Ricordo dell’Alpino Quirino Menegatti “Sette”, detto “Guera”, reduce di Russia, e omaggio all’Associazione Nazionale Alpini (A.N.A.), istituzione fatta di uomini sempre presenti

In questo mese di maggio del 2024, la città di Vicenza e l’intera provincia hanno accolto con partecipazione, gioia e gratitudine gli alpini che si sono ritrovati per la loro 95^ adunata nazionale.

Questo racconto della vita di un alpino reduce di Russia vuol essere un omaggio a tutti gli alpini, di ieri e di oggi, specie a quelli di Foza.

In paese, Quirino Menegatti era semplicemente conosciuto come “Guera”. Egli era nato nel 1915, quando anche l’Italia entrava in guerra, in un paese che era in prossimità della pacifica frontiera con l’Austria. L’anno successivo all’inizio delle ostilità, ossia nel 1916, la famiglia di Guera, come tutte le altre, dovette lasciare il paese a seguito dell’avanzata austriaca.

Il paese di Foza viveva di una economia arcaica e lo stemma che lo identifica è uno stemma parlante. In esso sono rappresentati i pastori con le pecore, sempre all’addiaccio, sotto le stelle, riparati unicamente dal grande albero. In verità l’antico stemma riportava in aggiunta anche, in riferimento storico, la corona con le “Sette Teste” dei Comuni dell’Altopiano, a rappresentare l’appartenenza alla Reggenza, istituzione durata qualche secolo e cessata ai tempi di Napoleone.

Da sempre, dunque, le risorse di un paese di montagna, dall’ambiente naturale integro ma dal clima inclemente, con inverni particolarmente lunghi e rigidi, erano scarse e non consentivano di nutrire per l’intero anno le tante bocche da sfamare. Era stata quindi la pastorizia transumante che aveva consentito, sia pure attraverso disagi, tribolazioni e sacrifici, una misera sopravvivenza. I mesi primaverili ed estivi venivano trascorsi a pascolare le pecore sui monti, per poi spostarsi giù in pianura, lungo i corsi e gli argini dei fiumi. Con la crisi inevitabile della pastorizia, giunti alla soglia del 18^ secolo, rimanevano quindi ben poche risorse, perché le attività agricole e silvo-pastorali non erano in grado di soddisfare le necessità.

La famiglia cui apparteneva Guera non possedeva pecore, e tantomeno altro bestiame, e suo padre Giorgio, detto Dordi, come già suo nonno Benedetto, detto Benetto, erano piuttosto stati impegnati a guadagnarsi il pane nei faticosi lavori dei boschi, almeno fino a quando questo fu possibile, mentre durante l’inverno costruivano utensili e mastelli e preparavano le scandole.

Giorgio Menegatti “Dordi Sette”, classe 1878
Benedetto Menegatti “Benetto Sette”, classe 1847

Dopo anni di emigrazione verso le Americhe e verso i paesi europei, la grande guerra cambiò ed accelerò tutto, portando poi ad un ulteriore, progressivo ed inarrestabile spopolamento.

Nel primo dopoguerra, all’arrivo della politica autarchica di Mussolini, le famiglie numerose venivano indirizzate verso le zone delle bonifiche dell’Agro-Pontino e della Sardegna. Poi venne la volta delle colonie africane. La famiglia patriarcale del padre di Guera, dopo vari incontri avvenuti nel municipio di Foza, era stata selezionata e nel 1938 decise di accettare la proposta riservata alle famiglie numerose. Non avendo beni, proprietà e risorse per sopravvivere, optarono per lasciare definitivamente il paese. Non era stata una scelta facile perché la proposta era quella di portarsi, assieme a diverse altri nuclei familiari, nelle lontane colonie africane. Una volta espletate le pratiche, ci furono le cerimonie di commiato, civili e religiose, e dopo aver salutato i parenti che rimanevano, venne l’ora di partire. Nelle colonie d’Africa in realtà c’erano già stati alcuni militari del paese, ancora ai tempi della guerra italo-turca del 1911.Tra i soldati inviati in Libia c’era stato anche Giovanni Menegatti, detto Nei, fratello di Dordi, successivamente richiamato alle armi nel corso della prima guerra mondiale e caduto nelle battaglie sulla Bainsizza. E nel ventennio fascista altri paesani erano andati come soldati ed altri ancora come civili militarizzati, addetti questi ultimi ai lavori nelle infrastrutture di Etiopia, Tunisia, Eritrea, Somalia e Libia.

Comunque il 28 ottobre del 1938 un folto gruppo, composto da otto famiglie, partì da Foza per poi raggiungere in pullman Genova. Lì vi fu l’imbarco nella nave Sardegna che, dopo la sosta a Napoli, in tre giorni di navigazione arrivò a Tripoli. Da Tripoli il viaggio riprese alla volta di Bengasi in camion militari, per poi raggiungere Barce, “Villaggio Oberdan”, il luogo di destinazione. A ciascuna famiglia venne data una abitazione con annessa la stalla, del bestiame e trenta ettari di terreno da coltivare. Il padre di Guera ebbe in assegnazione il podere n. 95, 5^ allineamento. Il villaggio era dotato di infrastrutture, come ambulatorio medico, chiesa e scuole.

1938. Il saluto delle autorità alle famiglie in partenza per la Cirenaica

Quirino Menegatti “Sette”, detto Guera, il giorno 8 ottobre del 1938 pochi giorni prima di partire per le colonie, si era sposato con una bella ragazza di nome Carolina Carpanedo “Baffi”, detta “Nini”. In terra africana nacquero diversi bambini, figli dei coloni. Guera e Nini furono allietati dalla nascita della loro figlia Pierina, nata nel 1939, e del figlio Giovanni, nato nel 1941. Guera faceva parte del nucleo composto anche dai suoi genitori, Dordi e Giulia, dai suoi fratelli Antonio, con la propria famiglia, e Giovanni, nonché dalla sorella Amabile-Maria. Insieme a loro era partito anche il giovane nipote Ernesto, detto “Nesti”, figlio di Eugenio, quest’ultimo deceduto nel 1937 a causa della silicosi contratta lavorando nelle cave di quarzo francesi. Come gli altri coloni, essi si misero a coltivare la terra, a piantare alberi, a curare il bestiame. La convivenza con la popolazione autoctona non era sempre serena, anzi, un giovane colono, Raimondo Florindo Marcolongo “Mascaro”, da poco tempo padre del piccolo Giovanni, fu assassinato a colpi di fucile, mentre pascolava le sue bestie. Nel 1939 era iniziata la seconda guerra mondiale e le cose incominciarono a peggiorare. Le classi interessate alla leva, cui appartenevano anche i giovani coloni, tra cui Guera e il fratello Giovanni, detto Nane, vennero chiamate a Bengasi e avviate alle armi, come era avvenuto per i loro coetanei rimasti in Italia. Guera, indossata la divisa, nei mesi di giugno e luglio del 1940 partecipò con un battaglione di assalto alla battaglia di Tobruk, rimanendo fortunatamente illeso.

Nel frattempo, allo scoppio della seconda guerra, era giunto in terra libica anche Giacomo, detto Giache, fratello di Guera, di due anni più anziano. Egli, essendo un veterano in Africa e possedendo la patente di guida, era stato richiamato nella compagnia dei carristi dell’Autocentro di Trento e inviato nella colonia.

Giacomo Menegatti “Sette”, classe 1913, figlio di Giorgio Dordi, a Dagabur (Etiopia) nel 1936 durante la campagna d’ Africa

Il carrista Giache in Libia stava percorrendo la strada, conducendo il suo camion, che trasportava viveri e munizioni. Durante lo spostamento, la comitiva militare fu intercettata da aerei inglesi, che sganciarono le bombe colpendo la colonna ed alcuni camion. Giache accelerò per scampare al bombardamento ma una scheggia di granata, lambendo il telo di copertura del camion, bruciacchiò e annerì il mezzo, senza fortunatamente incendiarlo e soprattutto senza far esplodere le munizioni trasportate. Un’altra scheggia di bomba inglese però entrò nella cabina di guida e colpì Giache all’altezza del ginocchio. Egli, data la concitazione, non avvertì in quel momento alcun dolore, ma sentì un liquido scendere, scorrere e riempire lo stivale che indossava. Mise una mano e si accorse che era sangue. Appena fu possibile fu soccorso ed in seguito ottenne un a licenza di convalescenza. Non era possibile tuttavia tornare in Italia e così decise di passare quel periodo di riposo in Africa, all’inizio nella città di Derna e poi presso la sua famiglia di origine, che si era appunto trasferita a Barce. Ai ragazzi del “Villaggio Oberdan” non pareva vero di poter salire sul camion militare di Giache e con lui scorrazzare nei dintorni a caccia di gazzelle.

Nel 1942 le cose precipitarono al punto che venne l’ordine per tutti i coloni di Barce di rientrare velocemente in Italia. In realtà i bambini più grandicelli erano già stati rimpatriati ed accolti presso delle colonie marittime di Napoli, Pozzuoli, Pescara, Bordighera e Ventimiglia.

Il ritorno in patria mise in salvo le famiglie ma la situazione era comunque critica.

Guera, arrivato a Foza con la moglie Nini ed i figli Pierina e Giovanni, affittò alcune stanze presso la caserma della Regia Guardia di Finanza, in via Roma, mentre i suoi genitori ritornarono ad abitare nella contrada Gavelle.

Sullo sfondo la contrada Gavelle

La guerra voluta da Mussolini continuava e così la cartolina di precetto non tardò ad arrivare. Guera, che aveva già partecipato alle azioni di guerra in Libia, fu richiamato ed assegnato al 3^ Reggimento Alpini, Battaglione Fenestrelle, al comando del Maggiore Bellavia e del Tenente F. Pernigortti. Egli, che era anche sciatore, con il suo contingente, all’inizio di aprile del 1942 fu inviato in Russia, sul Don, nella zona di Rossosch, e vi rimase fino a dicembre dello stesso anno.

Intanto la madre di Guera, Giulia Lunardi “Malgareta”, appena tornata dalla Libia, aveva una grande apprensione per la sorte dei suoi figli, specie per tre di essi: Guera, Nane e Giache, sotto le armi nei vari fronti di guerra. Le circolari e le disposizioni militari le consentivano comunque di richiedere il congedo per uno di loro. La scelta per Giulia non fu facile ma alla fine richiese il rientro del figlio Guera, visto che si trovava nella zona del Don, in Russia.

La richiesta di Giulia Lunardi ha probabilmente salvato la vita del figlio Guera e comunque lo ha sottratto alle vicende drammatiche, raccontate dai testimoni oculari, tra cui i cugini Aldo e Giovanni Gheller “Cup”, del Montello, che, catturati dai russi, riuscirono in una notte di tempesta di neve a fuggire dall’ isba dove erano tenuti prigionieri e ad unirsi alle retrovie della colonna dei fuggiaschi, dandosi il cambio su di una slitta, trainata alternativamente da uno dei due.

Quirino Menegatti “Guera”, reduce dalla Russia, con la moglie Carolina Carpanedo e i figli Pierina e Giovanni

La richiesta fu accettata e così Guera, già colpito da sintomi di congelamento degli arti inferiori, ebbe la licenza per rientrare in Italia, prima che iniziasse la terribile offensiva russa che costrinse gli alpini a battaglie epiche, con perdite dolorose, tra cui quella del nostro paesano alpino Bruno Omizzolo “Cursor”, morto proprio nei giorni antecedenti il Natale del 1942.

Dopo una strenua battaglia, gli alpini si aprirono una via di fuga e ci fu la successiva epopea per sfuggire alla cattura.

I due scrittori Mario Rigoni Stern e Giulio Bedeschi hanno rappresentato nei loro capolavori i drammi degli alpini sotto il tiro dei russi e nella morsa del ghiaccio.

Omizzolo Bruno, nato a Foza il 19 febbraio 1921, morto in Russia (fronte del Don) il 21 dicembre 1942

La sorte degli altri due figli di Giulia Lunardi sotto le armi fu diversa. Giache poté tornare a casa e abbracciare la famiglia sano e salvo. In una foto Giache è ripreso in terra d’ Africa il 27 luglio del 1942 e sul retro della stessa egli aveva scritto: finita la prigionia ritorno a casa mia. Giache si imbarcò il primo agosto del ‘42 con il giovane nipote Nesti, prelevato a Barce, ed arrivò a Napoli il 4 agosto. Il 19 settembre dello stesso anno otteneva il congedo. Il fratello Nane invece fu catturato in Africa dagli inglesi, portato in Egitto e successivamente internato in Inghilterra, patendo una prigionia dolorosa che minò la sua forte fibra e fu rimpatriato per malattia nel luglio del ‘44.

Arrivarono poi gli avvenimenti culminati con l’armistizio dell’8 settembre 1943 ed il successivo periodo fosco dell’occupazione tedesca, durante il quale Guera, come recita il suo foglio matricolare, si era dato alla macchia, fino alla data della Liberazione. Se dal punto di vista burocratico questo era quanto riportavano i fogli matricolari dei distretti militari, in realtà Guera si era riparato a Foza, come tutti gli altri militari sfuggiti alla cattura da parte dei tedeschi. Nel 1944 e fino ad aprile del 1945 in paese era attiva l’organizzazione para-militare tedesca detta Todt. Essa dava lavoro nei cantieri, oltre che ai ragazzi, anche alla quasi totalità degli uomini, compresi i militari ritornati a casa e financo ai giovani renitenti alla leva. Quello del cantiere Todt era forse il luogo più sicuro per la maggioranza degli uomini, al riparo spesso dalle incursioni delle camicie nere, con un lavoro che consentiva un sia pur modesto introito.

Dopo il 25 aprile del 1945, i partigiani presero possesso del paese e parteciparono ad una grande manifestazione spontanea di gioia, mentre suonavano anche le campane. Armati con fucili mitragliatori, essi si misero a sparare all’ impazzata, con grande spavento della gente e con alcuni cavalli imbizzarriti che fuggivano via dalla piazza. Il partigiano “Demonio”, nome di battaglia di Angelo Lunardi, con alcuni robusti colpi di accetta andò a tagliare il pino piantato sui giardini in ricordo di Bruno Mussolini. Poi piazzò un fucile mitragliatore sul poggiolo dell’albergo Munari ed esplose diversi colpi in aria e contro il muro della caserma della Guardia di Finanza. Il treppiede su cui poggiava il fucile mitragliatore ad un certo punto cadde giù e colpì in testa un ragazzo, Piero Cappellari “Pierotto”, che rimase sanguinante e leggermente ferito. Il partigiano spaventato andò giù a consolarlo, donandogli una certa quantità di cartucce.

Gruppo di partigiani a Foza, con Bruno Oro “Presian”, Marcello Lunardi “Catagno” e Luigi Marcolongo “Luserno”

Il gruppo di partigiani desiderava dare un segnale del nuovo potere e per rimarcarlo fu deciso di mandare per alcuni giorni i maggiorenti del paese a lavorare presso il ponte della Valgadena, minato e fatto saltare in aria da alcuni sprovveduti, dimentichi del motto “Ponti d’oro al nemico in fuga”, visto che commisero questo atto insano proprio mentre, a guerra finita, i militari tedeschi stavano lasciando il paese. Un gesto che avrebbe potuto mettere in grave pericolo la popolazione civile. I partigiani decisero inoltre che alcuni uomini dovevano stare per un certo periodo rinchiusi nella stanza adibita a prigione, posta presso la caserma della Guardia di Finanza, proprio dove abitava Guera. I partigiani gli affidarono quindi la custodia dei prigionieri. Le persone intrattenute in carcere in realtà non si erano rese responsabili di nulla. Si trattava di pacifica gente del paese, che aveva l’unica colpa di aver posseduto una tessera di iscrizione al partito fascista, peraltro obbligatoria per chi ricopriva un incarico pubblico. Guera sapeva tutto questo ed appena arrivato il buio consentiva alle persone prigioniere di uscire alla chetichella dalla custodia, affinché potessero andare a dormire a casa propria.  

Gli anni successivi furono anni difficili per tutti. Mancava il lavoro e quel poco che si poteva racimolare proveniva dal recupero del materiale bellico della prima guerra mondiale.

Nel febbraio del 1948 avvenne a Foza un fatto dalla valenza storica eccezionale, passato senza lasciare memoria. SI è trattato di una delle ultime, se non ultima, assemblea generale dei capifamiglia. Un tempo erano sempre i capifamiglia, riuniti nella convicinia, che assumevano le decisioni più importanti per la vita della comunità, sia in campo civile che religioso. Tuttora nella Confederazione Svizzera i cittadini vengono chiamati, attraverso referendum, ad assumere le deliberazioni fondamentali. Orbene, fin dal 1448 vigeva un accordo sottoscritto dai rappresentanti comunali e dal Priore del monastero benedettino di Campese, titolare della parrocchia di Foza, almeno fino alla discesa in campo di Napoleone, in base al quale i capifamiglia nominavano il loro curato, scegliendolo da una terna, con la prerogativa che conoscesse la lingua cimbra. A seguito della richiesta del Vescovo di Padova, tale prerogativa, con voto quasi unanime e con la partecipazione tra gli altri anche di Guera, fu rinunciata nel corso dell’assemblea sopra ricordata. Come è noto, la comunità di Asiago invece mantenne tale diritto, che è stato esercitato anche in questi con la convocazione da parte del Sindaco, con all’ordine del giorno l’elezione del nuovo parroco che sostituirà don Roberto Bonomo. Il 26 maggio si sono riuniti 608 capifamiglia ed è stata approvata a larga maggioranza l’elezione del nuovo arciprete di Asiago, don Antonio Guarise.

Guera, nel secondo dopoguerra, ottenne un piccolo sussidio come profugo d’Africa ma certo esso non bastava per sfamare la numerosa famiglia. Il municipio aveva informato i profughi di Cirenaica che era possibile fare la richiesta per espatriare verso l’America del sud e precisamente verso il Venezuela. Tuttavia tale richiesta non fu accettata, mentre quella del fratello Antonio, rivolta invece alle autorità degli Stati Uniti d’America, venne accolta. Il fratello Antonio quindi partì con la sua numerosa famiglia, composta dalla moglie Oliva e sette figlie, per Seattle.

Guera andò per un periodo a lavorare nella regione della Saar, località lungamente contesa tra la Germania e la Francia, e nel 1957 era a lavorare in Francia.

Alla sua famiglia, che nel frattempo si era allargata, avendo sua moglie Nini messo al mondo, oltre che Pierina e Nani, nati a Barce, anche i figli Dino, Giancarlo, Paolo e Maria Pia, nati a Foza, arrivò lo sfratto dall’abitazione-caserma, occupata fin dall’arrivo dalla Libia. Non sembrava ci fossero più le condizioni per sperare in una positiva soluzione ed allora la famiglia decise di emigrare in Francia.

1954. A destra, con le trecce, Luciana Menegatti. A suo fianco il cugino Dino Menegatti, figlio di Quirino, che tiene a braccetto Liana Cappellari. La ragazza vicino a Liana è la sorella di Dino, Pierina e, più a sinistra, i due bimbi col vestito scuro sono gli altri due fratelli Paolo e Giancarlo. L’altro bambino, col grembiule chiaro, è Maurizio Cappellari

Il viaggio della numerosa famiglia avvenne nel settembre del 1957 e fu piuttosto impegnativo. A Milano furono tutti sottoposti ad una visita medica ed ottennero il permesso di attraversare la frontiera.

All’arrivo a Sedan, nel nord della Francia, al confine con il Belgio, si era fatta già notte. Guera non era riuscito a raggiungere la famiglia, che dovette quindi passare la notte bivaccata in stazione, senza viveri e senza servizi. Il giorno successivo Guera li raggiunse ed andarono tutti ad abitare a Francheval, dove rimasero per due anni. Guera lavorava nei boschi e i figli più grandicelli lo aiutavano. Nel 1959 mancava il lavoro ed allora Guera ed il figlio Giovanni si trasferirono nella Savoia, nel paese di Treminis, nei pressi di Grenoble, dove abitava anche il cugino Santo, figlio di Marco “Sette”.  Lì c’era un’impresa di costruzioni dove lavoravano, tra l’altro, i fratelli Carpanedo e in particolare Marcello detto “Della Bura”. Nel periodo burrascoso del 1943, a seguito dell’armistizio, la famiglia Carpanedo, già da tempo residente in Savoia, aveva assicurato assistenza e vestiario agli alpini che, abbandonate le caserme, sfuggirono alla cattura dei tedeschi e si avviarono a piedi verso casa. Tra loro ci furono i fratelli Benedetto e Marcello Menegatti “Sette”. Guera e il figlio Nani rimasero per due anni in quella località e poi ritornarono a Sedan dove nel frattempo si era trasferita la famiglia.

Quirino e Carolina con i sei figli in Francia negli anni ’60

Passarono gli anni e durante l’estate del 1973 Guera fece una breve rimpatriata in paese. Parlando con i suoi congiunti espresse il desiderio di conseguire la croce di guerra che gli spettava di diritto, avendo partecipato alle azioni belliche in Africa e sul Don.

Compilò la richiesta, che fu inviata al Comando del distretto Militare di Vicenza, indicando nel modulo le vicende che lo avevano visto protagonista, tra cui le campagne di guerra, sia di Tobruk, che del Don. La richiesta arrivò a Vicenza e dopo alcuni mesi furono interessate ed interpellate le autorità locali, che certo non brillarono per l’impegno, perché risposero genericamente:

La persona risulta residente in Francia dal 1969. (In realtà erano emigrati già nel 1957), non si è quindi in grado di fornire le notizie richieste. In Foza è poco ricordato dalle persone.

Quirino Menegatti

Peccato, perché all’epoca a Foza vivevano ancora i fratelli di Guera, con le rispettive famiglie, oltre a numerosi parenti, essendo quella dei Menegatti una delle famiglie di lungo corso del luogo. Così la semplice richiesta di ottenere una Croce di Guerra, conseguita e meritata sui campi di battaglia della Libia e della Russia, cadde nel nulla.  

Carolina Carpanedo e Quirino Menegatti.

Guera rimase per tutto il resto della vita in Francia, senza tuttavia mai rinunciare alla cittadinanza italiana, come del resto non vi rinunciarono i suoi figli, ad eccezione del figlio Paolo. Uno dei fratelli di Guera, di nome Luigi, classe 1903, essendo emigrato in Francia ancora negli anni ‘20, si era sposato a Parigi con Eugenie Marie Coulon, nel 1932, e nel 1948 assunse la cittadinanza francese, forse anche per quanto avrà patito durante l’occupazione italiana della Savoia quando, in quel periodo, gli italiani era visti come dei nemici.

L’alpino Quirino Menegatti, detto Guera, deceduto a Sedan il 26 novembre del 1999, sua moglie Carolina Carpanedo, detta Nini, e il loro figlio Dino, ora riposano in pace nel cimitero di Sedan, storica città francese, al confine con il Belgio. Gli altri figli vivono in Francia.

Foza – Vicenza, maggio 2024   

Luigi e Gabriele Menegatti

                                                        

1993. La famiglia di Menegatti Quirino al completo con le moglie e i sei figli

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