L’antico Crocifisso della Chiesa di Foza, tra storia e leggenda

L’ antico crocifisso, che fa bella mostra di sé sopra l’altare maggiore della chiesa di Foza e che ha accompagnato la vita di tante generazioni di “fodati”, era stato messo in salvo, durante i tragici avvenimenti occorsi durante la prima guerra mondiale, che avevano comportato l’annientamento dell’intero paese. Era stato trasportato in un luogo sicuro. Attraverso i racconti degli anziani, soprattutto nei filò, si tramandavano, insieme alle narrazioni mitologiche, anche supposizioni e commenti su questa straordinaria scultura, che rappresenta, in modo realistico e quasi umano, il volto sofferente del Cristo morente sulla croce. Ne parlavano con un misto di ammirazione e venerazione e nei loro racconti si intrecciava il mistero circa l’identità dell’autore della preziosa opera d’arte.

Interno della Chiesa Parrocchiale dopo la ricostruzione, con il Crocifisso sopra l’altare

Alcuni autori che vantavano rapporti culturali con l’Altopiano e con le sue vicende storiche si sono occupati del Cristo di Foza, probabilmente dopo aver preso conoscenza della vicenda grazie al racconto del cav. Giovanni Contri.

Il cav.  Giovanni Contri “Trol”, scomparso negli anni ‘70, che fu per molti anni fabbriciere della parrocchia ed anche il primo sindaco del comune di Foza eletto dopo il ventennio fascista e la nascita della Repubblica, in un bollettino parrocchiale del 1954 aveva messo per iscritto ciò che si raccontava in paese:

Giovanni Contri “Trol”

“…Ci è stato tramandato che il Crocifisso della nostra chiesa è stato scolpito da un disertore tedesco nel 1500.  E veniamo al fatto. Un soldato tedesco facente parte di un esercito nordico che dalla Germania calava verso l’Italia (Massimiliano d’Austria, anno 1509), per seminarvi lutti e rovine, mentre transitava per la Valsugana pensò di abbandonare i suoi commilitoni. Giunto di notte nei pressi di Carpenè, poco disposto ad uccidere ed ancora meno a farsi uccidere, senza farsi notare si nascose dietro un cespuglio. Passata che fu l’intera colonna e fattosi giorno, quel disertore oltrepassò il ponte sul fiume Brenta e si portò a Valstagna. Avvicinatosi ad un gruppo di boscaioli, sentì, con sua grande sorpresa, che parlavano la sua stessa lingua, il cimbro. Fattosi coraggio, raccontò la sua vicenda ed essi presero a cuore la sua triste situazione e trattandosi di una persona della loro stessa stirpe gli offrirono ospitalità e lavoro. Ben volentieri egli accettò l’offerta e con loro salì su questi monti e incominciò a lavorare dedicandosi al taglio del legname e al suo allestimento, per poi trascinarlo già per la Val Vecchia fino al fiume Brenta. Quel disertore partecipava alle cerimonie religiose e si intratteneva con il parroco, che era pure lui tedesco. Constatato che in chiesa mancava un Crocifisso grande, si offrì di scolpirne uno a grandezza naturale. Il parroco accettò la proposta e   gli procurò il legno adatto, cioè un tronco di olivo. Quel disertore, che era un abile scultore, scolpì il Crocifisso che si trova ora nella nostra chiesa ed è un’opera di notevole valore artistico e storico”. (In realtà, nel corso del restauro del 2018, il legno usato per la scultura è stato riconosciuto come legno di pino cembro, detto anche “cirmolo”).

L’osteria Valla, che si trovava all’estremità della Val Capra, sul cammino che proseguendo porta giù verso la Madonnetta dei Gozza

Antonio Brazzale De Paoli, in una pubblicazione intitolata “E una sera d’inverno qualcuno…”, attribuisce l’opera del Crocifisso di Foza, (come pure quelli di Forni d’Astico e del Duomo di Asiago, quest’ultimo andato perduto durante la guerra) a Johannes di Ratisbona, arrivato in Italia al seguito dell’imperatore Massimiliano.

Il racconto di Francesco Zanocco è ancora più interessante, ancorché più che di storia egli parli di leggenda. Zanocco era una persona assai colta, tra l’altro archivista della Curia di Padova, e pertanto aveva accesso agli innumerevoli documenti storici ivi conservati, che riguardano naturalmente anche la parrocchia di Foza. L’autore pubblicò nel 1979 un libro che lui intitolò “Leggende dell’Altopiano”, da cui emerge il suggestivo racconto, probabilmente prendendo spunto da quanto già scritto dal Cav. Giovanni Contri nel 1954. 

Il Crocifisso del Disertore

Sull’imbrunire di un lontano giorno di primavera, un drappello di fozesi, che vigilavano il passo della Vallicella (Vaesea), videro sbucare da sotto il Covolo dei Mattietti un uomo che saliva il ripido sentiero della Calcara. Indossava una magra gabbanella da pastore ed indossava stivali da cavalleggero.

Ciò mise sospetto. E così, non appena lo ebbero a tiro, gli chiesero chi fosse e dove andasse.

L’uomo, con la certezza di chi ha raggiunto il suo scopo e si ritiene al sicuro da ulteriori insidie, trasse un sospiro di sollievo e, tendendo le mani in atto di cordiale saluti, dichiarò di essere un tedesco disertore, in cerca di libertà, di pace e di lavoro.

Ma la rivelazione apparve così strana; strabuzzando gli occhi per lo stupore, si autorizzarono a non fargli credito. E, legategli le mani dietro la schiena, lo affidarono a due della retroguardia che lo scortassero fino a Foza.

Frattanto, il più giovane della compagnia, precedendoli di buona carriera, era salito in paese a suonare la campana della vicinia, così che all’arrivo del prigioniero il popolo si trovasse già riunito per assolvere o condannare, com’era prescritto negli statuti.

Ma nell’incontro, gli animi esacerbati da tante sventure non furono disposti alla clemenza. E ghermiti da una suggestione collettiva gridarono a gran voce che il tedesco fosse buttato in una carbonaia accesa, ricambiando in tale modo la stessa sorte che era toccata qualche tempo prima ad alcuni compaesani, colpevoli di aver resistito alle soldatesche imperiali.

Il tumulto, fattosi furore, sancì la condanna e l’uomo, coperto di insulti e percosse, fu sospinto verso il suo martirio.

Ma nell’istante in cui l’esecuzione stava per compiersi, ecco che una voce imperiosa e autorevole, imponendosi sulla generale concitazione, ebbe il potere di paralizzare ogni atto, placare ogni impulso e stabilire un profondo silenzio. Era il centurione del terzo quartiere, che giungeva proprio in quel momento da un giro di ispezione ai passi della Valgadena.

Avanzando tra la folla, apostrofò tutti con parole di sdegno, che misero nel cuore di ognuno, se non la certezza, almeno il dubbio che quell’uomo poteva anche essere innocente e che comunque l’uccidere a quel modo non riscattava l’ingiuria ed il danno sofferti. E, slegategli, le mani lo invitò a parlare e a difendersi, che era nel suo diritto.

A quell’invito, gli occhi del prigioniero si illuminarono di una luce che, ricomponendogli i bei tratti del volto, diceva più di quanto non potessero le parole; e, rivolto al centurione e al popolo, cominciò a narrare la sua storia.

La Valgadena, confine naturale tra Foza ed Enego

Si chiamava Adam ed era di Tubinga. Un giorno, coinvolto in un delitto che non aveva commesso, gli era stato proposto di scegliere tra la pena capitale e il lungo servizio nelle armi. Aderì naturalmente a quest’ultimo, dando così inizio ad una vita errabonda e violenta, che gli riusciva insopportabile fino a morirne. Fu allora che nella sua mente si fece strada un pensiero che si consolidò in un fermo proposito da attuarsi alla prima occasione. Che gli venne incontro propizia un giorno che, alla chiusura del Buttistone, uscito incolume da un’improvvisa colata di massi e di alberi frananti dagli opposti strapiombi, si trovò immerso nel fiume, aggrappato a un groviglio di tronchi e di rami che la corrente trascinò per lungo tratto. Ad un certo punto, liberatosi dalla pesante uniforme, si staccò da quel provvidenziale zatterone toccando la riva destra del fiume. Prima che le tenebre glielo avessero impedito, corse lungo un sentiero che lo diresse verso uno stabbiolo abbandonato, dove passò la notte. Il giorno dopo, e per molti altri, girovagò tra gli impervi costoni della montagna, spiando da invisibili covi il movimento delle guarnigioni imperiali, che finalmente un giorno vide ripiegare in disordine risalendo il Canale del Brenta. Quando tutto fu più calmo, decise di condurre a compimento l’impresa ed uscito dalla sua tana si inerpicò per quel sentiero che gli avrebbe fatto incontrare gente amica ed ospitale e che parlava inoltre la sua stessa lingua. Qui terminò il suo discorso, cui seguì, dopo un attimo di silenzio, il mugugno feroce di alcuni tra i più ostinati, che non volevano rassegnarsi a credergli. Ancora una volta, l’intervento del Centurione riportò gli animi a riflettere e, affinché si ritrovassero unanimi nel respingere il sospetto di simulazione che pesava sul condannato, propose al prigioniero di garantire ulteriormente l’autenticità di quanto aveva detto. Capitava a proposito. Giusto nella parrocchia di Santa Maria si conservava da anni un grosso troco di ulivo, da cui Mastro Rinaldo avrebbe dovuto ricavare un Crocefisso, se la morte non lo avesse colto mentre ne principiava lo sbozzo.

Lo invitò perciò a continuare il lavoro che, a nome di tutti, stabiliva che fosse ultimato per la domenica di Pasqua, che era imminente, e alla solennità della quale nessuno sarebbe mancato. Lo straniero, accettato l’invito, promise che avrebbe fatto del suo meglio e con l’aiuto di Dio non li avrebbe delusi.

Avvenne che il giorno stabilito, tutto il popolo di Foza, convenuto nella chiesa di Santa Maria, fosse preso da una insolita commozione: sopra l’altare inondato di luce, che uno splendido sole di primavera alimentava da oriente, riluceva un Crocifisso il cui volto luminoso di indicibile tristezza richiamava le sembianze del disertore.

Ed è con questo nome che ancora oggi viene indicata la bella scultura che, nella penombra del presbiterio di Santa Maria, campeggia con tutto il suo fascino, fatto di un prodigioso respiro appena sospeso tra le smorte labbra del Cristo”.

Il paese in alcuni secoli della sua storia

La storia, sia civile che religiosa del paese, è originale ed interessante. Già nel 1262, gli Statuti di Vicenza riportavano l’appartenenza della “Villa di Foza” al Quartiere di San Stefano di Vicenza, assieme ad altri antichi comuni dell’Altopiano. Ma a differenza degli altri comuni, l’intero territorio di Foza era soggetto al Monastero benedettino di Campese, che lo aveva ottenuto dalla potente famiglia degli Ezzelini da Romano, prima che la stessa venisse sterminata nel 1259. A motivo di tale acquisizione, la cura d’anime era pertinenza del Monastero, anche se di concerto con la diocesi di Padova.

Probabilmente per questo antico legame, secondo lo storico Abate Agostino Dal Pozzo, originario da Rotzo, la prima chiesa di Foza potrebbe essere stata intitolata a San Benedetto, anche se non esistono prove documentarie circa il periodo storico in cui essa sarebbe stata edificata.

All’inizio del Quattrocento, il priore di Campese aveva convocato i rappresentati del comune di Foza, tra cui Giovanni “Perhenzan” e in quell’occasione si confermò di comune accordo che fossero i capi famiglia del paese titolati a nominare il loro curato, con annesse alcune obbligazioni e prescrizioni, sia civili che religiose. Una di queste prerogative, che assegnava ai capifamiglia la designazione del proprio curato, denominata “Jus elegendi”, cessò nel 1948, dopo cinquecento anni, per rinuncia esplicita dei capifamiglia, chiamati in assemblea dal parroco don Olindo Pezzin.

Nel 1448, quando era curato Cristiano Teutonico, dove l’appellativo “Teutonico” indicava chiaramente la sua provenienza, la chiesa era stata ampliata ed abbellita con tre altari: uno dedicato a Maria Assunta, uno a San Giovanni Battista ed uno ai S.S. Apostoli Pietro e Paolo. Negli anni successivi si susseguirono come curati altri preti provenienti parimenti dalla stessa area germanica, come Benedetto Giorgio Kunstelfelden, Filippo di Augusta e Giovanni di Allemania.  

Negli anni 1485-1495, ci furono ulteriori ampliamenti della chiesa e nel 1488 il vescovo di Padova Barozzi, in visita alla parrocchia, si era compiaciuto perché era rinnovata e ampliata, in stile romanico-gotica, ad una navata, lunga 10 metri, con un’altezza di quattro metri, dotata di tre altari.

A Foza viveva una comunità semplice, fatta di pastori, carbonai e boscaioli. Tuttavia non era da meno di altri comuni, tanto che attorno al 1500 ha avuto l’intraprendenza e la nobiltà d’animo per dotare la propria chiesa di veri capolavori artistici e devozionali, arrivati fino ai nostri giorni. Oltre alla scultura del crocefisso, vi era la statua lignea della Madonna, che il popolo chiamava “miracolosissima” e la grandiosa tela della patrona, raffigurante Santa Maria Assunta, commissionata dai nostri avi alla bottega del “Da Ponte il Vecchio” e che riporta anche paesaggi e figure di animali, di un ambiente della nostra tradizione, ben conosciuto dall’autore, originario da Gallio.

La statua della Madonna Miracolosa
La pala dell’altare maggiore, raffigurante la Madonna in trono con il Bambino e i santi Giovanni Evangelista e Benedetto, dipinta da Francesco Da Ponte ( Bassano) il Vecchio

Dopo il famoso Concilio di Trento, terminato a metà del ‘500, avvenne l’avvicendamento del clero, da preti di origine tedesca, a sacerdoti autoctoni. In quell’epoca, il seminario diocesano di Padova si era riorganizzato e fu in grado di formare i propri chierici, alcuni dei quali, provenendo dall’area dei Sette Comuni, parlavano anche la lingua cimbra del posto e si potevano intendere con la popolazione. A tale riguardo vennero anche stampati, su indicazione della curia di Padova, i catechismi nella lingua cimbra.

Il primo curato originario di Foza, appartenente ad una delle più antiche famiglie del paese, fu Don Giacomo Perhenzan, che esercitò il suo ministero tra il 1581 e il 1590.

Il Vescovo Corner, arrivato a Foza nel 1592, cita nella relazione una statua della Madonna tenuta in grande venerazione, peraltro indicata già anche nella precedente visita del 1571. Nel 1602, da parte sua, il vescovo Marco Corner imponeva di sistemare la statua della Madonna in un luogo più idoneo, essendo all’epoca in posizione sacrificata.

Oltre tre decenni dopo, giunti oramai nell’anno 1635, si iniziò un’ulteriore ampliamento della chiesa, i cui lavori terminarono nel 1647. In tale epoca, molto burrascosa, con l’epidemia di colera che si era diffusa nei paesi, la contrada Gavelle eresse il proprio capitello dedicato a San Rocco, mentre nel territorio comunale scorrazzavano i banditi, che avevano il loro inaccessibile rifugio poco lontano da malga Fratte, chiamato “Buso dei Sassini”, e la stessa chiesa fu teatro di omicidi, per cui il Vescovo di Padova, Giorgio Cornaro, andò a riconsacrarla e nella relazione della sua visita vengono elencati cinque altari, dedicati rispettivamente all’Assunzione di Maria Vergine, al Rosario, a Sant’Antonio Abate, al Crocifisso e allo Spirito Santo. In occasione di tale visita, il cronista riporta l’interessante informazione che la tavola dietro l’altare è “pulcherrima”, cioè molto bella, riferendosi con tutta probabilità all’opera di Francesco Da Ponte, “il Vecchio”. Sempre nello stesso periodo, intorno al 1640, sul colle all’estremità della dorsale che, partendo dal centro del paese attraversa il colle del Pubel e giunge sino allo strapiombo che si apre verso la Valbrenta, vennero eretti un eremo ed una chiesetta, dedicata a San Francesco d’Assisi. Esistono tuttavia documenti che testimonierebbero l’esistenza di un capitello prima della costruzione della chiesetta. 

La Chiesetta di San Francesco con l’Eremo, distrutta durante la Grande Guerra

Il successivo curato originario di Foza fu Don Ferdinando Menegatti (1658-1684), eletto dalla vicinia dei capi famiglia quando aveva solo 25 anni e confermato sia dal monastero di Campese che dalla curia di Padova. Durante il suo ministero ci furono anche due importanti visite pastorali del Vescovo di Padova, Gregorio Barbarigo, proclamato poi santo. Nella relazione delle stesse si fa un cenno al Crocifisso esistente nella chiesa di Santa Maria Assunta di Foza.

Anche al riguardo delle visite del vescovo Gregorio Barbarigo si tramandavano fatti straordinari. In una delle visite, e più precisamente in quella del 1664, il vescovo stava attraversando la misteriosa e suggestiva Valgadena, che a quei tempi si oltrepassava percorrendo la mulattiera che dalla contrada Frisoni, nel comune di Enego, portava alla contrada Stainer di Foza, ben prima che vi fossero il ponte e la precedente strada delle gallerie. Durante il tragitto per la suddetta mulattiera, un enorme masso si staccò dalla sommità della montagna, col rischio che venissero travolti il vescovo e l’intera colonna di persone che camminavano assieme a lui.

La contada Stainer nel territorio di Foza. Sullo sfondo, oltre la Valgadena, la contrada Frisoni di Enego

Tutti gridarono, presi dal panico, ma il vescovo tracciò un segno di croce e la valanga di pietre si spostò, scendendo a valle senza colpire alcuna persona. In seguito a ciò, guidati dal parroco don Ferdinando, tutti recitarono il Padre Nostro, in lingua cimbra. Svariati testimoni inoltre dichiararono che il vescovo, giunto in prossimità della località Costalta, dalla parte opposta del territorio di Foza, pronunciò le seguenti parole: “Ah Costalta, Costalta… se la gente sapesse cosa vi è qui sotto…”.

Nel 1779, il notaio del paese, Lazzari, scrisse che la chiesa si salvò per puro miracolo da un furioso incendio scoppiato nelle case della piazza, ancora coperte con paglia e scandole. Per inciso, alla caduta di Venezia per mano di Napoleone, il notaio Lazzari era ancora in carica. I francesi avevano soppresso monasteri e congregazioni religiose e da allora cessò l’appartenenza della nostra chiesa alla giurisdizione del convento benedettino di Campese e il curato di Foza assunse la qualifica di parroco, soggetto unicamente alla diocesi di Padova.

La chiesa ed il campanile ad inizio ‘900

Nel 1863 fu ultimata la ristrutturazione della chiesa, benedetta due anni dopo da Don Nicola Martini, arciprete di Asiago. La chiesa risultava dotata anche di un importante organo, presente comunque nell’edificio sacro fin dal 1776. Dal finire del XIX secolo e fino alla prima guerra mondiale, esso era stato suonato da Luigi Lazzari, soprannominato “organista”, e, a partire da lui, da allora assunse tale appellativo tutta la sua famiglia. Il paese, con la chiesa e l’organo, furono distrutti nel corso della prima guerra mondiale, il che comportò inevitabilmente l’irrimediabile perdita di un pezzo importante della propria storia. A tutt’oggi non sono note immagini o fotografie dell’interno dell’antica chiesa parrocchiale.

Luigi Lazzari “Organista”

Gabriele Menegatti

La Valsugana con il Brenta visti da San Francesco, nel luogo dove a metà del ‘600 venne costruita la prima chiesetta dedicata al Santo di Assisi
L’Oratorio di San Francesco, costruito dopo la Grande Guerra alla sommità del colle al posto della vecchia Croce
Il ponte sulla Valgadena con la contrada Frisoni di Enego sulla destra
La chiesetta di San Rocco a Gavelle
Una parte delle iscrizioni nel Buso dei Sassini, risalenti ad alcuni secoli fa
L’inizio del sentiero lastricato dello Zontall, da Valstagna a Foza
Vista della tortuosa strada della Val Vecchia, costruita dal genio militare durante la prima guerra mondiale, detta anche “delle Pale”

2 risposte

  1. E’ sicuramente molto importante il brano di storia riportato nel testo,sopratutto riporta il lettore a percorrere diversi secoli di storia che segmano tutto il territorio dell’Altopiano.Io stesso da diversi anni sono alla ricerca di documentazione presso tutti i musei dal Tirolo al Norditalia,associando notizie trascritte di prima mano e componendo ca. 15 dossier con più di 1.000 foto/illustrazioni.
    Mi ha sorpreso incuruisito sopratutto l’esodo del cippo dei Dalla Costa dalle Coste di Valstagna ca. il 1400 verso l’Altopiano e il loro espandersi lungo il dorsale nel tempo fino a riportarsi ai primi del 1900 nuovamente a scendere verso valle all’incrocio delle 4 strade
    della Val Sugana/Val Brenta.

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