L’eccidio di Foza.

Foza conobbe nell’arco di trent’anni tra il 1915 e il 1945 la tragedia di due guerre mondiali con i suoi lutti, le sue distruzioni, la sua miseria, il profugato.  Il regime fascista, dopo un iniziale consenso dovuto al desiderio di pace e poi alla propaganda e alla educazione scolastica, fu in seguito avversato, soprattutto quando si avventurò nella guerra in Etiopia, Spagna, Grecia, Albania, Russia. Nonostante la caduta del fascismo nel luglio del ’43, si continuò a combattere, nel Nord Italia, tra gli Alleati e la Resistenza armata contro i fascisti della Repubblica sociale e le truppe naziste che qui si erano accasermate. Molte città vennero liberate in Italia nel ’44 e in Europa soprattutto dall’Armata Rossa ma si continuava a combattere strenuamente. A Foza molti rimasero fascisti per convinzione o per abitudine o per convenienza, solo una minoranza aderì alla Resistenza. La maggior parte della popolazione temeva sia le angherie dei tedeschi sia le azioni partigiane che portavano spesso a delle rappresaglie. Nonostante questo però i fodati erano pronti ad aiutare i prigionieri alleati fuggiti, a nascondere i renitenti alla leva “repubblichina”, a fornire di viveri i partigiani. Questi  costituivano una spina nel fianco dei nazifascisti che su ordine di Kesserling diedero vita all’operazione “Grüne Woche” o “Settimana Verde” con il compito di sterminare e cancellare la presenza partigiana in Alta Italia. Nell’altopiano di Asiago tra il 7 e il 18 ottobre 1944 vennero impiegati circa 5000 nazisti, volontari ucraini, georgiani e tedeschi del Volga e 5000 fascisti tutti sotto il comando di ufficiali e sottufficiali tedeschi. Vennero setacciate inutilmente tutte le contrade finché si obbligarono il commissario prefettizio Luigi Cappellari, il cursore comunale Mario Omizzolo e Don Angelo Zovi a recarsi presso i genitori dei presunti partigiani e invitarli a presentarsi al comando tedesco. Coloro che lo fecero furono poi portati ad Asiago per essere interrogati. Durante la strada a Costalta i nazifascisti prelevarono la padrona dell’osteria e l’intera famiglia di Giovanni Alberti Carot.

Luigi Cappellari, commissario prefettizio negli anni ’40.
Mario Omizzolo “Cursor”.
Don Angelo Zovi.

Il 15 ottobre del ’44 in una retata nell’abitato di Canove, per una spiata di un fascista locale, vennero arrestati tre partigiani: Bernar Gino di 31 anni, Tumulero Cirillo di 26 anni, macellaio, sposato da un anno con Bruna Lando e padre di un bimbo di nome Ivan, e Ambrosini Renato di 20 anni. I tre vennero portati nel carcere di Asiago torturati e seviziati.

Amedeo Contri “Bolso”.

Intanto era stato arrestato, lo stesso giorno, anche Contri Amedeo, detto “Bolso”, di anni 24, mentre tornava da un cantiere Todt, dove lavorava. Amedeo era figlio di Bortolo “Costeltar” e Zolla Maria, di Costalta. Era stato processato, condannato e ricercato dalla Brigata partigiana “7 Comuni perchè si spacciava per partigiano in complicità con Giacomo Menegatti (di Antonio e Giacomina Alberti) e Pietro Contri (di Antonio e Lucia Contri). I fascisti gli avevano bruciato la casa per aver rinvenuto delle armi nella stalla. Amedeo volle ritornare alla sua abitazione nonostante l’esortazione di Maria Lunardi (Marioi) a fuggire, in quanto le Brigate Nere stavano cercando il fratellastro partigiano Severino Contri (figlio di secondo letto di Bortolo con Lucia Menegatti, detta “Bortola”) e avevano già portato via la matrigna. Egli ritornò comunque a casa e così venne catturato.

Cirillo Alberti “Fajo”, di anni 16 abitava in Valpiana dove c’era un cantiere della Todt. Lo comandava un tedesco di nome Kaspar, assistito da alcune guardie trentine. Il comandante tedesco capì che il giovane se ne intendesse di armi in quanto Cirillo era capace di smontare rapidamente un’arma, lo tenne d’occhio e poi lo fece arrestare. Il 15 Ottobre fascisti e tedeschi, per intimidire gli abitanti di Foza, piazzarono al centro del paese, davanti alla casa di Ernesto Grandotto “Fornaro”, proprio all’inizio della piazza, camion, mitragliatrici e fucili, dicendo che avrebbero bruciato le case. I fascisti delle brigate nere, guidate dal capitano Casadei, alla ricerca di partigiani e renitenti, iniziarono così un vasto rastrellamento nelle varie contrade portando con loro le autorità del paese e costringendo a seguirli persino il parroco, don Angelo. Cirillo fu arrestato e poi incendiarono la sua casa come fecero con la casa di Contri Amedeo.

Cirillo Alberti “Fajo”

Erano imprigionati anche due russi. Il primo era Nicolaj Smirnow di 27anni (Il nome e la data di nascita erano incisi sull’orologio che ancora aveva addosso quando la salma fu recuperata). L’altro, non ben identificato, poteva essere il colonnello Dimitri , un prigioniero fuggito da un campo di concentramento di Vicenza, o “Micailov Dmitri (Dmitrio)”, un russo incluso nell’elenco dei partigiani stranieri in “Brigate d’Assalto Garemi “, secondo un altro storico.

Il 18 ottobre i sette uomini vennero trucidati senza alcun processo, senza alcuna motivazione plausibile, solo per vendetta e per intimidire la popolazione. Alle pendici dove sorge la chiesetta di San Francesco, uno alla volta, furono fucilati e i vivi dovettero spingere i corpi dei compagni morti dentro il trinceramento fino alla galleria.

La croce accanto alla buca dove furono gettati i prigionieri
“Questa Croce come Sacro ed Eterno Testimonio alle Vostre Gesta”

I nazifascisti pensarono di nascondere l’eccidio ai familiari dicendo loro che gli uomini erano stati inviati in Germania. I corpi vennero ritrovati forse perché una donna, che aveva sentito della grida e degli spari provenienti da San Francesco, avvertì il parroco o qualcun altro o forse grazie a Giacomo Omizzolo, che aveva visto il camion con i condannati avviarsi verso quella località. Giacomo e Dilvo Rodeghiero, che conosceva bene il posto, avrebbero seguito le orme e trovato il luogo del massacro.  Giache Sette (Giacomo Menegatti) e Ussiano Cavabuse (Luciano Menegatti) furono incaricati di ricomporre le salme.

Giacomo Menegatti con il figlio Eugenio.
Luciano Menegatti.

CARMELO CONSOLI

Fonti:

Pierantonio Giois “ Controversie sulla Resistenza ad Asiago e in Altipiano “ Asiago luglio 2000

Ugo De Grandis “ Malga Silvagno .Il giorno nero della Resistenza vicentina “ Schio 2011

Luigi, Rossella e Gabriele Menegatti  ”Gente di Foza” .

Centro studi Storici “ Giovanni Anapoli “ di Montecchio Precalcino (VI)

Giorgio Spiller “ Tresché Conca e Cavrari Terre partigiane” .Ed AVL. Quaderno n. 9 Vicenza 2013.

Gios. Resistenza, Parrocchia e Società. Storia Ecclesiastica Padova.

Emilio Franzina, “la provincia più agitata”. Vicenza al tempo di Salò attraverso i Notiziari della Guardia nazionale repubblicana e altri documenti della Rsi (1943-1945), Ivsrec, Padova 2008.

I partigiani Angelo Lunardi, con la pistola, Severino Contri e Bruno Lazzaretti.

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