La Tilde Katuz

“Cossa vuto  bel  putelo?”…… Così la Tilde accoglieva i bambini nel suo negozio bazar in piazza a Foza.

Clotilde Lazzari  era la quinta di sei figli, nata a Foza il 19 Novembre 1888 da Francesco Lazzari e Biasia Regina. La famiglia viveva in una sorta di baracca vicino al monumento ed il padre si arrangiava a mantenere la numerosa prole. Il padre Francesco era un “padre padrone” che comandava e dava le regole a modo suo, secondo la sua convenienza, senza nessun rispetto soprattutto per la moglie. I figli facevano una vita misera ma nelle difficoltà, soprattutto tra le due guerre e la pandemia di Spagnola, si temprarono, iniziarono a lavorare per mantenersi e crearsi un futuro. Poco si sa dei figli tranne che di Maria, più grande di lei di 10 anni che sposò un Rodeghiero di Asiago, del fratello Michele, cieco a tarda età, che qualche volta veniva a Foza a trovare la sorella dalla provincia di Padova dove si era trasferito e del fratello Tony. Questi, dopo la grande guerra, si industriò a preparare il cibo agli operai che smontavano le baracche o seppellivano i morti di guerra  a  Marcesina. Con il legname recuperato aprì una falegnameria in piazza accanto al bazar della Tilde. Non sappiamo se furono gli eredi di Tony ad aprire l’albergo Speranza ad Asiago ancora gestito dalla famiglia. Tilde non fu da meno in quanto a determinazione e a spirito imprenditoriale. Subito dopo la Prima Guerra Mondiale si fece portare della merce che vendeva in un bazar accanto all’albergo dei Munari. SI vendeva di tutto in quel negozio, frutta, verdura, pasticceria, articoli di abbigliamento. Si potevano trovare pasticcini accanto al castagnaccio, zoccoli e biancheria intima, carrubbe e pere, uova e castagne secche ”stracaganasse”, saponette e vino. Nel suo negozio, stipato di ogni tipo di mercanzia, aleggiava un’aria un poco magica e gli odori si mescolavano come in un grande bazar arabo. Nei mesi estivi affittava delle stanze ai villeggianti come facevano anche altri fodati. Soprattutto la domenica il bazar si riempiva di acquirenti e nullafacenti. All’uscita della messa i ragazzi delle contrade andavano dalla Tilde a mangiare due arachidi e a fare una partita a carte. Il pomeriggio i bambini andavano a comprarsi un dolcetto, il preferito era quello al castagnaccio arrivato da Asiago, con i pochi soldi che davano loro i genitori o i nonni. Restavano a  giocare in cucina fino a quando la Tilde non li mandava via per la tarda ora, stanca da una giornata di lavoro. Nel pomeriggio, in attesa delle funzioni religiose, le ragazze aspettavano che venisse l’ora all’asilo infantile oppure entravano dalla Tilde. Ci si poteva stare delle ore per scaldarsi, bere un bicchiere di Clinton o mangiare arachidi. Tilde teneva la pipa sempre accesa e l’aria spesso era irrespirabile per cui, nonostante il freddo invernale, bisognava aprire le finestre. Mentre si accendeva la pipa offriva spesso ai ragazzi qualcosa da mangiare o un poco di vino. Nonostante questi gesti di simpatia e affetto i ragazzini approfittavano di un momento di distrazione della donna per rubare qualche noce o delle arachidi (bagigi). Sempre la domenica, nella stagione, la Tilde preparava le caldarroste che andava a portare, qualche volta lasciando la porta aperta, nelle varie osterie dove gli uomini, mentre giocavano a carte a tresette o a morra, gradivano  mangiare  tra un bicchiere di vino e l’altro.  I ricordi dei fodati su di lei sono stati vari e spesso contraddittori fino a quando è spuntata una foto, l’unica foto esistente della Tilde in piazza assieme a dei villeggianti nel  1966, pochi anni prima di morire. In estate portava sempre un vestito lungo nero a righe e un grembiule a fiori, capelli candidi come la neve sciolti appena sotto le orecchie e qualche volta appuntati a crocchio con stecche di osso. In inverno portava uno scialle ”tabarrina” lavorato ad uncinetto color azzurro (erano in molti ad avere la tabarrina color azzurro a Foza), scarponi o le ciabatte (i noni) che si usavano allora, qualche volta un cappello di foggia maschile. I vestiti sempre lunghi e neri, il volto corrugato soprattutto in età avanzata. Lo sguardo era sempre corrucciato  ma era un atteggiamento che si imponeva per farsi rispettare soprattutto dai ragazzini (nell’unica foto di lei appare invece sorridente perché si sentiva libera di essere se stessa e non una maschera, un sorriso tra il sornione e l‘impacciato).

Pelle chiara, di media altezza, un poco curva in età avanzata. Aveva un aspetto sgraziato con voce roca e fianchi pronunciati. Segno distintivo: La pipa (dritta) sempre in bocca e che teneva nella mano sinistra perché la destra le serviva per consegnare i dolcetti, la mercanzia, mescere il vino e ritirare “le palanche”. Ad Asiago un giornale parlò di lei come la Calamity Jane di Foza. I ragazzi le facevano degli scherzi e lei, che viveva da sola, si difendeva dicendo loro ”ve rinunzio”, intendendo dire “vi denunzio”. Aggiungeva anche che teneva nel comodino una pistola per difendersi dai malintenzionati. Nonostante avesse un aspetto un poco burbero, forse per la pipa o per i capelli bianchi o per lo sguardo severo, in realtà aveva un cuore d’oro. Ogni tanto qualche bambino riusciva a rubacchiare un dolcetto dal banco del negozio o cercava di comprare dolcetti con delle patacche, lei sicuramente si accorgeva di tutto ma lasciava passare la marachella.

Durante gli anni ’40, quando doveva necessariamente assentarsi, lasciava in negozio Cappellari Maria (Checa). Quando questa si sposò con Oreste Guarino, andarono a trovarla nel 1966 per una visita di cortesia. La Tilde offrì loro un caffè corretto con grappa  e poi disse a Maria: ”Meno male che non te ga sposà un terramatta”. Non sapeva poveretta che il marito era siciliano . E cosa avrebbe pensato se dopo 50 anni dalla sua morte un siciliano avrebbe fatto si che sulla lapide della sua tomba venisse apposta la sua foto? In età matura il peso della solitudine iniziò a diventare sempre più  gravoso e la corazza che si era costruita iniziò a creparsi e a lasciar uscire il bisogno di amore che le era mancato in tutta la sua vita.

Zia Tilde era una donna fragile ma doveva contare solo su se stessa, sulle proprie forze, per cui era costretta ad assumere atteggiamenti diversi da come avrebbe voluto ma non poteva lasciarsi andare. Era una donna forte ma infinitamente fragile e vulnerabile. Era preponderante in lei il sentimento di solitudine e di marginalità e la conseguente forte richiesta di solidarietà soprattutto quando iniziarono a mancarle le forze. Era fragile come una rosa ma metteva tante spine intorno a sè per evitare che qualcuno ne venisse a conoscenza. Tilde aveva avuto un’ infanzia difficile. Era stata una bambina che sentiva inadeguato il sostegno della madre e prese le distanze dalla figura materna perché sottomessa, ai suoi occhi, al padre da cui dipendevano anche economicamente. Per questo motivo volle diventare completamente diversa da sua madre, assomigliarle sempre meno anche fisicamente e assomigliare fisicamente e caratterialmente ad un uomo. E come gli uomini fumava la pipa e non sniffava polvere di tabacco come facevano le donne in quel periodo.

Ma col tempo, con l’età avanzata, la scorza dura che nascondeva la sua fragilità iniziò ad incrinarsi, a frangersi e la Tilde iniziò a chiedere aiuto e sostegno. Prometteva il lascito dei suoi beni a chi le avrebbe tenuto compagnia e dato assistenza. Si fratturò poi il femore cadendo, venne soccorsa da Esterina (Rina) Chiomento Menegatti e accudita dalla figlia di Esterina, Luciana, fino alla sua morte.

Tilde Katuz, una donna, rimasta nei ricordi e nei cuori dei bambini oramai diventati adulti che associano a quel personaggio la loro fanciullezza, la dolcezza di una pasta comprata con il regalo di qualche lira dei nonni, le marachelle e gli scherzi veniali propri dei bambini nei confronti degli anziani. Chissà se nei  filò durante le serate invernali, nei racconti degli anziani, ci sarà stata anche la Tilde non come partecipante accanto alle altre donne che filavano ma come una fata a consolare o una strega a terrorizzare i bambini che ascoltavano attenti e silenziosi.

CARMELO CONSOLI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error:
Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.