Nel dolce ricordo di Regina Margherita Lunardi, detta Rita “Ballot”. Foza, 12 giugno 1925 – 4 marzo 2023

Con la scomparsa di Regina Margherita, che noi chiamavamo famigliarmente Rita, è scomparso un altro pezzo della storia di Foza. A salutare per l’ultima volta Rita Lunardi “Ballot” si è riunita, all’interno della chiesa parrocchiale di Foza, tutta la gente del paese e molte altre persone provenienti da altre località. Rita si è spenta serenamente, assistita dai suoi cari, alla veneranda età di 97 anni, circondata dall’affetto della sua numerosa famiglia e di tutti quelli che le hanno voluto bene.

Rita era nata pochi anni dopo la fine della prima guerra mondiale, epoca nella quale, per un lungo periodo, tutta la popolazione era stata costretta a cercare un rifugio lontano dal proprio paese, diventato teatro di guerra.

I più fortunati, si fa per dire, avevano trovato una sistemazione nei luoghi più frequentati dai pastori; gli altri, dopo lo sfondamento delle linee italiane a Caporetto, erano stati inviati nelle varie regioni italiane, fino in Sicilia, Campania, Puglia.

La famiglia di Rita era stata ospitata a Belfiore, in provincia di Verona, dove i Lunardi avevano messo solide radici. Erano stati anni difficili, cui seguirono gli anni del ritorno e quelli della ricostruzione delle case, ma con una situazione e condizioni di vita al limite della sussistenza. Proprio in quegli anni del ‘24-‘25, nel periodo in cui era nata Rita, erano partiti i primi nuclei di giovani, con meta la lontana Australia, e, a seguire, decine e decine di persone con meta la Francia e il Belgio, soprattutto per essere occupati nei pericolosi e malsani lavori nelle miniere e nelle fonderie.

I fratelli Marioi e Santo Lunardi ed Emma, moglie di Santo, con in braccio Mario, detto “Tita”. La foto è stata fatta nel 1916 a Belfiore (Vr) dove i Lunardi Ballot con il padre di Santo e Marioi, Pietro, e i fratelli Angelo, Giovanni e Amabile erano profughi durante la guerra 1915-1918

Rita “Ballot” proveniva da una famiglia storica e patriarcale di pastori, che aveva esercitato per secoli l’attività forse più antica della storia dell’umanità e tentava di resistere con quell’occupazione senza dover emigrare all’estero. Dall’inizio della primavera, fino al sopraggiungere dell’autunno, essi andavano con le greggi sulle montagne per portare le pecore a pascolare nelle “comunanze”, come da tempo immemorabile avevano sempre fatto i pastori del paese. Poi, nei mesi invernali, scendevano lentamente in pianura, praticando antichi percorsi, portandosi lungo i corsi dei fiumi, raggiunti con lunghe e faticose tappe. Erano accompagnati dalle loro pecore belanti, vigilate da addestrati cani pastori che conoscevano gli ordini impartiti nella lingua cimbra, con a fianco i pazienti asini carichi delle masserizie essenziali. Il periodo più lungo lo trascorrevano in tutta la pianura veneta, financo nel Friuli e oltre il Polesine. Una vita libera, da padroni del proprio tempo, alla luce del giorno e sotto le stelle, ma non per questo esente da sacrifici, costretti all’addiaccio, ora con il sole cocente, ora con la pioggia scrosciante, spesso dormendo in luoghi di fortuna. I Lunardi “Ballot”, così come gli altri pastori, soggiornando sia in montagna che in pianura praticavano correntemente due lingue, quella veneta e quella cimbra. La patria però era Foza, ossia il paese natio, dove possedevano povere abitazioni, prati e pascoli. Era il luogo delle loro radici, delle tradizioni e della lingua madre. Lì tornavano regolarmente in primavera, vi contraevano i propri matrimoni e speravano un giorno di esalarvi l’ultimo respiro, per poter essere sepolti vicino ai propri avi, come usavano scrivere nei loro testamenti.

Nel secondo dopoguerra e fino agli anni ’60, le famiglie di Foza che praticavano la pastorizia erano localizzate soprattutto nelle contrade Pubel, Ravanelli, Valpiana, Stona e Krakental, come sapientemente ricostruito dal prof. Santo Lunardi in un saggio che troverà pubblicazione a breve. Nella mia classe delle elementari, nei primi anni cinquanta, avevo due compagni, Albino Ceschi e Battistino Alberti, che ancora giovinetti seguivano la famiglia nella transumanza ed essi stessi accudivano le greggi. La brava e severa maestra Maria Munari aveva per loro un occhio di riguardo e cercava di seguirli in modo speciale durante i pochi giorni che loro potevano dedicare alla scuola. I pastori di Foza erano soliti riunirsi nel giorno di San Valentino presso la Basilica del Santo di Padova e spesso, in quell’occasione, si regolavano reciprocamente il dare e l’avere e iniziavano i corteggiamenti e i fidanzamenti che portavano alla nascita di una nuova famiglia, con il matrimonio celebrato di norma nella chiesa del paese. Quando ero bambino, a Natale aiutavo il prete a preparare il presepe nella chiesa, andando con i miei fratelli a procurare il muschio al Prunobalt. Poi mettevamo le statue delle pecore, del bue e dell’asinello, e il nostro pensiero andava ai nostri pastori e ai nostri compagni di scuola, che avevano la nostra stessa età ma che vivevano giù in mezzo alle campagne e stavano rivivendo la stessa realtà e lo stesso ambiente del bambino Gesù.     

Rita “Ballot” negli anni della sua fanciullezza seguiva i ritmi e le attività della sua famiglia di pastori. Così come capitava nei lavori dei campi, il genere non faceva tanta differenza; maschio o femmina, tutti in famiglia erano impegnati nelle attività. Non erano certo i tempi dell’attenzione al lavoro minorile e tantomeno dello scambio di doni o dei cenoni, ma tempi di sacrifici e privazioni, dove ognuno si doveva rendere utile, non badando all’esigenza della fanciullezza. I pastori transumanti, giunti in paese in primavera per pascolare le loro greggi, dovevano seguire delle regole codificate da sempre. I luoghi dei pascoli erano denominati “le comunanze”, localizzate in aree ben definite, specie nelle zone più alte dell’Altopiano. Fino a metà settembre le greggi non potevano occupare le malghe comunali, essendo le stesse state assegnate ai malghesi, a seguito di un’asta, laddove il prezzo pattuito si esprimeva in una certa quantità di litri di latte per capo bovino monticato.

I pastori erano alla ricerca continua di spazi idonei ove pascolare le greggi e i Lunardi “Ballot”, al sopraggiungere della primavera, salivano lentamente attraverso sentieri conosciuti e praticati da sempre, fermandosi dove era possibile finanche sotto le rocce dello Springhe della Valpiana, in attesa di raggiungere i pascoli di alta montagna.

Rita e la cugina Rosina Stona, figlia di sua zia Marioi “Ballot”, erano spesso incaricate di portare i rifornimenti alimentari, come la farina per la polenta, normalmente acquistati a debito presso la bottega di Ernesto Grandotto “Fornaro” e di Maria Lunardi “Scatoìna”. Il relativo pagamento veniva regolato all’autunno cedendo alcuni capi ovini. Alle volte le greggi erano stazionate sulle montagne più alte dei Sette Comuni, come sopra il Portule e nella zona di Galmarara. Rita e la cugina quando era necessario scendevano in paese, passavano nella bottega di Ernesto, caricavano i rifornimenti sul basto di un asino e si avviavano a compiere la lunga salita per raggiungere i famigliari rimasti a custodire le pecore. In alcune altre occasioni Rita si accompagnava allo zio Santo e insieme conducevano le greggi su per la Valsugana, fino a Castel Tesino, nei pressi di Pieve Tesino, paese di nascita del Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. Per le coincidenze e stranezze della storia, quando l’onorevole De Gasperi nel secondo dopoguerra ricopriva anche la carica di segretario del partito della Democrazia Cristiana, suo vice alla guida del partito stesso era il senatore Stanislao Ceschi. Secondo le memorie tramandate del compianto primo sindaco della liberazione, Cav. Giovanni Contri “Trol”, Stanislao era anch’egli discendente da una famiglia di pastori della contrada Ciepar, scesa tempo prima nel padovano.

Maria Lunardi davanti alla bottega della famiglia Grandotto

All’autunno, lentamente le greggi scendevano dalle montagne più alte e potevano pascolare liberamente nelle vaste estensioni delle malghe, lasciate libere dai malghesi. Più avanti scendevano ancora ed attraversavano il paese, dirigendosi nelle rispettive contrade, e prima delle nevicate incominciavano a scendere per le valli, fino ai luoghi di destinazione in provincia di Verona. Rita seguiva le greggi della famiglia “Ballot” e aiutava gli zii nel lungo tragitto fino al veronese. Di quel periodo a Rita era rimasta la nostalgia di una vita spensierata all’aria aperta, in mezzo alla natura e alle pacifiche pecore. La scorsa estate i figli hanno voluto portarla a visitare i luoghi della sua difficile ma serena gioventù, andando ancora una volta a rivedere la malga Galmararetta.

Le memorie sono preziose per la storia del paese ed alcune personalità, che hanno raggiunto il secolo di vita e sono andate anche ben oltre negli anni, hanno lasciato tracce importanti. Essi possedevano un patrimonio di saggezza e di ricordi nitidi. Mi piace ricordare in particolare Bortolo Omizzolo, Maria Carpanedo, detta Maria “Sapeta”, Mario Carpanedo, deceduto in Francia, Maria Carpanedo, detta  “Checata”, che metteva a disposizione la sua casa per il filò in contrada Ori Chiomenti, alla fioca luce del “Canfin”, e sua figlia Oliva Oro, poi trasferitesi a Seattle, negli Usa; poi Giovanna Oro, detta “Ina Catagna”, Cristiano Contri, detto Crestan “Trol”, Giovanni Biasia, detto “Ceo Panegaia”, ed altri che hanno lasciato in eredità una serie di testimonianze e alcune registrazioni tuttora conservate, che consentono una ricostruzione della storia e della mitologia nell’ultimo secolo, prima della grande trasformazione degli usi e costumi e prima dell’abbandono delle antiche contrade. Da loro, oltre che da mio padre e da mio nonno, ho appreso la storia/leggenda delle “Sette terre sorelle”, ossia dei  Sette Comuni, e le narrazioni  misteriose sull’esistenza delle leggiadre fate e del loro parlamento, dei dispettosi “Sanguanei”, che vestiti di corteccia vivevano nei boschi e conoscevano i segreti per fare il formaggio, la ricotta ed il burro, poi del Kambrick, ossia delle anime inquiete dei cacciatori che per punizione vagavano in cielo e a parti invertite erano inseguite dai propri cani da caccia. E inoltre le storie degli avvenimenti antichi, del “buso dei sassini” e del potere degli spiriti vaganti, prima che venissero ricondotti al loro stato dal Concilio di Trento. E tanto altro ancora… E nei filò che frequentava anche Rita, si parlava di questo e di altro.

“Ina Catagna”
“Ceo Panegaia”
“Crestan Troll”

Nel 1944, Rita, figlia di Angelo “Ballot” e Maria Marcolongo “Mascareta”, all’età di vent’anni si era unita in matrimonio con Francesco Lunardi, detto Checco “Gecchelin”, trasferendosi nella casa del marito nella contrada Gecchelini.

Rita nel 1940 in contrada Tommasini
Rita Lunardi con il marito Francesco Lunardi “Gecchelin”, 1944

In questa contrada oggi sorge l’importante stabilimento di lavorazione dei prodotti biologici della Società Rigoni di Asiago, che garantisce lavoro e reddito a molte famiglie, sul medesimo sito dove nel corso della prima guerra mondiale erano stati installati i baraccamenti delle truppe schierate in armi.

Checco era un giovane di grande cuore e disponibilità, buono e partecipe della vita del paese; purtroppo scomparve quasi 50 anni fa, lasciando un vuoto incolmabile. Checco, negli anni del secondo dopoguerra, esercitava come tanti altri l’attività di recuperante, andando con il fratello Attilio sulle montagne a recuperare i residuati ferrosi della prima guerra mondiale, arrotondando le magre entrate con l’allevamento di pochi capi di bestiame. Checco aveva appreso dallo zio Titta l’arte del muratore, che lo aveva portato per alcuni anni a lavorare nel milanese. Lo zio Titta era ritenuto in paese un maestro esperto nel lavoro di muratore, al pari di Angelo Guzzo “Bianco”, e infatti loro due erano stati chiamati dal comune di Foza a dirigere i cantieri scuola ove si formavano i giovani, per consentire loro di emigrare con una professionalità molto apprezzata nei paesi esteri di destinazione. Checco nei lunghi inverni amava passare qualche ora con gli amici intrattenendosi a fare qualche partita alle carte nell’osteria al Cacciatore, da Urbano Cappellari “Pierotto”. Nel tragitto dai Gecchelini alla piazza egli portava in paese uno slittone. Dopo che il robusto spartineve, trainato a forza dai poderosi cavalli arrivati dalle contrade del “Canton Parigi”, aveva liberato le strade dalla neve, il divertimento dei ragazzi era quello di lanciarsi con le slitte a capofitto giù per la discesa a partire dalla chiesa parrocchiale, quando ancora non c’era alcun pericolo di transito di veicoli. Nello slittone messo a disposizione da Checco trovavano posto decine di giovani e con quel carico lo slittone acquistava una notevole velocità, scivolando rapido dalla chiesa fino alla contrada Labental ed oltre.

Ghecchelini, fine anni ’50, dove ora c’è l’azienda Rigoni di Asiago: con la bici Francesca Lunardi, con le sorelle Ornella, Milena, Giacomina, Raffaella ed il fratellino Antonio, in braccio alla mamma Regina Margherita
Francesco Lunardi “Checco Gecchein” con la figlia Raffaella

Alla scomparsa di Checco, avvenuta nel gennaio del 1975, la numerosa famiglia si è stretta in un abbraccio di solidarietà fraterna ed assieme a Rita ha saputo superare le avversità della vita, con determinazione e buona volontà.  

La famiglia di Rita, dei Lunardi “Ballot”, è la medesima dalla quale discende anche la mia bisnonna paterna Domenica, detta Menega “Ballot”, andata sposa, nel 1877, a mio bisnonno Benedetto, detto Benetto “Sette”. Menega apparteneva ad una famiglia aperta e generosa, che in vista del matrimonio le aveva assegnato la sua dote, consistente in un piccolo gregge, portato a Gavelle. Il mio bisnonno Benetto aveva anche un roccolo per catturare gli uccelli, ma la sua attività principale consisteva nel taglio degli alberi nei boschi e nei lavori di falegname, abile specialmente a costruire i mastelli di legno e a fabbricare scandole di larice per coprire i tetti delle abitazioni e delle malghe. Per un periodo, precedentemente alla prima guerra mondiale, egli aveva anche occupato la carica di assessore ai boschi nella giunta guidata dal cav. Aurelio Grandotto “Fornaro”. Le pecore della dote furono vendute ma in cambio vennero acquistati alcuni appezzamenti di terreno.

Contrada Gavelle, anni ‘30. Sedute, da sinistra, Domenica Lunardi Ballot e Domenica Lunardi Cattagno; in piedi Benedetto e Marcello Menegatti Sette (la bimba era sorella dei due, morta in tenera età)
Benedetto Menegatti “Benetto Sette”, classe 1847

Il figlio primogenito di Menega e Benetto si chiamava Giorgio, detto Dordi “Sette”, ed essendo mio nonno ho avuto modo di frequentare la sua casa. Ricordo che il nonno, ancora in tarda età, recitava le sue preghiere in lingua cimbra, lingua appresa direttamente dalla madre Menega. 

Giorgio Menegatti “Dordi Sette”, classe 1878

L’anno successivo all’entrata in guerra dell’Italia nella prima guerra mondiale, Menega con il marito Benetto e 17 persone tra bambini e spose dei propri figli, questi ultimi tutti arruolati e inviati al fronte, furono costretti a lasciare il paese. Si rifugiarono per pochi giorni a Solagna, per poi portarsi nel Montello presso dei parenti. Ancora nel novembre dello stesso anno, il 1916, Menega e Benetto ricevettero la triste notifica della morte del loro figlio Giovanni, caduto in combattimento sulla Bainsizza. Dopo i fatti di Caporetto, furono inviati profughi a Gallipoli, poi a Manfredonia e in seguito a San Stefano Lodigiano. Nel 1918, quando erano già stati inviati a Manfredonia, moriva improvvisamente Benetto, lasciando a Menega il grave compito di assistere la numerosa famiglia profuga. L’anno seguente decedeva a Belfiore, nel veronese, anche Pietro “Ballot”, il fratello di Menega e nonno di Rita. Mio nonno Giorgio e ovviamente sua madre Menega rimasero molto affezionati alla famiglia Lunardi “Ballot” ed entrambe le famiglie si frequentavano reciprocamente, dandosi assistenza ed aiuto. Menega, dal canto suo, tornata in paese, visse molti anni ancora nella contrada Gavelle, con la famiglia di mio nonno, e nel paese la ricordavano come una donna dedita alla famiglia, e a suo modo anche distinta, che portava sulle spalle un elegante scialle colorato.

 

Tornando a Rita, ella, rimasta vedova nel 1975, ha allevato sei figli ed una miriade di nipoti, arrivando ad essere trisnonna, superando ogni ostacolo e difficoltà della vita, attraverso il suo carattere generoso e gioviale, con il perenne sorriso sulla sua bocca. Rimarrà il ricordo di una persona buona, che ha svolto il suo impegno di sposa, mamma e nonna con amore e disponibilità fino agli ultimi giorni della sua vita.

L’intera famiglia Menegatti “Sette”, memore delle comuni radici e del legame affettuoso e di parentela tra le nostre famiglie, si stringe ai famigliari di Rita, nel ricordo di una persona dolce, dedita ai veri valori della famiglia e dell’accoglienza.

Grazie Rita per il bene che hai compiuto nella tua lunga e generosa esistenza. Riposa in pace.

Luigi Menegatti

Nonna Regina Margherita

Con Massimo, 1978
Con Valerio, 1984
Con Ilaria, 1993
Con Davide, 2003
Le ragazze degli anni ’20, Lunardi Margherita Ballot e, a destra, Lunardi Marcellina Geccheina

Una risposta

  1. Grazie per la bella descrizione della famiglia , dei sacrifici e di come era la vita in quegli anni, a volte non ci rendiamo conto di come siamo fortunati adesso. Sarebbe bello sentire altre storie così o almeno ricordare spesso chi ci ha preceduti e come vivevano i nostri avi.

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