Mario Menegatti e la sua famiglia: quel filo ininterrotto tra Foza e l’Ucraina.

Mario Menegatti e la sua famiglia: quel filo ininterrotto tra Foza e l’Ucraina.

di Gabriele Menegatti.

In un momento nel quale ci intristiscono e ci spaventano le notizie che arrivano dall’Ucraina, con la crisi geopolitica e l’emergenza umanitaria in primo piano, sia la storia comunemente nota, quella dei libri di scuola e dei trattati, sia la storia meno conosciuta ma non meno importante, quella della gente comune, ci mostrano come gli eventi tendano a ripetersi e ad intersecarsi in maniera suggestiva e persino inquietante. Oltre quarant’anni fa, mio padre Luigi intraprese, assieme a due amici, Claudio Serraiotto e l’ architetto Enrico Vescovi, un avventuroso viaggio verso l’allora Unione Sovietica, con lo scopo principale di incontrarsi col parente Mario Menegatti, un reduce di guerra che si era stabilito decenni prima nella città che a quei tempi era meglio conosciuta col nome russo Krivoj Rog (Kryvyj Rig, in lingua ucraina), città natale dell’attuale presidente dell’Ucraina, Zelenskyj. Mio padre, mentre era Sindaco di Foza, nella seconda metà degli anni Settanta era riuscito a mettersi in contatto con Mario, di cui si erano perse le tracce sin dai tempi della fine della Seconda Guerra Mondiale.

Mario era nato a Foza nel 1915 ed era emigrato in Francia con la sua famiglia in cerca di miglior fortuna, alla metà degli anni Venti del secolo scorso, in un’epoca in cui gli effetti della Prima Guerra Mondiale ancora si facevano sentire nell’economia locale dell’Altopiano. Lasciò dunque Foza e la sua contrada Gavelle quand’era ancora un bambino. La sorte, tuttavia, gli avrebbe riservato una vita piena di avventure straordinarie ma anche di tragedie immani. Dopo una decina di anni trascorsi in Francia, provò a far ritorno a Foza, nel 1934, ma, una volta constatato che le opportunità in campo lavorativo non erano tali da consentire una permanenza stabile nella terra di origine, decise di tornare definitivamente in Francia, paese di cui successivamente ottenne anche la cittadinanza.

Contrada Gavelle

Durante il periodo francese trascorse anche sette mesi in Spagna, per combattere a fianco dei repubblicani contro l’esercito di Franco. In tale circostanza suo fratello Virginio, che si trovava assieme a lui, perse la vita, in data e luogo che non ci sono noti. Dopo questo tragico evento, Mario, ritornato in Francia nei pressi della città di Vichy, conobbe Denise, che sarebbe diventata sua moglie e gli avrebbe dato un figlio, Roger, detto Mimì. Purtroppo però, incombeva il secondo conflitto mondiale. Nel 1939, in concomitanza con l’occupazione della Savoia da parte dell’esercito italiano, un bombardamento aereo sulla casa dove abitavano Mario e la sua famiglia, nel paese di Tavaux, compì una vera strage. Il fatto avvenne mentre Mario si trovava al fronte, arruolato nell’esercito francese, a combattere contro i nazisti.

Tavaux

Nel bombardamento persero la vita, sotto le bombe italiane, la moglie Denise, il loro figlioletto Mimì, suo padre Pietro e due suoi nipoti, figli del fratello Ernesto. L’impatto di tale tragedia fu ovviamente devastante ma Mario ebbe la forza di reagire, buttandosi nel lavoro e perseguendo i suoi ideali.

Nel corso della Seconda Guerra Mondiale, sempre arruolato nell’ esercito francese, Mario partecipò a numerose azioni di sabotaggio dei treni tedeschi in transito per la Francia e alla fine venne catturato e mandato in un campo di prigionia in Germania, a Potsdam. Ciò avvenne nel 1942. Assieme ad altri prigionieri di svariate nazionalità, riuscì ad evadere dopo qualche settimana, grazie all’aiuto di un caposquadra tedesco, che lasciò aperto di proposito il cancello della cella. Mario venne subito dopo aiutato da una sua paesana, Ernesta Lunardi, che si trovava in Germania a lavorare in una fattoria nei pressi del campo; Ernesta fornì a lui e ai compagni alcuni abiti borghesi, appartenenti a uomini tedeschi impegnati sotto le armi, e così, prendendo con sé alcuni viveri di scorta, i fuggitivi si avviarono verso la frontiera sovietica, giungendo, dopo un lungo cammino attraverso la Polonia, a Krivoj Rog. Ciò tuttavia non significò la salvezza, poiché l’occupazione nazista si estendeva sino a quei territori, teatro anche di una famosa offensiva della “Wehrmacht” tedesca in quel periodo. Mario e i suoi compagni vennero di nuovo catturati e spediti in un campo di lavoro nel sud dell’Ucraina. Il destino volle però che proprio durante questa ulteriore prigionia Mario conoscesse Nadežda (Nadia), la sua futura seconda moglie. Presero la decisione di scappare assieme, una volta procuratisi dei documenti falsi, tentando un’impresa pericolosa e romanzesca: attraversare tutta l’Europa per andare in Francia, in un saliscendi di brevi viaggi su treni locali, evitando le maggiori arterie delle linee ferroviarie, così da rendere meno probabile il rischio di controlli da parte della “Gestapo”.

Krivoj Rog

L’impresa miracolosamente riuscì ma in poco tempo fu chiaro che la Francia, dilaniata dalla guerra, non offriva quanto sperato. Il loro futuro per forza di cose sarebbe stato altrove. Nadia suggerì che la sua terra, l’Ucraina, oramai liberata dal giogo nazista, avrebbe offerto a tutti loro la possibilità di costruirsi una nuova vita.

Li attendeva un altro viaggio attraverso l’Europa Centrale. Il loro primo figlio, Giuseppe, nacque addirittura in treno, forse in territorio polacco, mentre si apprestavano a raggiungere l’Ucraina. Mario dunque si stabilì definitivamente a Krivoj Rog e dopo qualche anno la coppia festeggiò la nascita di un secondo figlio: Vladimiro.

Una volta ripresi i contatti con l’Italia, e in particolar modo con mio padre, nella sua prima lettera Mario sottolineò che ricordava bene le figure del mio nonno Giacomo e del mio bisnonno Giorgio, ricordandoli con affetto, e fece anche la seguente affermazione: “noi viviamo bene, ora chiediamo solo la pace, nient’altro”. Leggere in questi tristi giorni le suddette righe fa un certo effetto, considerando che la lettera fu scritta nel 1979 e che a distanza di 43 anni la pace è un bene tutt’altro che acquisito.

Nell’ incontro con mio padre, avvenuto in un albergo della città di Kiev nel 1981, Mario raccontò le peripezie della guerra ma, con orgoglio, aggiunse che si era ricostruito una famiglia e che aveva edificato con le sue mani l’abitazione nella quale viveva, dopo aver lavorato una vita come meccanico in un’industria siderurgica.

Kiev (al tempo URSS) nel 1981. Luigi Menegatti, sulla destra, incontra Mario Menegatti (al centro) e suo figlio Giuseppe nel luogo dove Mario si era rifugiato durante la seconda guerra mondiale.

Qualche anno dopo, e più precisamente nel 1985, con l’aiuto di mio padre, che aveva avuto un incontro a Roma con l’allora ambasciatore dell’URSS in Italia, Lunkov, finalmente Mario poté rientrare per un periodo in Italia, munito del suo passaporto sovietico. Venne accolto a Foza nella casa di mia zia Luciana, potendo rivedere dopo decenni la terra che lo aveva visto nascere ma che egli aveva dovuto abbandonare quando era ancora un bambino. Senza alcun dubbio l’emozione dev’essere stata intensa e difficilmente descrivibile. In quei giorni trascorsi a Foza ebbe l’opportunità di incontrarsi più volte anche con Mario Rigoni Stern, assieme al quale depositò una corona di fiori presso il Monumento ai Caduti di Foza, e ricevette anche la visita di numerosi giornalisti, che volevano sapere da lui se risultassero altri soldati italiani rimasti in quelle zone. A quei tempi non era affatto comune che un cittadino sovietico, benché originario di un paese dell’Europa Occidentale, potesse trascorrere del tempo in un paese al di là della “cortina di ferro”. La cosa dunque suscitò molto interesse e curiosità anche dal punto di vista mediatico.

Foza, 1985. Commemorazione al monumento ai Caduti. Mario Menegatti è subito a sinistra del tricolore, accanto al parroco Don Pasquale.

Mario era tornato in Italia dopo circa quarant’ anni dalla fine della guerra ed era interessato a tutto ciò che vedeva nei nostri paesi e anche nella città di Milano, dove aveva avuto occasione di incontrarsi con le autorità del consolato sovietico. Ho anche il vivo ricordo di quando, nei giorni in cui si trovava ospite da noi a Creazzo, gli prestavo la mia bicicletta perché facesse qualche giro nel circondario.

Franco Lunardi con Alfonso, Mario e Virginio Menegatti.
Mario tra Alfonso “Botte” e Virginio “Ciocco”.

L’anno successivo, quando scoppiò il reattore di Černobyl’, Mario scrisse a mio padre per informarlo dell’avvenimento, anche se naturalmente la notizia era di dominio pubblico pure da noi, fin dall’ inizio.

Nel settembre del 1999, mio padre ed io effettuammo un viaggio fino a Dnipropetrovsk – oggi Dnipro – e successivamente a Kryvyi Rig per portare aiuto alla famiglia, colpita ancora da un grave lutto: la tragica morte di una bambina in tenera età, in seguito ad un incidente. Approfittammo del fatto che la squadra del Parma Calcio avrebbe dovuto disputare una partita di Coppa UEFA contro il Krivbass, la squadra di Kryvyi Rig, e ci imbarcammo, assieme ad un amico, nell’aereo che avrebbe portato i giocatori e tutti noi in terra ucraina.

Krivoj Rog, Ucraina, 1999. Sulla sinistra Gabriele Menegatti, in occasione della visita alla famiglia Menegatti (figli e nipoti di Mario Menegatti).

Erano passati meno di dieci anni dalla caduta del muro di Berlino e, pur in un’atmosfera in cui ancora si potevano osservare i residui della pluridecennale presenza sovietica, soprattutto nell’architettura, le due città visitate presentavano una certa vivacità e uno spirito entusiasta. Ricordo ad esempio a Dnipropetrovsk la presenza di un enorme manifesto, in caratteri cirillici, che pubblicizzava l’uscita nei cinema del nuovo film di “Guerre Stellari”, ricoprendo quasi interamente la parete di un alto edificio. Trovai suggestivo il clima di rinascita di quella che allora era una giovane nazione, di recente indipendenza. Nel giro di poche settimane, in quella seconda metà del 1999, avevo avuto l’opportunità di conoscere il Brasile e gli Stati Uniti, oltre che di tornare a vedere Parigi, e dunque fu molto interessante cogliere le differenze e le sensazioni di questa terra e di questa cultura, rispetto a quelle dell’Italia e di tutti gli altri luoghi visitati in precedenza.

La prima sera in Ucraina fu molto coinvolgente dal punto di vista emotivo; cenammo in un caratteristico ristorante di Dnipropetrovsk, con un accompagnamento musicale tipico del posto, gustando dei piatti particolari e molto gradevoli, il tutto condito dalle lunghe conversazioni coi parenti ucraini. Un’atmosfera di assoluta serenità.

Il giorno successivo avemmo l’opportunità di conoscere la casa dei nostri parenti e in quell’ occasione tutti i componenti della famiglia si erano radunati attorno ad un tavolo ben imbandito, con a capotavola Nadežda, la moglie di Mario, il quale all’epoca era già deceduto da qualche anno. Il pranzo fu decisamente pantagruelico; venimmo accolti con grande calore e, grazie all’aiuto di Vitalj, un nipote di Mario che conosceva l’inglese, riuscimmo ad intrattenere una bella conversazione. Ricordo anche che sulla parete della loro sala da pranzo era appeso un grande quadro della Sacra Famiglia. Dopo aver condiviso questi momenti in famiglia, con grande emozione ci accomiatammo.

All’aeroporto di Kryvyj Rig, giunta l’ora di sottoporsi alle operazioni per l’imbarco in vista del ritorno in Italia, il militare addetto al controllo dei passaporti mi fissò e mi chiamò da parte, pronunciando poi ad alta voce anche il nome di mio padre. Dopo un primo istante di sorpresa e di preoccupazione da parte nostra, il militare ci diede la mano e ci disse: “La vostra è una grande famiglia”. Egli infatti era giunto a conoscenza di tutta la storia, della nostra visita ai parenti, in quanto Vitalji, figlio di Vladimiro e nipote di Mario, lavorava all’aeroporto come controllore di volo.

Negli anni successivi, grazie anche all’aiuto della moderna tecnologia, siamo rimasti in contatto con i nostri parenti ucraini e l’uso di Internet ha sostituito le tradizionali lettere cartacee, permettendoci di scambiare opinioni, foto, commenti sulla quotidianità in tempo reale. Gli ultimi giorni hanno chiaramente rappresentato un cambio radicale, sia dei temi che dei toni. In maniera inaspettata si è giunti ad eventi che fanno presagire la necessità per i nostri parenti di lasciare la propria terra e le proprie case, per fuggire da una guerra, proprio com’era capitato al loro capostipite Mario.

Chiesa della natività della Beata Vergine a Kryvyi Rig.

Io sono in contatto con Lesya, moglie di Anatolji, figlio di Giuseppe e uno dei nipoti di Mario. Lei fa da referente poiché si arrangia con l’inglese e mi invia notizie quasi ogni giorno: il bunker, le sirene, la paura, la vita di tutti i giorni che non esiste più. Senza entrare nel merito della distribuzione delle responsabilità ai “piani alti” della politica locale e mondiale, chi subisce le conseguenze di una qualsiasi guerra è sempre e comunque il popolo, la gente comune, sottoposta a decisioni altrui. Lesya si sta organizzando per scappare dal paese e venire in Italia, portando con sé il figlio Daniel (più propriamente Danylo, in ucraino). Gli adulti maschi non possono allontanarsi poiché potrebbero essere richiamati sotto le armi. Danylo si troverà così a ripercorrere il cammino del bisnonno Mario, attraversando l’Ucraina e poi la Polonia e successivamente le altre nazioni che li separano dall’Italia. All’interno del vagone di un treno vide la luce suo nonno Giuseppe, in quell’avventuroso viaggio di quasi ottant’anni fa, e Danylo, forse proprio su quello stesso tratto ferroviario, viaggerà in senso opposto, assieme alla madre, verso la speranza di quella pace che la loro famiglia, in un ricorso storico a dir poco scioccante e beffardo, si trova a dover rincorrere di nuovo.

In Italia verranno da noi accolti, grazie anche all’aiuto di alcuni nostri amici che assieme a noi hanno accompagnato il loro percorso attraverso l’Europa (in particolar modo la Polonia) e grazie al prezioso supporto dell’Amministrazione del Comune di Creazzo attraverso l’Ufficio Interventi Sociali e le persone, enti e strutture ad essi collegati, che hanno consentito l’accoglienza. Potranno così vedere coi propri occhi quegli stessi monti, valli e boschi in cui il bisnonno Mario era nato più di cento anni fa e da dove era stato costretto ad emigrare, suo malgrado, più o meno alla stessa età che ha Danylo oggi. Una terra, la nostra terra altopianese, che ben conosce le tragedie della guerra, dell’emigrazione e del profugato e che dunque si ritrova ancora una volta protagonista di una pazzesca serie di vicende che sembra quasi rappresentare la chiusura di un ideale cerchio in cui vicende familiari e vicende globali vanno di pari passo. L’augurio è che il buon senso possa portare alla pace di tutti e che questa storia, un giorno, venga narrata come un episodio di un’epoca difficile, oramai felicemente superata.

GABRIELE MENEGATTI ORO

Foza, località Ronchetto, 1985. Mario Menegatti, tornato per un breve periodo dall ex URSS, qui con la Checa, la “cina” (gracchio alpino) addomesticata da Giorgio Menegatti Sette.

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