Nel caro ricordo dell’amico Giovanni Lunardi, detto “Gianni Catagno”. Foza, 31 luglio 1935 – Melbourne, 1 aprile 2023

Caro Gianni, questi anni di diffusione del coronavirus ci hanno costretti a tanti cambiamenti nelle nostre abitudini, togliendoci soprattutto il piacere di ritrovarci. Sospesi gli incontri, con le frontiere chiuse, le paure e purtroppo anche malattie e dolorosi distacchi. Tutti gli anni tu eri come le rondini che tornano a primavera e quando si approssimava il tempo ci interrogavamo: “è già arrivato Gianni Catagno dall’Australia?”

Sì, perché tu eri un uomo speciale, dividevi il cuore e gli affetti con i due mondi, quello della tua giovinezza, fra le nostre montagne, e quello dove avevi messo su famiglia, dove avevi tanti amici e ti eri realizzato come imprenditore, vivendo anche a stretto contatto con i tuoi cari paesani.

Quest’anno speravamo di rivederti a Foza, perché per te gli anni sembravano non passare mai, non intaccavano il tuo passo sicuro, e il tuo fisico rimaneva integro ed asciutto. Ma del tutto inaspettata ci è arrivata la dolorosa notizia della tua scomparsa. La comunità intera di Foza non potrà mai dimenticarti e si stringe nell’affetto a tutta la tua famiglia e mi piace ricordare che nell’ultimo viaggio sei stato accompagnato dal gonfalone del nostro Comune, trasportato dal caro amico Domenico Alberti; gonfalone che, alla fine degli negli anni ‘70, in veste di sindaco di Foza avevo voluto portare con me in viaggio e donare ai nostri emigranti d’Australia.

 

Gianni portava un soprannome che denominava anche la sua contrada, posta nei pressi della Valgadena, riparata dalle pendici della montagna ed aperta al primo sole del mattino che spunta dal Monte Grappa. La mamma di Gianni, Natalina Oro, detta “Ina Bana”, mi raccontava che in quella stessa contrada aveva i suoi orti anche la mia antenata Apollonia, figlia di Bortolo Menegatti “Sette”, morta ultranovantenne, nel 1909, dopo aver dedicato la sua vita a fare la perpetua.

In piedi Valentino, Domenica e Marco Lunardi. Seduti Giovanna Gheller, Emilio e Costantina Lunardi con bambino Emilio, Marco Lunardi con la piccola Emilia

Gli avi di Gianni, ossia i Catagni, si sono contraddistinti per la loro spiccata passione e competenza in tema di caccia, essendo ritenuti, a ragione, gli esperti massimi di questa millenaria attività, sia nel paese che forse nell’intero Altopiano. In questa pratica erano assistiti dai loro cani addestrati, che capivano i comandi dei padroni al primo cenno ed erano trattati con grande attenzione, come fossero parte della famiglia. Un aneddoto da ricordare, risalente al secolo scorso, è che, a forza di correre tra le pietre, uno dei cani di Bepo Catagno aveva consumato le unghie delle zampe ed allora, per facilitare la sua corsa, senza che la bestiola si dovesse procurare ferite e dolori, il suo padrone fece preparare dal calzolaio Pietro Oro, detto Piero “Cup”, delle robuste scarpette di cuoio.

Bepo Catagno

Gianni non faceva eccezione circa la passione di famiglia e l’aveva portata fino in Australia. I Catagni avevano praticato per tanto tempo anche l’uccellaggione, presso il famoso roccolo che aveva perfino dato il nome ad una località vicina a Malga Fossetta, tanto che il luogo denominato “Roccolo Catagno” era menzionato anche nelle carte militari della prima guerra mondiale. Gli uomini della famiglia coprivano le grandi distanze per raggiungere il sito per praticare la loro attività e, una volta conclusa con successo l’uccellagione, le loro donne portavano gli uccelli catturati fino a Valstagna e a Bassano, cedendoli in cambio di un po’ di farina e di qualcosa da mangiare.

ValentinoLunardi e Natalina Oro, contrada Catagni, inizio anni ’30

La grande guerra aveva rotto l’equilibrio e la pacifica vita delle contrade, distruggendo l’habitat e il patrimonio forestale che assicuravano un sia pur modesto reddito, compromettendo ed interrompendo il flusso degli emigranti che erano soliti fare la stagione in Austria e Germania, come ha mirabilmente descritto Mario Rigoni Stern nel libro che racconta la storia di “Tönle Bintarn”. La famiglia di Gianni è una famiglia antica, che ha radici profonde nella storia del paese e che, come tutte le famiglie, era andata profuga nella prima guerra mondiale. Il vecchio Emilio Catagno, tornato dopo la guerra, stava recuperando alcune delle sue cose più preziose, che aveva sepolto sotto un ciliegio della contrada Steiner, rimasto miracolosamente salvo dalle bombe. Appresso al ciliegio c’era ancora il cadavere di un soldato ed anche il cranio di un altro caduto. Emilio, vedendo un dente d’oro luccicare, sentenziò che doveva trattarsi di un uomo importante, certamente un ufficiale.

Venne poi anche la seconda guerra mondiale. La famiglia di Gianni visse un drammatico avvenimento, con la cattura da parte delle truppe nazi-fasciste del fratello Antonio, detto Tonin Catagno, sorpreso mentre andava pacificamente per la Marcesina assieme al fratello più giovane Luigi. La madre, avvertita dal giovane figlio Luigi, lasciato libero dai militari, corse subito disperatamente ad Asiago dove era stato portato il figlio Tonin, per convincere i carcerieri della completa innocenza del povero ragazzo. A nulla valsero le preghiere, le suppliche e i pianti della mamma e Tonin, dopo essere stato trasferito nelle carceri di Vicenza, fu trasportato con il treno bestiame fino al campo di concentramento di Buchenwald e, dopo un po’ di tempo, inviato in quello ancora peggiore di Belsen. Quella fu un’esperienza drammatica e Tonin, pur provato nel corpo e nello spirito, sopravvisse, grazie alla sua forte fibra, e tornò a guerra finita, dopo un periodo di ricovero ospedaliero.

Antonio Lunardi “Catagno” con il fratellino Luigi, anno 1940

Altre vicende, fortunatamente più a lieto fine, videro coinvolto anche il padre di Gianni, ossia Valentino detto Valente. Mentre lui ed alcuni compagni, tra cui Tarcisio e Giulio Lunardi della contrada Gavelle, passavano per le Melette, scorsero un paracadute lanciato dagli inglesi, che avevano paracadutato armi, munizioni ed aiuti ai partigiani insediati sulle montagne sopra i paesi. Il fatto venne all’orecchio di alcuni maldestri partigiani di Enego, che con modi violenti presero i malcapitati e li obbligarono a salire fino sulla Marcesina. Dopo varie traversie, Valente e i suoi amici finirono per essere liberati, in quanto nulla avevano fatto di male. Anche Gianni naturalmente ricordava questi e molti altri fatti ed era sempre interessante e piacevole conversare con lui, nei numerosi nostri incontri. Nell’agosto del 2007, in particolare, abbiamo bevuto una birra assieme, seduti davanti all’ osteria di Arcangelo “Rizzo” ai Lazzaretti. Con noi c’erano altri uomini, tra cui Marcello Menegatti detto Ceo, ed allora i ricordi andavano proprio al periodo difficile del secondo conflitto. Ceo raccontò i momenti drammatici della fuga a piedi dalla caserma nella Savoia, all’alba del 9 settembre del 1943, per sfuggire alla cattura da parte delle truppe tedesche. Ceo raccontò anche della sua traversata delle Alpi, del suo travestimento e del ritorno a casa, superando immani difficoltà. Gianni interveniva con i suoi ricordi e raccontò che in quel periodo egli, con gli altri ragazzi, ogni giorno si portava a piedi dalla sua contrada fino al centro del paese per frequentare la scuola. Infatti le scuole elementari della contrada Lazzaretti erano state occupate dai militi trentini, arruolati nelle fila dell’esercito tedesco, e pattugliavano il paese, controllando i lavori nei cantieri della Todt. Una volta Gianni, senza farsi notare, quando passò il carro trainato da un cavallo che trasportava il materiale per i cantieri Todt della contrada Frisoni, dove lavorava anche suo padre Valentino, di soppiatto prelevò un po’ di carburo che serviva per alimentare le lampade.

Finì anche la seconda guerra mondiale e Valente Catagno, padre di Gianni e persona stimata da tutti, venne eletto nel consiglio comunale di Foza nelle elezioni del 1948. Erano anni segnati dalla disoccupazione ed anche i vari Sindaci, che avevano le mani legate in mancanza di risorse, rassegnavano le dimissioni. Valente, che successivamente fu ancora eletto consigliere comunale nel 1960, aveva ripreso le sue escursioni e le battute di caccia e prese il suo posto nella squadra di boscaioli che andavano nei boschi a tagliare il legname, con il segone e la mannaia; si trattava di una serie di attività impegnative fatte a forza di braccia, in quanto al tempo non c’erano ancora le motoseghe. Personalmente lo ricordo bene, quando alla fine degli anni ‘50 ero a lavorare nei boschi del Ghertele con diversi paesani, incaricati dal comune di Foza e dalla forestale di piantare i pini sulle alture, laddove un incendio, tempo prima, aveva distrutto tutto.

1946. La famiglia di Valentino Lunardi “Catagno” davanti casa. Da sinistra il piccolo Gianni, suo papà Valentino, la sorella Giovannina, Luigi, Elda, Antonio, il piccolo Guido, la mamma Natalina Oro e, seduta, suor Emilia

Partivamo da casa al lunedì mattina presto, sul cassone di un camion, e rimanevamo via tutta settimana. Dormivamo tutti nella camerata della caserma, accanto all’albergo “Al Ghertele”, dove gli uomini più anziani, per intimorirci, raccontavano che di notte girava per le stanze il fantasma del “Bavarese”. Più in basso rispetto all’area dove noi piantavamo i pini, lavorava un’altra squadra, composta da uomini avvezzi ai lavori pesanti, tra cui Valente Catagno e Silvio Chiomento; erano incaricati di tagliare i grossi abeti di un lotto di legname. Insieme a loro c’erano anche i cavallari; questi ultimi dovevano condurre le loro poderose bestie a trascinare i pesanti tronchi fino in prossimità della strada, da dove successivamente partivano per le segherie, a bordo dei camion. Durante la notte i cavalli venivano lasciati liberi al pascolo e non ho mai capito come facessero i loro padroni a riprenderli il mattino successivo.

Valente fu anche testimone di un dramma che colpì un cacciatore della famiglia Menegatti “Sette”. Nel 1959, mentre i due grandi amici cacciatori Valente “Catagno” e Marco “Sette”, fratello di mio nonno, andavano a caccia sulla Lora, nei pressi della Piramide di pietra eretta dalla Brigata Sassari, essi si accinsero a procurarsi un po’ di polvere da sparo per caricare le loro cartucce, prelevandola da un proiettile della prima guerra, il quale purtroppo scoppiò, procurando la morte del povero Marco.

Ina, la mamma di Gianni, classe 1904, era una donna dolce, sorridente ed accogliente; queste belle doti le aveva trasmesse direttamente anche ai suoi figli. Ho trascorso diverse ore, in svariate occasioni, a conversare con lei ed ho registrato varie interviste in cui Ina ricordava ogni momento della sua lunga e travagliata esistenza. Ci raccontò che quando era piccola, nella casa dei nonni, prima della guerra mondiale, si avvicinava di soppiatto alla nonna Lucia, tutta infervorata a parlare con una sua parente della famiglia Lezzerar, ma Ina non comprendeva una sola parola della conversazione, perché le due donne parlavano tra loro ancora la lingua cimbra. Ina ha vissuto per la famiglia, ma era aperta e disponibile con tutti. Non aveva esitato nemmeno ad unirsi al gruppo guidato da don Ottavio, pronta ad andare anche in Australia, a rendere visita ai suoi amati figli Giovanna, Gianni e Guido.

Natalina Oro “Ina Bana”

Terminata la seconda guerra le cose non erano certo migliorate, le frontiere non consentivano ancora l’emigrazione per tanti giovani e in paese gli uomini vivevano recuperando il materiale pericoloso della prima guerra mondiale. Trovare un’occupazione stabile era veramente un’impresa impossibile. Alcuni giovani uomini, che conoscevano bene la fauna ed anche le abitudini dei bracconieri, furono assunti, in diverse località, nella qualità di guardiacaccia; tra loro Luigi, il fratello di Gianni, poi Attilio Lunardi “Scarparo” e Chechi Lunardi, fratello di Angelo, il capo partigiano. Altri, come Guido Lunardi “Maino”, Virginio Oro “Nobile”, Giovanni Gheller “Tonat” ed ulteriori amici delle contrade, si arruolarono invece nell’Arma dei Carabinieri.    

Alla metà degli anni ’50, Gianni, quando aveva circa vent’anni, essendo nato nel 1935, rifletteva sul futuro e, conversando con i suoi amici e coetanei, discuteva con loro della prospettiva di vita nel paese. Assieme a loro si incontrò poi con gli agenti della compagnia di navigazione, che ad Asiago spiegavano la procedura per emigrare in Australia. Per Gianni in particolare occorreva decidersi, perché si avvicinava anche la chiamata alle armi, che lo avrebbe inevitabilmente trattenuto per almeno 18 mesi. Sua sorella Giovanna, detta Giannetta, sposata con Nino Carpanedo, era già emigrata in Australia tempo prima; ella lo avrebbe sicuramente accolto fraternamente. D’altronde in quel lontano paese erano già presenti anche diversi paesani, emigrati ancora negli anni ‘20. Decise allora di partire e con l’amico Vincenzo Oro “Pegorel”, detto Vince, di appena diciotto anni, si imbarcò a Genova con destinazione Australia, il giorno 22 luglio 1956. La traversata fu lunga e tribolata, a causa del mar di mare, e Gianni compì ventuno anni sulla nave durante la navigazione, in mezzo al mare.

Gianni “Catagno”, luglio 1954
Gianni Lunardi, 1956

 

A Melbourne fu accolto in casa della sorella e trovò occupazione nel campo dell’edilizia, che i paesani chiamano all’inglese “concrete”, assieme al cognato Nino, facendo poi diversi altri lavori, in compagnia di Cesco Lunardi “Malgaret”. Gli amici e i paesani, sempre solidali tra loro, si trovavano verso sera al pub a bere una birra e, al fine settimana, tutti a caccia. Sogno di tutti gli emigranti è quello di rimanere all’estero per qualche anno e poi tornare a casa con i risparmi.

Ma Gianni in terra australiana incontrò Vanda e con lei formò la sua famiglia, felice, vivendo la gioia di veder nascere e crescere le sue figlie e poi i suoi cari nipoti.

Per diversi anni Gianni visse nella casa della suocera Teresina, una donna gentile che ebbi anch’io l’occasione di conoscere quando, negli anni ‘60, ella fece un viaggio fino a Foza. Al momento del suo ritorno in Australia, visto che in quell’occasione io andavo a Torino, le detti un passaggio fino a Milano, dove si recava a prendere l’aereo per tornare a Melbourne.

Vanda e Gianni Lunardi, 1963

Gianni, tutti ti aspettavamo quest’anno, per parlare delle cose d’Australia, ma soprattutto delle cose di casa nostra, del tempo passato, delle nostre famiglie, dell’emigrazione, dei tanti amici che ti volevano bene, per la tua bontà e per il tuo sorriso. Ora però il tuo viaggio terreno è terminato e puoi riposare in pace, amico caro, perché hai lasciato una grande eredità, di amore ed amicizia, e non sarai dimenticato. 

Esprimo infine condoglianze sincere alla moglie Vanda, alle figlie Vania, Erica e Leanne, ai nipoti, alle sorelle Suor Emilia ed Elda, al fratello ed amico Guido e ai parenti tutti.

                                                                                     

Luigi Menegatti

                                                                                                                              

In questa foto ci sono i tre fratelli Lunardi Catagno in Australia. In piedi, primo da sinistra, Michele Lunardi Malgaret, secondo da sinistra Gianni, davanti a lui la moglie Vanda. La quarta vicino al marito Nino Gobat è la sorella Giannetta. Davanti a Nino c’è la moglie di Guido, Conny. Ultimo è Guido, fratello di Gianni. Seduti, Bianca Lunardi con il marito Tony Malgaret. Il bambino è il giovane Valentino figlio di Guido
Natalina Oro “Ina Bana” con il figlio Gianni Lunardi “Catagno”. Foto fatta per l’occasione dell 90° compleanno, nel 1994
Il piccolo Archie con il bisnonno Gianni “Catagno”

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