altro suo figlio maschio era purtroppo deceduto prigioniero in Germania. Ed è ricordata dai più anziani la colorita espressione di Marco quando, rivolto al pastore beatamente sdraiato sull’erba accanto alle sue pecore, ripeteva: “Para via e piegore, che sotto ghe xé e scaje!” Poi c’era Arturo Carpanedo detto “Turo” che afferrava senza paura le vipere attratte dal sibilo della sua “calamita”.

Marco Marcolongo “Mascaro”
Carpanedo Arturo “Turo Sgualdo”

L’attività di recupero consentì anche di rinvenire talvolta depositi di cartucce, bossoli d’ottone, cannoni, granate, con cui alcuni poterono saldare i conti sospesi nelle botteghe di generi alimentari, comperare la bicicletta, talvolta una mucca o una radio, oltre che concedersi abbondanti bevute nelle osterie del paese. Questi personaggi, che si chiamavano Luigi Cristiani detto “Jijo Poi”, Virginio Oro “Nobile”, Luigi Marcolongo detto “Jijo Luserno”, Luigi Menegatti detto “Jijetto Campanaro”, i Gheller “Bacani”, Giuseppe Gheller, detto “Bepi Stagnin”, Felice e Aldo Alberti “Eckar-Nadarei”, e tanti altri del paese, hanno esercitato negli anni Cinquanta l’attività di recuperante, solitamente associati in piccoli gruppi famigliari.

Felice e Aldo Alberti ” Ekar Nadarei”
Giuseppe Gheller, detto “Bepi Stagnin”

La sorte non fu però benigna per altre persone sfortunate, come Martini Giovanni “Sčiavina” e Gheller Rino fu Giuseppe “Sarte”, che perirono per lo scoppio; anche molti altri rimasero feriti e mutilati gravemente.

La dolorosa conta dei decessi proseguì ininterrotta con Giuseppe Guzzo “Soca”, di anni 14, che perse la vita il 19 novembre 1953, nei pressi dell’antica fontana di contrada Steiner.

Poi Bruno Stona, di anni 33, sposato e padre di una bambina, il 27 ottobre del 1954 fu vittima dello scoppio, mentre era al lavoro in un cantiere stradale.

La stessa sorte, nell’anno 1955, toccò a Giacomo Gheller, detto “Jaco Sbinco”, mentre a giorni si apprestava a partire per l’Australia, assieme a sua moglie e alle figliolette. Al mattino era andato al recupero con alcuni amici e poi erano tutti passati a bere un bicchiere all’osteria dei Lazzaretti. Nel primo pomeriggio di quell’infausto giorno, mio nonno Pietro Oro detto “Piero Cup” era tornato a ricercare residuati nei pressi della contrada Chigner, quando senti il boato, vide il fumo e sentì le grida provenienti dalla contrada Furlani ed esclamò come nefasto presagio: “povero Jaco”.

Giacomo Gheller “Jaco Sbinco”, morto scaricando un ordigno bellico in contrada Furlani, era sposato con Caterina Gheller “Tinti”, per tutti Tina, sorella di Antonio Gheller “Tony de a Tinti”. Due le figlie, Marisa e Silvana, emigrarono in Australia dopo la morte del papà

La sequenza di lutti non era destinata ad interrompersi. Il 29 agosto 1959 toccava a Marco Menegatti “Sette”, fratello del mio bisnonno “Dordi Sette”. Egli, durante la prima guerra, era stato arruolato nella Regia Guardia di Finanza ma, tornato alla vita civile, la sua professione era quella di boscaiolo, unita alla passione per la caccia. Quel giorno si era portato, assieme all’amico Valentino Lunardi, detto “Valente Catagno” fin sulla Piramide, eretta con le pietre in ricordo della Brigata Sassari, nei pressi della malga Lora. Marco voleva procurarsi un po’ di polvere da sparo per caricare le sue cartucce da caccia. Tuttavia un piccolo proiettile che stava maneggiando non gli diede scampo e ne causò la morte, all’età di 63 anni.

Mio zio paterno Salvino, classe 1939, nella sua autobiografia ricordò quel periodo scrivendo:

In età giovanile, negli anni Cinquanta, feci il recuperante, in compagnia dello zio materno Silvio e del cugino Eugenio Chiomento, detto “Genio Cavai”. I due uomini erano alti e di robusta costituzione e lo zio, oltre che essere il sindaco del paese, faceva anche il boscaiolo. Dopo qualche tempo, il cugino Eugenio lasciò la società per emigrare in Australia, proprio come uno dei protagonisti del film “I recuperanti”.

I cugini Silvio ed Eugenio Chiomento in due immagini giovanili di inizio anni ’30

Rimanemmo soltanto in due e, giorno dopo giorno, abbiamo setacciato buona parte del territorio di Foza ed anche del Monte Ortigara. Un giorno, mentre eravamo su al Sasso Rosso, avevamo trovato delle granate calibro 75 mm. inesplose, ripiene di palline di piombo. Un paesano passò vicino e mi chiese dove le stessi portando. Io risposi “in malga”. Lui mi disse di spostarmi un po’, che in due minuti le avrebbe disinnescate. Così fece e potei vendere ferro e piombo. Qualche giorno dopo, presso la malga Lora, trovai altre granate di calibro 75 mm, sempre caricate a piombo, simili a quelle trovate al Sasso Rosso. Stessa scena con il paesano che le disinnescò e di nuovo vendetti ferro e piombo. Sempre presso malga Lora, un giorno il radar segnalò un residuato molto grosso. Difatti dallo scavo uscì una granata inesplosa di calibro 149 mm, di fabbricazione francese, completa con la corona di rame. Passò casualmente un paesano e chiese allo zio se gliela voleva vendere per 500 lire, in quanto lui l’avrebbe disinnescata. Lo zio rifiutò, forse perché temeva per la vita di quella persona o forse perché secondo lui il valore era molto superiore e disse: “Questa sera, prima di ritornare a casa, la porto in galleria per farla brillare e domani mattina vado a raccogliere il ferro”. Cosi facemmo. Al mattino successivo ci recammo presso la galleria per raccogliere quello che era rimasto dopo lo scoppio. Raccogliemmo forse un kg. di ferro, che il commerciante pagò con 30 o 40 lire, e non sapemmo dove fosse finita la corona di rame.

Un giorno eravamo sulle pendici di Montagnanova, dove avevamo appena ritrovato un po’ di ferro ed una pistola con il manico di madreperla, probabilmente appartenuta ad un alto ufficiale. Volevo tenermi la pistola ma lo zio non me lo permise, perché temeva per la mia incolumità. Ad un certo punto scoppiò un furioso temporale con lampi e tuoni. Di solito, quando vi era maltempo, ci riparavamo dentro le gallerie oppure entravamo nelle malghe, se eravamo nei pressi. Talvolta approfittavamo delle capanne dei roccoli di Luigi Menegatti detto “Jijo Stivain”, oppure di Virginio Oro “Nobile” o di Vincenzo Lunardi, od anche di Attilio Martini, detto “Tilio Fere”.

Malga Montagnanova con vista sull’Altopiano dei Sette Comuni

Quel giorno non c’era nelle vicinanze nulla di ciò ed il gruppo presente trovò riparo sotto uno dei rari pini, in attesa che smettesse di piovere. Tuttavia ad un certo punto un lampo ed un tuono più forte ci fece sobbalzare e vedemmo a poca distanza un pino incendiarsi, colpito in pieno dalla saetta. Lo zio disse a tutti che era meglio scappare da qualche altra parte ed io mi avviai correndo giù per la montagna, incurante della pioggia, e me ne ritornai a casa.

Sul Monte Ortigara, nella prima settimana di permanenza, un uomo che dormiva nella nostra stessa galleria trovò una granata inesplosa di grosso calibro caricata a piombo. L’indomani mattina, dopo che tutti eravamo usciti per la ricerca dei rottami, la disinnescò in modo di poter vendere il ferro ed anche il piombo. Durante la seconda settimana di permanenza, arrivarono le guardie forestali e dissero che avrebbero multato chi fosse stato trovato a raccogliere il ferro, nel caso in cui non avessimo chiuso bene i buchi fatti per la ricerca dei rottami

Salvino Menegatti ritratto con la moglie Gabriella Oro in occasione della consegna, nel 2006, del diploma di Cavaliere della Repubblica Italiana

Anche Ivana Contri “Tomia”, una madre di famiglia, oggi ottantenne, sempre partecipe nelle ricorrenze paesane, nonchè attiva protagonista nel conservare le tradizioni, ricorda lucidamente il periodo vissuto nel secondo dopoguerra:

“Nella nostra contrada della Valcapra durante la prima guerra c’erano tra le altre cose un ospedale da campo e l’abitazione della famiglia Agostini, che i soldati italiani avevano trasformato in polveriera. Nel dicembre del 1917, un aereo austriaco aveva sganciato alcune bombe sulla contrada, una delle quali colpì casa Agostini e successe un finimondo, con la distruzione totale delle abitazioni e con i soldati presenti scomparsi nel nulla. I proiettili scoppiati aprirono una profonda voragine e sotto le macerie rimasero ancora proiettili e brandelli di soldati”.

Ivana Contri “Tomia” durante la “Festa della Pecora” del 2013


Negli anni ’50, i recuperanti della contrada scavarono a lungo nella zona dello scoppio. Tra loro c’era
Cristiano Contri, detto “Crestan Trol”, coadiuvato dalla moglie Linda. In particolare, assieme ai coniugi
partecipava alle ricerche la giovane Irma Contri “Tomia”, accompagnata dai nipoti, Graziano e la sopracitata Ivana.
Il recupero era attività pericolosa ma alla sera essi potevano andare a vendere il materiale raccolto presso
la bottega della “Vedoetta”, ossia Maria Chiomento Mengar, vedova Martini.

Cristiano Contri, detto “Crestan Troll”
1958. Ivana Contri di ritorno dalla spesa presso la bottega di Maria Chiomento “Menga”

Dopo i primi tempi, avendo accumulato qualche risparmio, si comprarono, con una spesa di 20.000 lire, un radar, ossia la calamita che consentiva di individuare i metalli sepolti. Irma allora era una giovane non ancora ventenne, che pur in un paese che aveva poco da promettere, cullava il suo sogno. Irma desiderava poter disporre dei risparmi per acquistare il corredo senza pesare sulla famiglia. Così anche lei, assieme a Crestan e a Linda, passò i suoi giorni scavando con piccone e badile, recuperando i metalli della guerra, finché non raggiunse l’importo sufficiente per coronare il suo sogno, che
era quello di essere accolta nel collegio delle suore e poter quindi realizzare al meglio i propositi della sua
giovinezza.

In paese, coloro che hanno partecipato in prima persona all’attività di recuperante dei tempi eroici del primo dopoguerra sono naturalmente tutte scomparsi. Rimangono in vita soltanto alcuni recuperanti del secondo dopoguerra, che ricordano lucidamente le fatiche e le avventure di un mestiere così pericoloso ma allo stesso tempo necessario per sopravvivere. Tra essi c’è mio zio materno, Giovanni Oro “Nobile Cup”, detto “Joanin Cup”, ora novantenne, un tempo chiamato anche “il re della cuccagna”, per la sua agilità nel raggiungere la sommità del palo della cuccagna, senza alcun aiuto.

Giovanni Oro “Nobile Cup” sale da solo sulla cuccagna

Il suo racconto incomincia ricordando le lunghe serate vicino al fuoco acceso all’esterno delle gallerie oppure della “pendana” (stalla della malga) sul Monte Grappa, dove i recuperanti dormivano alla notte. Le serate venivano trascorse ascoltando le storie raccontate da Antonio Menegatti “Sette”, detto “Pecora”, un uomo che ne aveva viste tante nella sua vita di giovane emigrante in Francia a lavorare nella costruzione della metropolitana di Parigi, poi da soldato nella Regia Cavalleria, poi colono in Libia, ed anche partigiano, presente nei giorni del rastrellamento avvenuto a Granezza, ed in ultima istanza emigrato definitivamente a Seattle, negli Stati Uniti, assieme alla sua famiglia. Lo zio Giovanni racconta che un gruppo di circa trenta persone, tra cui anche vari giovani, partivano il lunedì di buon’ora, scendevano a Valstagna per il pericoloso percorso della “Corda”, attraversavano il fiume Brenta sopra una traballante passerella e poi prendevano una stretta e molto ripida mulattiera che conduceva fino al Monte Grappa. Il gruppo rimaneva al lavoro fino a mezzogiorno del sabato per poi tornare a casa seguendo lo stesso itinerario dell’andata. Per quanto riguarda il cibo, essi si approvvigionavano presso l’osteria “Alla Lepre” che aveva anche lo spaccio di generi alimentari. I giacigli per la notte consistevano in “dase” (rami sottili di pino) e un po’ di paglia.

Giovanni si ricorda ancora alcuni dei nomi dei presenti.

Assieme a suo padre Piero, mio nonno, c’erano anche suo zio Chechi, con i figli Emilio e Angelo, detto “Angin Cup”, poi Rico“Tonat”, ossia Beniamino Lunardi, con i suoi figli Ferruccio e Guerrino, poi ancora Giovanni Oro “Pegorel”, detto “Nani de Vico”, Giacomo Gheller, detto “Jaco Sbinco”, Nino Gheller “Gozza”, “Moro dei Mengar”, ossia Bruno Gheller, e pure Attilio Gheller, detto “Testa Bianca”, con suo figlio Marietto e tanti altri, tra cui appunto il cantastorie “Tony Pecora”. Il sabato pomeriggio, prima di prendere la lunga e difficoltosa strada per il ritorno a casa, essi vendevano ai commercianti quanto avevano rinvenuto durante la settimana. Il loro soggiorno sul Monte Grappa durò diversi mesi.

USA 1971, Antonio Menegatti “Pecora” con la moglie Oliva Oro

Un altro recuperante, oggi ultranovantenne, è Severino Lunardi, detto “Lino Gecchelin”, classe 1932. Lino è stato anche sindaco di Foza e possiede ancora molti ricordi del periodo del secondo dopoguerra, ricordando quei lontani tempi nei quali quasi tutti erano occupati nel recupero. Egli lavorava assieme a Francesco Lunardi, detto “Checco Gecchelin” e Guido Lunardi “Ballot”. Verso i primi di marzo, quando la neve era in buona parte scomparsa, essi si portavano sul Monte Fior, il Castegomberto, lo Spill verso Montagnanova, monte Miela vero malga Meletta. Essi partivano all’ alba portando a turno sulle spalle una vecchia slitta, seguendo la mulattiera del Cappon. Lavoravano tutto il giorno a cercare proiettili e residuati di guerra. Tornavano a casa alla sera e talvolta, quando la fortuna li accompagnava, trovavano discrete quantità di ferro e di altri metalli. Il lavoro era assai duro e a mezzogiorno si fermavano per mangiare un boccone, un po’ di pane e salame o formaggio.

Malga Montagna Nova di Foza e le Corone del Monte Fior

Con il recupero, i tre soci risparmiarono un certo quantitativo di denaro, che consentì loro di acquistare il radar, ossia la calamita, che rendeva molto più facile individuare i metalli, anche posti sotto terra. C’erano dei commercianti che acquistavano i metalli raccolti qua e là, in particolare il già menzionato Zaccaria Compostella, detto “Mario Strassaro” che già a quei tempi aveva acquistato un camioncino e si portava nei luoghi di raccolta. In paese vi erano altre persone che acquistano i metalli, come Antonio Contri “Costeltar”, che arrivava con il suo carretto trainato da un mulo, oppure come Abramo Stona; a quest’ultimo venivano consegnati i rottami direttamente a casa, da parte di Severino e degli altri. Severino racconta che i tre erano molto affiatati tra loro ma quello era un lavoro che non offriva prospettive ed allora, sia pure a malincuore, egli abbandonò la compagnia ed emigrò a Busto Arsizio, iniziando a lavorare in un cantiere edile, assieme a suo cognato, sposato con sua sorella Maria. Il lavoro nel cantiere era duro ma almeno senza il pericolo dello scoppio delle bombe.

Segue la testimonianza di Virginio Alberti “Lero”, nato nel 1940:

Sono nato nel 1940 e, considerata la mia età, non ho mai fatto il recuperante. Ricordo tuttavia che i miei Fratelli Giacomo, nato il 16/05/1925 e Giovanni, nato il 07/12/1929, negli anni 1948 – 1949 avevano fatto “squadra” con i fratelli Antonio e Aurelio Lunardi di Gallio e residenti al Buso – Ronchi di Dietro. La zona che loro frequentavano era quella dell’Ortigara, del Monte Campigoletti, Campolussi, Cuvolin e Malga Pozze. L’attività di recupero è durata circa un anno, a cavallo tra il 1948 e il 1949. Normalmente essi rimanevano lontani da casa per due – tre settimane, fino a che le scorte di viveri che si portavano erano sufficienti; dormivano nelle gallerie scavate in tempo di guerra, su frasche di pino mugo.

Un aneddoto di colore che Virginio ha raccontato : A quel tempo, quando i recuperanti restavano lontano da casa per una, due o tre settimane, spesso venivano accompagnati da qualche donna della famiglia. Alla squadra dei miei fratelli si era aggiunta anche una sorella dei fratelli Lunardi, che si chiamava Adelina. Era una gran bella ragazza e mio fratello Giacomo l’ha subito corteggiata, ma lei, per tutto il tempo in cui rimasero a fare i recuperanti, aveva sempre detto di no al suo corteggiamento. Va ricordato che, una volta tornati a casa e abbandonato il lavoro di recuperante, Adelina cambiò subito idea, accettando Giacomo come moroso e poi marito.

1948 a passo Falzarego. Al centro, in piedi, Giovanni Alberti “Lero” con, a destra, il fratello Giacomo che è distratto dalla bella Adelina Lunardi, sua futura sposa, con la mano sul mento

A differenza di altri recuperanti di Foza, loro vendevano il materiale raccolto a un commerciante di Lugo Vicentino il quale saliva con il suo camioncino per la strada di Galmarara, Bivio Italia e fino al Baito Cuvolin.

Quando tornavano a casa dopo 15-20 giorni di duro lavoro, erano felici e orgogliosi per quel poco che riuscivano a portare in famiglia. Mi ricordo che parlavano dell’attenzione con la quale scaricavano le bombe ma anche della paura che qualcosa non andasse per il verso giusto, visti i tanti incidenti causati da quel pericoloso e faticoso lavoro.

Questo è quanto ricordo della vita da recuperante dei miei fratelli. 

L’altro recuperante tuttora vivente, Ermelindo Gheller “Bacan”, detto Buscari, è giunto in buona salute al traguardo dei 94 anni; egli è residente con la famiglia nella sua casa di contrada Furlani, contraddistinta da voluminose bombe poste all’entrata, segno evidente del suo lontano trascorso di ricercatore. Il Buscari ha consumato la sua vita lavorando come emigrante e come boscaiolo ma da giovane aveva fatto il recuperante, attività divenuta poi la sua vera passione, occupandolo assieme ai suoi amici di sempre. Essi erano, in particolare, Ernesto Menegatti “Nesti”, poi perito anche lui tragicamente, e Silvestro Stona, emigrato in Olanda, dove aveva messo su famiglia a Maaastricht. Con loro Buscari ha attraversato e scrutato tutto il territorio, riportando alla luce ogni genere di residuato della guerra.

Recuperanti a metà anni ’70. Da sinistra, Costantino Stona, figlio di Silvestro, Ermelindo Gheller “Buscari” , Ernesto Menegatti “Nesti”, Gianni Gheller “Bacan”, Renato Gheller “Testabianca”

Cugino di Buscari era Mario Gheller, detto Marietto “Testabianca” figlio di Attilio. Le loro famiglie abitavano porta a porta nella contrada Furlani. Marietto fu una figura emblematica e dal destino segnato.

Egli non era alto di statura ma aveva occhi e spirito vivacissimi, tempra d’acciaio, conoscitore di ogni anfratto delle montagne. Marietto, primogenito di tanti fratelli e sorelle, aveva imparato fin da piccolo a vivere di tutto e di niente. Fin da bambino era solito battere le montagne assieme ai familiari, ora al recupero, ora a rinvenire i funghi, ora a caccia di animali selvatici, ora a estrarre le “soche” (ceppi) nei boschi usando l’esplosivo. Andò a lavorare alcuni periodi, come fuochino, in Alto Adige ed anche all’estero, ma la sua vera passione era quella del “recupero”. Marietto, sigaretta sempre in bocca fin da bambino, parlando alle granate con spavalderia come se queste potessero intenderlo, si metteva al lavoro per renderle innocue. Negli anni Sessanta, nei pressi di malga Lora, disinnescò e rese inoffensive oltre 2000 granate calibro 75, 105 e 149, mm. a Schrapnel. Per lunghi periodi dell’anno le sue mani apparivano completamente gialle, avendo esse assorbito il colore dell’esplosivo estratto dalle bombe.

Nelle feste patronali Marietto era uno dei più agili e lesti a raggiungere la sommità della cuccagna e a conquistare il premio. Marietto aveva pochi rivali nel gioco della morra e nei giochi di carte. Memorabili restarono le infinite partite giocate con l’amico e quasi coetaneo “Ringo”, ossia Battistino Stona. Si interessava anche alla vita del paese e nelle elezioni amministrative del 1975 aveva svolto il compito di scrutatore. Ricoprì la carica di segretario della sezione del partito comunista di Foza. Durante le esercitazioni con missili sparati dagli americani e dall’esercito italiano negli anni Settanta, quando ancora vigevano le servitù militari in Altopiano, Mario, incurante del pericolo, si riparava nelle gallerie ed era il primo a raggiungere il posto recuperando il ferro che rimaneva dopo lo scoppio.   

Marietto “Testabianca”

 

Il 18 giugno del 1977, dopo una cerimonia nuziale, all’ora di pranzo all’interno del ristorante “Alle Alpi” di Foza, erano riuniti parenti ed amici per festeggiare il matrimonio dei miei zii Luciana Menegatti e Giuseppe Munari. Un forte boato rimbombò in tutto il paese, nonostante il cielo fosse terso e limpido.

Passato poco tempo, apparve sulla porta d’ingresso della sala da pranzo Pietro Gheller, detto “Pirche”, che fece un cenno a mio padre, allora sindaco, facendogli capire che gli voleva parlare. Mio padre uscì dalla sala, lasciando la giacca appesa all’attaccapanni. Là fuori ad aspettare mio padre c’era anche Lina Gheller, che mise al corrente mio padre del nefasto presagio e terribile sospetto relativo alla sorte dei suoi due fratelli Mario e Renato.

Mio padre tornò sui suoi passi inventandosi una scusa, dicendo a mia madre, in dolce attesa di mia sorella Rossella, che doveva assentarsi per un po’, in quanto un paesano aveva necessità che egli, in quanto sindaco, si recasse in municipio per firmare dei documenti per consentire l’espatrio, mentre invece si avviò in tutta fretta, con la sua auto, verso il luogo della deflagrazione, prendendo a bordo sia Lina che “Pirche”.  

Di Marietto, che aveva quasi 40 anni, e di suo fratello Renato, di anni 30, che lasciava la moglie e due bambini, non rimasero che delle briciole, portati via entrambi dallo scoppio di un’enorme granata del calibro 420 prolungato, di marina.

Quasi a presagio di ciò, l’anno che precedette la disgrazia, un artista aveva donato a Marietto un’opera dedicata alla figura del recuperante, costruita con le schegge delle granate della Prima Guerra Mondiale, da lui stesso fornite. La piccola statua, nelle sue intenzioni già manifestate al sindaco, sarebbe dovuta essere collocata nella piazza del paese, a ricordo dei recuperanti.

Dopo la disgrazia essa è stata posta invece a Schintegrube, nella conca verde e silenziosa, protetta dagli alberi dell’antico bosco, dove nidificano gli urogalli, nel luogo in cui un lampo accecante ed un boato terrificante fecero ascendere gli spiriti di Marietto “Testabianca” e del fratello Renato verso l’eternità.

I fratelli Renato e Mario Gheller

E fu il lutto di tutta la comunità, decretato dall’amministrazione comunale.

Ma le tragedie non erano ancora terminate…

Uno dei più abili recuperanti, conosciuto in tutta la provincia, era Ernesto Menegatti “Sette”, detto Nesti, cugino di mio padre. Egli rimase gravemente ferito ad una gamba a causa dello scoppio di una spoletta quando era ancora bambino, per colpa di un ordigno imprigionato in un ceppo che scoppiò sul focolare.  

La sua famiglia era povera, in quanto Nesti era rimasto senza il padre Eugenio, perito molto giovane, nel 1937, a causa dei polmoni rovinati dalla polvere di quarzo respirata nelle cave francesi. Nel 1938 Nesti lasciò la mamma e i fratelli e seguì i nonni e gli zii che si trasferirono come coloni in Libia. All’approssimarsi della disfatta italiana in Africa, Nesti, ancora giovanetto, tornò a casa, sbarcando a Napoli, nel 1942, dopo essere stato prelevato a Barce, in Cirenaica, da mio nonno Giacomo, mandato in licenza militare dopo un suo lungo soggiorno in Africa orientale. Nesti, non potendo emigrare in Australia come suo fratello Idillio e gli amici della contrada per via di quella gamba rovinata, aveva incominciato a raccogliere e a conservare nel corso del tempo ogni genere di munizioni, fucili, divise, granate, per donarle ad un museo. Suoi inseparabili compagni furono Jijeto Campanaro, Marietto Testabianca, Ermelindo Gheller detto “Buscari” e Silvestro Stona.

I recuperanti Luigi Menegatti “Jijeto Campanaro”, Mario Gheller “Marietto Testabianca” ed Ernesto Menegatti “Nesti”

Il 29 ottobre del 1983, proprio vicino alla sua casa in contrada Gavelle, posta appena sopra la chiesetta dedicata a San Rocco, Nesti aveva appena finito di pranzare e si era messo di nuovo al lavoro: l’ultima bomba che stava disinnescando, per offrirla come cimelio ad un amico, non gli lasciò scampo.

Le sue ultime profetiche parole, in occasione del pranzo consumato prima di uscire di casa, erano state: “mamma, questa è l’ultima pastasciutta che mangio.”

Pochi giorni dopo moriva stroncata dal dolore anche sua mamma, Antonia Lunardi “Jasinta”, seguita dopo poco tempo, per lo stesso dolore, anche dallo zio di Nesti, Giovanni.

“Nesti” con la madre Antonia Lunardi “Jasinta”

Negli anni Cinquanta – Sessanta il gioco praticato dai ragazzi era quello descritto da mio zio Giorgio nella sua pubblicazione “La storia del capriolo Moscatel”. I ragazzi ponevano le proprie cartucce in fila, ad una certa distanza, sui gradini della chiesa o del municipio. Chi aveva miglior mira nel tiro e le abbatteva ne diventava il proprietario. 2

Ora ci sono ancora degli appassionati che di tanto in tanto girano con il radar nei posti più nascosti e raccolgono testimonianze della guerra, soprattutto oggetti appartenuti ai soldati belligeranti, come medaglie, mostrine, anche orologi che conservano con cura, come memoria di una guerra sanguinosa e come tutte le guerre portatrice di morte e sofferenza negli umani, come negli animali, e financo nelle piante. Anche a me è capitato di essere presente in alcune uscite assieme ai recuperanti, tra gli anni Ottanta e gli anni Duemila.

A cento anni dalla fine della prima guerra mondiale, nel 2018, la tempesta Vaia ha alterato gravemente l’equilibrio delle nostre foreste, abbattendo in una notte milioni di piante, risparmiando fortuitamente vite umane. Uno degli alberi abbattuti e sradicati era una pianta centenaria che svettava sul luogo dove c’erano state le battaglie della prima guerra mondiale. Si trattava dell’abete rosso che viveva sul Tondereckar, ossia, nella nostra antica lingua cimbra, sul “colle dei tuoni”.  

L’abete rosso aveva resistito alla guerra, alle intemperie e alle bufere, ma la tempesta Vaia ha stroncato anche lui. Ma ecco la sorpresa: il grande tronco, recuperato dai boscaioli e portato ai Lazzaretti nella segheria dei f.lli Omizzolo, era stato messo sul pianale per essere lavorato e sezionato e successivamente utilizzato come tavole. Mentre si svolgeva il lavoro, la lama, incontrando un metallo, si inceppò con un forte stridio e scintille. L’esame successivo verificò che all’interno dell’abete era infilata e spuntava una baionetta della prima guerra mondiale, rimasta per un secolo nel cuore dell’albero. Mio zio Giorgio, che ha raccontato i fatti, scrisse: “la baionetta conficcata nel cuore dell’albero ci ha trasmesso un messaggio di dolore, altra testimonianza di quanto sia nefasta la guerra, per i giovani soldati dell’una e dell’altra parte, per le popolazioni civili strappate dalle loro case e ai loro affetti, per l’habitat tutto e per le piante. Che cosa avrà provato l’abete rosso con quel corpo tagliente, che nel tempo si era conficcato negli anelli centrali rimanendovi per oltre cento anni.? Forse anche le piante a loro modo provano dolore. Ora il ceppo dell’abete rosso del monte Tondereckar è conservato presso il museo etnografico della comunità di Foza”.

Gabriele Menegatti

Un ringraziamento ad Angela Menegatti Stefani, ad Ivana Contri, a Carlo Lunardi e a Carmelo Consoli per lo spunto dato da un suo post sui recuperanti di Foza.

Antonio Menegatti, detto “Tony Pecora”, soldato della Regia Cavalleria, primo a sinistra tra i seduti
Anni ’50, il quindicenne Guido Lunardi “Catagno” con la calamita. Sullo sfondo il colle di Stoner ed il Monte Grappa
Anni ’60, ai piedi del Monte Ortigara, i recuperanti Ernesto “Nesti” Menegatti ed Ermelindo Gheller “Buscari” al lavoro
Renato Gheller “Testabianca”

Di seguito i link per vedere il film “I Recuperanti” di Ermanno Olmi e leggere l’articolo del Blog sul gioco della cartucce.

  1. https://www.raiplay.it/programmi/irecuperanti ↩︎
  2. https://fozavoltiestorie.com/giochi-anni-60-a-foza-le-cartucce/ ↩︎

Una risposta

  1. Bonjour a tous cela est 1 branche de ma famille donc je suis fiére l histoire d une famille qui a beaucoup souffert félicitations a ceux qui ont fait ceux filme cela me touche au plus profond de moi merci merci a toute cette équipe Christiane chiomento

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