‘L’antico cimbro di Foza nei Sette Comuni’

Le Istituzioni hanno alquanto trascurato il cimbro della parte orientale dell’Altopiano, in particolare di Enego e Foza. Ma mentre del cimbro di Enego ci resta il vocabolario stampato da don Piermodesto Dalla Costa nel 1763, com’era il cimbro parlato a Foza? A tutt’oggi non esiste alcun glossario, cioè raccolta di parole, del cimbro di Foza. Sappiamo però che qui fino al 1827 si predicava in cimbro, ma che anche dopo si utilizzava comunque per il catechismo il testo in cimbro pubblicato nel 1842 dal Vescovo di Padova Modesto Farina e che il cimbro era la lingua usata anche per la confessione.
Francesco Caldogno, nella sua opera ‘Relazione delle Alpi Vicentine e de’ passi e popoli loro’, scritta nel 1598 quale Ispettore ai confini in terra vicentina, ci racconta che il cimbro era parlato fino alle adiacenze della città di Vicenza ancora fino agli inizi del 1500. Ferreto de’ Ferreti, notaio (e poeta) a Vicenza nei primi anni del ‘300, canta addirittura Vicenza come ‘urbs cimbria’, in quanto abitata prevalentemente da signori rurali che provenivamo dalla pedemontana (come ci ricordano i loro cognomi: Barbaran, Caldogno, Chiuppani, Da Schio, Piovene, Thiene…) i quali probabilmente continuavano a parlare questa lingua anche in città.
Ma l’Accademia, cioè l’ambiente universitario italiano, non prestò grande attenzione alla nostra lingua. Il primo interesse di studio del cimbro arrivò dalle terre tedesche. Il re di Danimarca e Norvegia Federico IV, dopo esserci già stato a cavallo degli anni 1692 e 1693, tra il 1708 e il 1709 visitò nuovamente l’Italia. Fu in Veneto dal dicembre 1708 ai primi mesi del 1709. In quel periodo del 1709 fu ospitato a Vicenza nel palazzo al numero 11 di contrà Carpagnon (dove vi è una lapide a ricordarlo) dal conte Giovanni Battista Velo. Saputo da questi che sull’Altipiano abitava un popolo che parlava il tedesco, il re volle portarsi sui Sette Comuni. Il re desiderava parlare con quella gente che “usava il tedesco”, e le cronache contemporanee narrano di un entusiastico incontro con la popolazione di Asiago (alla quale deve aver parlato in tedesco, la lingua che preferiva): lo storico Domenico Sartori racconta che fu salutato con il grido ‘Es leben unser Konig’, ossia ‘Viva il nostro Re’, e che da quel momento in poi i nostri monti furono visitati da filologi della Danimarca, della Svezia e dalla Germania.
Coloro che si attivarono per primi e nel modo più significativo per studiare la storia dell’Altopiano e per salvaguardarne la lingua furono soprattutto i membri del clero nativo dei Sette Comuni, cultori della storia della propria terra, in quanto, nonostante la cultura acquisita, non dimenticavano le proprie origini e conservavano l’attaccamento alla classe popolare, da don PierModesto Dalla Costa di Enego (1692-1778), ), all’abate Agostino Dal Pozzo (1732–1798) di Rotzo, all’abate Modesto Bonato di Asiago (1812–1902) fino al prof. Don Antonio Domenico Sartori di Gallio (1885-1953). A parte la più antica grammatica del cimbro dei Sette Comuni, scritta dal medico di Rotzo Gerardo Slaviero (1679-1763), ma conservata manoscritta per duecento anni e pubblicata dalla veronese Taucias Gareida di Giazza nel 1991, gli altri laici non appena acculturati desideravano integrarsi nella borghesia cittadina e riceverne gratificazione.
Furono in particolare gli scritti di due studiosi veronesi, ‘Verona Illustrata’ di Scipione Maffei (1675 – 1755) pubblicata nel 1731 e ‘Dei cimbri veronesi e vicentini’ di Marco Pezzo (1719 – 1794) pubblicata nel 1763, che tradotti in tedesco e fatti conoscere all’ambito universitario germanico, ne destarono subito l’interesse a raccogliere sul campo, secondo le linee degli nascenti studi linguistici, la lingua viva cimbra in un momento nel quale era ancora largamente parlata, e sono proprio queste ricerche e studi che, mentre furono fondamentali per lo sviluppo della dialettologia tedesca, permettono a noi oggi di poter conservare il nostro antico patrimonio linguistico con tutta la visione e rappresentazione del mondo e della vita che esso intrinsecamente esprimeva, oltre ad essere l’unico documento storico che parla ancora della nostra origine e ci racconta così il complesso intreccio di relazioni tra i popoli europei, costituendo anche un importante valore aggiunto per il richiamo turistico.
Johann Andreas Schmeller, il padre della dialettologia tedesca, uno dei moderni fondatori della ricerca linguistica sul campo, non riuscì a raggiungere Foza quando per primo visitò le comunità cimbre degli altipiani di Lavarone, dei VII e dei XIII Comuni, né nel viaggio effettuato nel 1833 e neppure in quello del 1844, fatto per cui si dispiacque apertamente. Così egli scrisse nella sua Cronaca del viaggio, in premessa all’opera ‘Sui cosiddetti Cimbri dei VII e XIII Comuni delle Alpi Venete e sulla loro lingua’ (Über die sogenannten Cimbern der VII und XIII Kommunen auf den Venedischen Alpen und ihre Sprache), il primo studio scientifico della lingua cimbra mai realizzato che Schmeller produsse per l’Accademia Reale delle Scienze di Baviera nel 1834 e pubblicò in tedesco nel 1838, e che nel 2020 la nostra ‘Federazione Cimbri 7 Comuni’ ha provveduto a far tradurre in italiano e pubblicare: ‘Avevo un grande interesse di visitare anche il Comune orientale di Foza, il cui dialetto, così come ho potuto constatare, si contraddistingue per alcune particolarità significative e i cui abitanti, in confronto a quelli di Asiago, sono esplicitamente elogiati da Maccà e Dal Pozzo: “Poiché, dovendo giusta la professione praticar otto mesi dell’anno fra gl’Italiani” (loro scendono infatti a partire da Settembre con le loro numerose mandrie di capre nelle pianure italiane, poiché hanno un antico diritto di pascolare) “conservano tuttavia, e parlano assai meglio degli altri la propria lingua”. Calcolai però che, a causa del poco tempo a disposizione, avrei dovuto rinunciare o a Foza, o ai XIII Comuni Veronesi’; e così l’Abate Agostino dal Pozzo nelle sue Memorie Istoriche afferma ‘Un altro notabile e a noi molto rincrescevole cambiamento si è quello di aver perduto al principio di questo secolo la lingua tedesca, che non è piccolo pregio per quei comuni che tuttavia la conservano intatta, come fra gli altri fa il Comune di Foza.’
Il linguista tedesco Josef Bergmann, che nel 1847 aveva pure fatto un viaggio sugli Altipiani seguendo le orme dell’amico Schmeller, nella sua prefazione al Cimbrisches Wörterbuch (‘Dizionario Cimbro’) di Schmeller di cui curò la stampa postuma nel 1855, scriveva relativamente al suo primo viaggio del 1833: ‘Schmeller per mancanza di tempo non salì fino a Foza, dove si parlava con proprietà il cimbro genuino’, e lo stesso Schmeller, nel 1851 nella sua Relazione all’Accademia Regia delle Scienze di Monaco relativa alla proposta di un dizionario della lingua Cimbra, ebbe a definire il cimbro di Foza come espressivo di ‘importanti caratteristiche linguistiche’, tanto che nelle note di Grammatica pubblicate nel testo ‘Sui cosiddetti cimbri…’ del 1838 pose in evidenza, nel fornire i suoni del dialetto principale dei Sette Comuni, le differenze percepibili nel Comune di Foza; infatti, non potendo andare ‘su a Foza’, come lui dice scrivendo da Asiago, il 25 e 26 1844 ottobre invitò presso la Canonica di San Rocco la guardia boschiva Gasparo Cappellari del Pubel, al quale chiese ogni informazione utile sul cimbro di Foza, appunti fino ad oggi inediti. Foza si può dire infatti che fino alla fine del 1800 non aveva strade pienamente carrozzabili verso Gallio, Enego e Valstagna, per cui la lingua parlata godeva di un certo isolamento, rotto solo dal movimento di transumanza dei pastori da e per la pianura veneta all’inizio e alla fine dell’estate.
Nel 1982 la casa editrice Taucias Gareida di Giazza (Vr) curò la pubblicazione in italiano del trattato ‘L’origine dei Cimbri’ (Der Herkunft der Zimbern) edito dal linguista bavarese Bruno Schweizer nel 1948 per l’Annuario del folclore comparato, testo dal quale abbiamo appreso dell’esistenza di un inedito ’Vocabolario del dialetto cimbro, ora estinto, di Foza, nei Sette Comuni Vicentini’ (Worterbuch des jetz ausgestorbenen zimbrischen Dialektes Von Foza in den Sieben Gemeinden) raccolto dallo Schweizer, in collaborazione con il dr. Alber, negli anni 1936-1940-1941, intervistando in particolare due anziani ottantenni di Foza, Giovanna Martini di Valpiana e suo fratello. Un lavoro preziosissimo, perché non esiste a tutt’oggi un glossario, cioè una raccolta di vocaboli, del cimbro parlato a Foza. Bruno Schweizer (1897-1958), che raccolse dati da tutte le aree linguistiche cimbre, è il secondo studioso tedesco a cui si deve grande riconoscenza per il lavoro nel quale si è a lungo prodigato. Dopo il Liceo Classico a Landshut, in Baviera, si laureò in Germanistica e svolse l’attività di assistente universitario a Marburgo dal 1927 al 1931; successivamente si dedicò in particolare a raccogliere dati nelle isole cimbre con numerosi viaggi, che effettuò a più riprese tra i vari incarichi.
Si interessò con tale passione alla piccola comunità cimbra tanto da proporre pure l’idea di una Repubblica Cimbra, con capitale Asiago, che potesse ripristinare i privilegi della Serenissima a favore dei Cimbri.
Durante uno dei corsi di formazione all’insegnamento del cimbro che seguii presso l’Università di Trento, il prof. Ermenegildo Bidese, saputo del mio luogo di nascita, mi informò che durante le sue ricerche accademiche aveva avuto modo di vedere a Marburg, in Germania non lontano da Francoforte sul Meno, il famoso quadernetto blu/verde di Schweizer con annotato in copertina il nome di Foza, con un vocabolarietto di parole e un’analisi linguistica del cimbro parlato a Foza. Nell’estate del 2018 ci siamo portati quindi a Marburgo, presso l’Istituto di Ricerca per la Lingua Tedesca, alla ricerca di questo testo, ma non fummo fortunati, assente la responsabile dell’archivio che poteva aiutarci efficacemente nel nostro lavoro.
Nel frattempo giunse la pandemia da Covid, così, con il supporto dell’amico Direttore per la digitalizzazione della Biblioteca di Stato di Monaco, prof. Klaus Kempf, contattammo via web la direttrice del Forschungszentrum Deutscher Sprachatlas della Philipp University di Marburg, la prof.ssa Brigitte Ganswindt, che molto cortesemente fece effettuare la non facile ricerca del manoscritto nei Fondi dell’Archivio e ci fece avere quindi la relativa copia digitale.
Abbiamo quindi chiesto il supporto a due docenti universitari esperti di cimbro, al prof. Zuin Francesco, Ricercatore in Glottologia e Linguistica all’Università di Udine (Dipartimento di Studi Umanistici e del patrimonio culturale), per poterne curare la traduzione e sistematizzazione, e di elaborarne una introduzione scientifica al prof. Ermengildo Bidese, Docente di linguistica all’Università di Trento.

La lingua dà rappresentazione al nostro mondo, quello che è e anche quello che vorremo esso fosse: la lingua cimbra ci ricorda il governo collettivo del territorio, i beni comuni, l’autonomia di gestione, le agevolazioni concesse a chi viveva in montagna per compensarle dei sacrifici della tutela di un territorio fragile e prezioso per tutti, anche quelli del piano. Ma oggi il cimbro, il più antico dialetto tedesco oggi esistente, è come una fiammella su uno stoppino ormai senz’olio, lingua a rischio di una completa scomparsa, come ci rammenta l’atlante delle lingue minacciate dell’Unesco, dove è stato inserito tra quelle a più grave rischio di estinzione.
Come ci ricorda il prof. Bidese, da un punto di vista sociolinguistico, sono di importanza fondamentale non solo tutti gli sforzi di ricerca fatti sul cimbro ancora parlato, con tanto impegno di giovani studiosi che stanno ricostruendo, attraverso pazienti inchieste sintattiche e con gli strumenti messi a disposizione dalla linguistica moderna, la competenza dei parlanti nei suoi dettagli più caratteristici, unici solo per il cimbro, ma sono pure di enorme rilievo le ricerche storiche che hanno prodotto descrizioni generali della grammatica e del lessico del passato. Nuove prospettive infatti valorizzano queste ricerche: una nuova generazione di dialettologi cerca di spiegare, attraverso lo studio della competenza linguistica, che cosa caratterizzi la facoltà del linguaggio nella nostra mente/cervello, quali siano, quindi, e come si compongano i principi comuni ad ogni lingua del mondo.
Per questo obiettivo i dialetti, e soprattutto le varietà provenienti da un territorio per certi versi chiuso, come il cimbro, sono di importanza unica. Il fatto che si tratti di varietà di tradizione esclusivamente orale, infatti, radicate nell’uso parlato ed esposte alla lingua di maggioranza, nel nostro caso prima la lingua veneta e poi l’italiano, consente una serie di analisi, altrimenti inaccessibili per le lingue che, invece, conoscono un uso e una tradizione scritta di maggioranza.
Ecco l’ulteriore importanza di recuperare tutto quello che nel tempo è andato perso nella storia linguistica del nostro territorio cimbro, dai VII Comuni Vicentini ai XIII Comuni veronesi e agli Altopiani trentini di Luserna, ambito che pur diviso oggi da differenti realtà amministrative italiane rappresenta un’unica famiglia storica con una sua propria Weltanschauung, cioè con un’identica e storicamente radicata visione e rappresentazione del mondo e della vita, che questa sua lingua concretamente esprime.
Siamo molto felici quindi di poter presentare con questa pubblicazione la prima monografia sul Cimbro di Foza, utilizzando materiale inedito dello studioso Bruno Schweizer e di Johann Andreas Schmeller, una sostanziale analisi scientifica che inquadra i dati all’interno 
di un’ampia analisi comparativa, per evidenziare i tratti arcaici della varietà del Comune di Foza 
in relazione a quelli di altre varietà cimbre, riconducendo le etimologie delle varie forme al romanzo 
o alle antiche basi tedesche, e sottolineando la storia particolare evolutiva della varietà Foza sia 
dal punto di vista fonetico che morfologico.

La prefazione è stata curata dalla prof.ssa Brigitte Ganswindt dell’Università Philipp di Marburgo, Responsabile del Centro di ricerca per l’atlante della lingua tedesca. L’introduzione storica è di Flavio Rodeghiero.
La pubblicazione è corredata da alcune foto dei viaggi di Bruno Schweizer sugli Altipiani, conservate presso l’Archivio dell’Institut für Musikerziehung in deutscher und ladinischer Sprache della Provincia di Bolzano, nonché da foto anteguerra di Foza messe gentilmente a disposizioni da Pierluigi Cappellari, curatore di questo sito web, che ringraziamo.
La presentazione sarà venerdì 23 dicembre p.v. alle ore 17 presso la Sala Consiliare del Municipio di Asiago, per facilitare la partecipazione ai soci di tutto l’Altopiano della ‘Federazione Cimbri 7 Comuni’ e agli amici di Luserna.
Continuiamo così l’importante opera di traduzione in Italiano e relativa pubblicazione delle opere degli studiosi del cimbro di area tedesca, che ci permettono di recuperare gli antichi lemmi, le tradizioni orali, le parole della nostra minoranza linguistica Cimbra, testimonianze eccezionali ormai perse e oggi molto preziose, uniche, per poter tracciare la nostra storia, attività che continuiamo a svolgere con il supporto, la collaborazione e supervisione scientifica di esperti linguisti universitari, che ancora una volta ringraziamo, con l’intento di far passare ai giovani e a chi educherà i giovani l’amore per il proprio passato che può dare una nuova luce al proprio futuro.

Francesco Valerio Rodeghiero
Presidente ‘Federazione Cimbri Sette Comuni’

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