Nel caro ricordo dell’indimenticabile Santina Omizzolo “Cursora”

La mia famiglia, assieme alla comunità di Foza, si unisce e partecipa al dolore della figlia Maria, dei nipoti e di tutti i parenti ed amici della cara Santina, scomparsa in questi giorni a Torino, quando ormai si apprestava a festeggiare i suoi novant’anni.

Cara Santina, noi ti ricordiamo con affetto. Ci mancherai, perché tu eri discreta, dolce e presenza costante qui da noi nei mesi estivi; ti ricordiamo affabile a conversare amichevolmente con le persone che si sedevano accanto a te, nella panca di legno davanti all’abitazione di famiglia. E ne avevi di storie da raccontare!

I tuoi primi trent’anni sono trascorsi nella ampia ed ospitale vostra abitazione di Foza, accanto ai tuoi genitori e alle sorelle Virginia e Elvira. La vostra casa era accogliente e tutte voi eravate operose, pronte a rendervi utili e ad aiutare le persone del paese. Ricordo gli anni ‘50, in quei lunghi inverni, con tutto il nostro mondo ovattato dalla neve e con noi ragazzi che scorrazzavamo su slitte e sci, ma con poche povere robe addosso, rammendate e scambiate tra i fratelli più grandi e quelli più giovani. Voi sorelle Omizzolo c’eravate e vi prestavate a confezionare trapunte, maglie, copricapi, calze. I passamontagna fatti a mano, con la lana delle pecore dei nostri pastori, ci hanno protetto dal gelo.

Mariuccia, la nipotina di Santina, in un inverno degli anni ’50

Venivamo a prenderli da voi e quando chiedevamo quanto vi dovevamo dare, la risposta era sempre la stessa: “Nulla! Ricordatevi soltanto di recitare una preghiera per il nostro Livio”. Sapevamo del vostro grande dolore per la sconvolgente scomparsa del vostro caro fratello deceduto pochi anni prima, mentre tornava dalla scuola di Bassano, a causa di un malore improvviso mentre saliva a piedi la ripida strada della Vaesea; e sapevamo che la vostra mamma Maria, straziata dal dolore. lo aveva raggiunto e preso in braccio amorevolmente. Così anche nella nostra abitazione, alla sera, dopo che la nostra mamma Ester ci aveva fatto recitare il rosario, non mancava mai una “requiem” per tutti i morti e in particolare per mio zio Luigi Chiomento, caduto in combattimento in Tunisia nel 1943, e per il giovane Livio, morto nel 1946.

Livio Omizzolo (1930-1946) in una foto del 1944

Poi, cara Santina, il tuo matrimonio con Mario ti portò a Torino. Ricordo bene quel giorno del 30 dicembre del 1964. Eravamo ormai alla fine dell’anno e da noi i bambini, come tradizione, si preparavano a passare di casa in casa il primo dell’anno per augurare, con la propria voce innocente “Bonin – bonanno”. Erano tanti allora i bambini, tutti o quasi di famiglie povere, ma nessuno negava a loro una piccola ricompensa per il gradito augurio.

30 dicembre 1964, la sposa Santina Omizzolo con la piccola Paola Gheller subito dietro e Luigi Menegatti a sinistra

Il giorno del tuo matrimonio non potevamo ignorare la tradizione della “Sbarra”, codificata anche da innumerevoli atti dei notai nell’arco di alcuni secoli: quando una ragazza prendeva marito e costui non era del paese, i giovani maschi preparavano la Sbarra, costruita con pali e “dase”, con un nastro attraverso la strada, che impediva il passaggio al futuro sposo. Era una antica e bella tradizione; la giovane donna apparteneva certo alla sua famiglia ma anche alla comunità. Lo sposo “foresto”, che sottraeva un piccolo tesoro portando via dal paese la sua sposa, doveva versare un piccolo obolo che la gioventù coetanea utilizzava per festeggiare insieme l’avvenimento.

Il giorno del tuo matrimonio c’ero anch’io, appena tornato da Torino per trascorrere le festività con la mia famiglia. Assieme ad altri abbiamo preparato la sbarra nei pressi dell’allora municipio, dove tuo padre aveva passato tanti anni di lavoro. Ricordo che tu fosti contenta di rinnovare questa tradizione e tuo marito Mario fu anche lui felice di sentirsi parte del nostro mondo. 

Dopo il matrimonio lasciasti Foza e arrivasti anche tu a Torino. Per molti di noi, Torino era una seconda patria, città operaia, piena di attività, proiettata nel futuro. Ciascuno poteva realizzare i propri sogni, purché avesse la forza e la determinazione e la costanza per coltivarli e riscattare le proprie vite di gente povera ma forte e risoluta.

A Torino c’ erano già le tue sorelle, Lucinda coniugata con Amelio Menegatti, Olga coniugata con Antonio Benetti e Maria coniugata con Bruno Gheller. Loro avevano aperto la strada verso la grande città, andando ad abitare con le proprie famiglie vicino o in piazza Campanella, che era diventata un po’ una contrada di Foza e un luogo dove parecchi paesani si ritrovavano per bere un bicchiere. Io e i miei fratelli, giunti a Torino nel 1962, raggiungevamo piazza Campanella, incontravamo i paesani e conversavamo con piacere; quasi ci sembrava di stare ancora nel nostro paese.

Per noi giovani lontani da casa c’era il bisogno di ritrovare la nostra gente e trovammo amicizia e simpatia in tanti e in modo particolare un legame forte con la famiglia di Giovanni Benetti, detto Nino Sae, e dalla sua meravigliosa moglie Esterina. Altrettanto fu con tua sorella Maria e con suo marito Bruno, con i quali era scattata una reciproca empatia. Bruno mi raccontò le vicende tragiche del padre, emigrato prima nelle miniere di ferro americane e, dopo essere tornato per servire la patria nella prima guerra mondiale, ripartito per un’altra emigrazione, questa volta in Australia, dove, dopo un terribile incidente, rimase con traumi che lo obbligarono a tornare a casa e che, tra indicibili dolori, lo condussero, in età ancora molto giovane, alla morte. Ma anche Bruno aveva tante cose da raccontare: figlio unico di madre vedova, alpino inviato al fronte e poi prigioniero dei tedeschi e testimone oculare dell’arrivo nel campo di concentramento di un gruppo di giovani donne di Foza, operaie agricole in Germania, in fuga disperata dalla fattoria, dopo il caos della disfatta tedesca. E con Maria e Bruno abbiamo anche partecipato con gioia ai festeggiamenti per la nascita della loro ultima bella creatura di nome Bruna.

Bruno Gheller, al centro delle foto, brinda con il cognato Amelio Menegatti. A sinistra, più assorto, l’altro cognato Antonio Benetti

Tu, Santina, non hai potuto mai dimenticare i luoghi della tua infanzia. Le tue sorelle maggiori erano state   testimoni viventi della transizione tra la prima guerra mondiale e l’era successiva. Un paese distrutto ed un paese che rinasce.

Foza, 1921, Maria Gheller con le figliolette, a sinistra Olga e a destra Virginia

La foto suggestiva che ritrae Maria Cruna, tua madre, nel mezzo della piazza di Foza nei primissimi anni ‘20, subito dopo la guerra, mentre trasporta sulle spalle il “bigolo” con due colmi secchi d’acqua, con accanto le due figliolette Virginia ed Olga, nate profughe nel veronese, è il più bel segno e meraviglioso manifesto della rinascita e della speranza. Proprio per questo, un luogo caro ai vecchi dove sorgeva la chiesetta della “Madonna delle Saette” era rimasto nel vostro cuore. Era chiamato da tutti “il Capitello” e tu con le tue sorelle hai voluto lasciare un segno d’amore e devozione per il tuo paese e per la Madonna, facendo erigere in quello stesso luogo il nuovo Capitello che ora si trova all’imbocco della mulattiera Staick.

Sommerso dalla neve, l’antico sentiero dello Staick sale dalla Valcapra per congiungersi al sentiero che, a sinistra, porta al colle del Monumento ai Caduti della Grande Guerra

Santina era l’ultima nata della famiglia patriarcale, o forse sarebbe meglio dire matriarcale, formata da Mario Omizzolo “Cursor” e da Maria Gheller “Cruna”.

La famiglia Omizzolo “Cursor” storicamente è stata una delle più prestigiose del paese, avendo dato negli ultimi secoli i natali a personalità che si sono distinte nei vari campi dell’impegno costruttivo ed operoso, ma anche la famiglia Gheller “Crun” non è stata da meno, ricordando che Bepo “Crun” è stato l’impresario e il direttore dei lavori nella costruzione della nostra stupenda chiesa.

Maria Gheller e Mario Omizzolo

Mario Omizzolo, durante la guerra, era stato arruolato nella Regia Guardia di Finanza ed era stato inviato a San Bonifacio, in seguito raggiunto anche dalla moglie Maria quando il paese fu sgomberato dai civili a causa della guerra. I coniugi, che avevano perso il primogenito di appena sette mesi, una volta sfollati nel veronese misero al mondo la figlia Virginia, cui seguì la sorella Olga. La famigliola poi si trasferì a Cittadella, sede provvisoria del comune di Foza, allora retto dal commissario prefettizio Cav. Aurelio Grandotto e dal parente e maestro Silvio Omizzolo. A Cittadella, mentre ancora non era possibile tornare nel paese, nacque l’altra figlia Domenica Lucinda.

Nel primo dopoguerra, attorno al 1924-25, molti giovani dovettero abbandonare il paese alla ricerca di un lavoro. Tre fratelli di Mario partirono per la lontana Australia. Due di loro vi presero dimora stabile, il terzo, di nome Ilario invece fece ritorno a Foza.  Il fratello Domenico, alcuni anni dopo, nel 1932, raggiunse invece Sabaudia, nell’agro pontino, con la sua famiglia, mentre l’altro fratello Igino, più tardi ancora, emigrò, rimanendovi per diversi anni, nelle colonie della Libia.

Mario, come impiegato e messo comunale, è stato una delle figure centrali della vita sociale e amministrativa del comune di Foza. Avendo conseguito un posto fisso che consentiva una sia pur limitata entrata, mise solide radici nel paese, allargando via via la sua famiglia, fino ad avere otto figlie e Livio, l’unico figlio maschio, scomparso nel 1946.

La famiglia di Mario Omizzolo “Cursor”. Da sinistra: Mario Omizzolo con in braccio Santina, la moglie Maria Gheller “Cruna”, i figli Anna, Gemma, Livio. In alto, da sinistra, le figlie Virginia, Olga, Lucinda, Elvira e Maria

Mario, nella sua veste di messo comunale, partecipava attivamente a tutte le attività. Così lo vediamo ripreso presso l’altare della Patria, nel 1925, assieme a tutti i sindaci dell’Altopiano, e con lui il gigantesco sindaco di Foza Bepo Lunardi “Jasinto”, andati tutti quanti a Roma a rendere omaggio al milite ignoto.  

Roma, 1925. La rappresentanza dell’Altipiano dei 7 Comuni alle Feste Giubilari sulla Tomba del Milite Ignoto. Il secondo da destra è il sindaco Giuseppe Lunardi, il terzo è Mario Omizzolo

Venne poi il periodo tempestoso delle ostilità, culminate con il secondo conflitto. Mario ed altri reduci della prima guerra, come Vittorio Lazzari “Postin” e Virginio Cappellari “Pierotto”, vennero richiamati per un breve periodo sotto le armi.

Dopo l’8 settembre del 1943, a seguito dell’armistizio del Generale Badoglio, in paese c’era subbuglio e caos. I soldati e reduci, sfuggiti alla cattura da parte dei tedeschi, erano ritornati a Foza. I coscritti, quando giunse l’ora, guidati da Mario e dal Sindaco, salutati dal suono festoso delle campane, andarono ad Asiago alla visita militare ma, data la confusione, pochi di loro accettarono di arruolarsi. In paese, presso le scuole dei Lazzaretti, si erano insediati i militi trentini e militari tedeschi. Iniziarono i cantieri della Todt. I partigiani si rifugiarono sulle montagne. Il municipio di Foza fu coinvolto in un principio di incendio e nel furto della macchina da scrivere. Le autorità del paese avevano un bel daffare per mantenere il controllo ed evitare rappresaglie da parte delle forze occupanti.

1941, da sin. Mario Omizzolo, Vittorio Lazzari e Virginio Cappellari, richiamati alle armi

Tuttavia lo stesso Mario, assieme al commissario prefettizio Luigi Cappellari “Pierotto” e al parroco furono obbligati ad accompagnare i militi dell’esercito della repubblica di Salò e del famigerato capitano Casadei, casa per casa, per reclutare i giovani renitenti. Momenti di panico e terrore per l’intero paese ed anche per chi aveva responsabilità amministrativa e per lo stesso parroco, don Angelo Zovi.

Ma il peggio doveva ancora capitare. Nel 1944 ci fu la strage di sette giovani, due dei quali di Foza, trucidati in modo orrendo in località San Francesco, per mano nazi-fascista. Poi, il 5 febbraio del 1945, il capitano Casadei si macchiò di un altro crimine, uccidendo a sangue freddo il povero giovane Natale Gheller. Trasportarono il corpo del povero Natale sopra una slitta, accompagnato dai suoi compagni tenuti prigionieri. Giunti in piazza, i giovani erano infreddoliti e soprattutto impauriti di fronte a tanta ferocia. Due donne del paese, Maria Lunardi “Scattolina” e Maria “Cruna”, moglie di Mario Omizzolo non si fecero intimidire dalle minacce della soldataglia e, appena arrivata l’alba portarono soccorso ai giovani delle contrade presi come ostaggi.

I militari tedeschi del presidio ai lavori della Todt non erano violenti, anzi in qualche modo salvaguardavano la vita dei giovani renitenti alla leva. Tra i militi trentini, che avevano il loro presidio presso le scuole dei Brikar – Lazzaretti c’era anche il giovane Ernesto Anderle di Pergine.

Ad Ernesto non era sfuggita la bellezza della giovane Gemma Omizzolo, figlia di Mario e Maria. Il suo nome rispecchiava la figura stupenda di questa giovane donna dal portamento distinto ed elegante e dai lineamenti e movenze da modella. Nei giorni di aprile del 1945, Anderle era di guardia presso le gallerie della Valgadena, accompagnato da un militare tedesco. Gli operai comunali stavano sistemando il manto stradale. Lo stradino Giacomo Menegatti prese da parte Anderle, che era un suo amico, ed ebbe con lui una breve conversazione. Lo stradino riferì che gli americani stavano avanzando e che la guerra era ormai finita. Anderle e il soldato tedesco capirono la situazione, dettero la mano allo stradino e si avviarono verso le loro case di Pergine e della Germania. Ma, passato il periodo burrascoso, i due giovani, Gemma e Ernesto, si incontrarono e convolarono a nozze.

Gemma Omizzolo ed Ernesto Anderle a Foza a fine anni ’40

Nei primi anni ’50, il parroco di Foza don Olindo organizzò una gita alla Madonna di Pinè assieme ai chierichetti. In quell’ occasione arrivammo con l’auto di Celestino Paccanaro, di Gallio, stipata di ragazzi presso la casa di Gemma ed Ernesto e fu la prima volta che noi vedemmo il grappolo d’uva che sporgeva dalla vigna e che Gemma ci fece gustare in abbondanza.

1950, foto scattata presso la casa di Ernesto Anderle e Gemma Omizzolo a Pergine in occasione della gita dei chierichetti organizzata dal parroco Don Olindo Pezzin presso il santuario di Pinè. In basso a sinistra: Luigi Menegatti, Renzo Grandotto, Roberto Oro “Sprecke”, Silvano Agostini “Crusio”, Dino Menegatti “Sette” emigrato a Sedan. In alto a sinistra: Salvino Menegatti “Sette”, Giovanni Menegatti “Sette”, emigrato a Sedan, Roberto Lazzari “Postin”, Celestino Paccanaro di Gallio, autista. Ultima fila in alto da sin.: Elvira Omizzolo “Cursora”, Gemma  Omizzolo “Cursora”, con il braccio il figlioletto Gianni, Ernesto Anderle, Don Olindo Pezzin

Se per Gemma la storia d’ amore si concluse subito dopo la guerra e nel miglior dei modi, per la sorella maggiore la sorte non fu benigna. Virginia si era fidanzata ufficialmente, con tanto di pubblicazioni canoniche, con il promesso sposo Antonio Menegatti, classe 1914, residente a Varallo Sesia, sergente maggiore dell’esercito. Antonio, dopo l’armistizio del 1943, era stato catturato dai tedeschi nell’isola di Rodi ed imbarcato sulla nave con oltre 4.000 commilitoni. A settanta miglia dal Pireo la nave fu silurata ed affondata dagli inglesi, provocando una strage.

Virginia si considerò sempre una vedova di guerra, anche se il Ministero della Difesa, interessato personalmente dal sottoscritto, non volle mai riconoscerle tale qualifica. Così Virginia passò la sua vita da nubile ma attenta ai bisogni di tutti e dei numerosi nipoti in particolare.

Anche la sorella Elvira rimase nubile, molto attaccata ai valori religiosi, e loro due insieme condussero anche l’attività agricola, allevando e gestendo alcune mucche.

Per la sorella Anna il sogno di formare una famiglia trovò subito realizzazione con l’incontro e le promesse di eterno amore con un prestante giovane della Valcapra, ossia Domenico Biasia, detto Meneghetto.

Con lui visse una lunga comunione di calore famigliare, partecipando attivamente a tutte le attività, gestendo per decenni le attività a Malga Ronchetto.

Anna Omizzolo con il marito Domenico Biasia, il 29 maggio 1982, al matrimonio di Virna Gheller ed Enzo Biasia

 

Adesso, con la scomparsa di Santina, si chiude una pagina storica della grande famiglia di Mario Omizzolo “Cursor”. In molti di noi di una certa età è ancora ben viva l’immagine di Mario, persona distinta, con grandi baffi, pipa perennemente in bocca.

Mario “Consor”

Quando era ancora in servizio portava con autorità il cappello con lo stemma del comune e d’inverno passeggiava con addosso il suo austero e nero tabarro. Sempre presente in tutte le cerimonie civili e religiose, rappresentava degnamente la storia del paese. Negli anni si portava talvolta nell’osteria di Urbano Pierotto e conversava pacatamente con gli amici, facendo una partita a tressette, sorseggiando un bicchiere di vino e accendendo la sua pipa. Si spense nel 1977, mentre io ero alla guida del paese; la sua cara Maria si era già spenta nel 1968. Entrambi furono accompagnati al cimitero da tutto il paese, con il cordoglio ed il rimpianto dell’intera comunità. 

Uno scatto davanti al bar dell’albergo “Al Cacciatore”. In carrozzina il proprietario Urbano Cappellari “Pierotto” con la moglie Angela Lazzari “Organista”. A seguire, seduti, Mario Omizzolo “Consor”, due amici dietro il tavolino, Luigi “Pierotto”, fratello maggiore di Urbano e Attilio Menegatti “Campanaro”

                                                                                                                

Ora, cara Santina, riposa in pace, accanto ai tuoi amati genitori, a tuo marito Mario, alle tue sorelle, al caro Livio e ai parenti tutti. 

Foza – Torino, aprile 2024.

                                                                                          

Luigi Menegatti            

Anno 1945. In primo piano le sorelle Anna, Virginia, Santina, Maria e Gemma Omizzolo con il fratello Livio. Più dietro la sorella Lucinda con il futuro marito Amelio Menegatti
1948/’49. Gita al Santuario della Madonna di Caravaggio in Pinè. La signora con la borsa, sulla sinistra, è Gemma Omizzolo e la biondina dietro al parroco è la sorella Santina. Ai lati del parroco Don Angelo Zovi, Niva Cappellari (suor Maria Pia, con le trecce) e la cognata Laura Cristiani. Tra le altre si riconoscono Marcella Oro, Anna Omizzolo, Emilia Chiomento, Marcella e Palmira Marcolongo, Onorina Contri, Gioconda Lunardi, Cristina Faganello e Giacomina Cappellari
Foza 1976, i Cavalieri di Vittorio Veneto. Davanti da sinistra: il sindaco Luigi Menegatti, Lunardi Antonio (Gecchelin), Tommaso Lazzaretti, Lunardi Giovanni (Gecchelin), Mario Omizzolo (Cursor), don Ottavio Vellandi. Dietro: Cappellari Giovanni (Tòfano), Chiomento Tranquillo (Petarùs), Oro Giacomo (Sito). In alto: Paterno Umberto, Cappellari Virginio (Pieròto), Marcolongo Marco (Màscaro), Martini Salvino, Oro Antonio (Pressian) e Lunardi Fiorindo (Scatoìn).
15 Agosto 1986, giorno della Processione dell’Assunta. L’ultima fotografia delle Sorelle Omizzolo tutte insieme. In alto da sin. Santina, Virginia, Anna, Elvira e Lucinda. Sedute Maria, Gemma e Olga.

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