La taverna del Montefior

Galeotto fu il Montefior e la sua taverna. Parafrasando le parole di Dante, messe in bocca a Francesca da Rimini nel V canto dell’inferno, possiamo dire lo stesso: La taverna del Montefior fu “galeotta” per molti giovani di Foza. Quante amicizie nacquero lì, quanti amori fugaci durati una stagione, quanti amori durano ancora oggi rinvigoriti da figli e nipoti. I giovani degli anni ‘50 e ’60 passarono lì momenti indimenticabili, crebbero con i segni dei tempi, maturarono fisicamente ed emotivamente nella penombra di 30/40 metri quadri o poco più. Pochi scalini, solo pochi scalini e si scendeva non all’inferno, ma al paradiso.

Due finestre, una porta che dava all’esterno con vista Valcapra, uno stanzone disadorno con luci spesso spente e si sognava. Foza era un piccolo paese con pochissime possibilità di aggregazione giovanile se non nei locali parrocchiali. Un tempo i giovani potevano incontrarsi tra di loro nei filò delle contrade, sguardi, ammiccamenti, matrimoni in parte eterodiretti. La domenica ci si vestiva a festa e si andava a messa. Nell’attesa si andava nei locali parrocchiali o nella bottega della Tilde. Poi arrivò il boom economico negli anni ‘60, la radio, qualche automobile e, per i più fortunati, la televisione. La musica accompagnava attraverso la radio e le prime fonovaligie lo svolgersi di una vita sempre più frenetica e piena di novità. I ragazzi delle varie contrade, che al mattino stavano assieme a scuola, iniziarono a festeggiare i compleanni, gli onomastici o qualche ricorrenza a casa di qualcuno/a. Erano le cosiddette feste in casa. Una stanza abbastanza grande per poter ballare, le sedie poggiate alle pareti dove si sedevano le ragazzine, una fonovaligia, i dischi in vinile portati dai ragazzi, tutti firmati perché ciascuno potesse riprenderseli alla fine della festa. Panini, crostate, biscotti, aranciate e bibite non alcoliche, scherzi e divertimento. Generalmente ci si trovava a casa di una ragazza perché era la garanzia della presenza delle femminucce in quanto i genitori non facevano andare facilmente le figlie a casa dei maschietti.

Si organizzavano di sabato o domenica pomeriggio fino all’ora di cena. Le mamme ogni tanto entravano per portare qualcosa, ma anche per controllare che tutto fosse regolare e andasse per “il meglio”. Dopo il tramonto, quando veniva messo un disco di lento, si spegneva la luce, ma c’era solo qualche momento di libertà perché le mamme o le nonne, ancora una volta, entravano insospettite dal tipo di musica, accendevano la luce e portavano tutto alla normalità. Poi dagli Stati Uniti arrivò anche il Jukebox, con il suono ad alta fedeltà accompagnato da tante luci colorate.

Bastava una moneta da 50 lire nella gettoniera per poter ascoltare una canzone a tutto volume. Con cento lire si passava a tre canzoni tra quelle presenti nell’archivio dei jukebox, ma aggiornate spesso in base alla hit-parade trasmessa dalla radio (Chi non ricorda la voce di Lelio Luttazzi). Intanto si cresceva, finiva la spensieratezza, nascevano nuove esigenze. Bruno Omizzolo, che col fratello Ilario aveva rilevato l’albergo, ebbe fiuto imprenditoriale e nel ’67 pensò di trasformare un locale sottostante il bar in taverna, come quelle che stavano nascendo in tutta Italia. L’attività della taverna durò fino al ’77. All’entrata a timbrare i biglietti c’era Silvio Gheller. La taverna era frequentata dalla migliore gioventù: operai/e, studenti, casalinghe, contadini ecc. dai 15 ai 25 anni il sabato e la domenica pomeriggio si recavano alla Taverna. Pantaloni a zampa di elefante i ragazzi, gonne leggermente sopra il ginocchio (di più non si poteva) o pantaloni colorati le ragazze. Chi possedeva un’automobile, ed erano in pochi, magari ogni tanto faceva una capatina alla Capannina di Gallio o anche in qualche locale di Asiago, assieme alla persona con cui si era fatta “amicizia” alla taverna. Si ascoltavano le canzoni di Morandi, Rita Pavone, Adamo, Endrigo, Battisti, Baglioni, Pooh e tantissimi altri ancora. Si aspettava con ansia che qualcuno inserisse “Je t’aime, moi non plus”, “Venus” degli Shocking Blue, “Sympathy” dei Rare Bird e le bellissime canzoni di Demis Roussos come “Forever And Ever”. Chiaramente venivano prediletti i cosiddetti “lenti” perché davano l’occasione di fare amicizia, di sedurre o essere sedotti. Si entrava emotivamente con l’altra persona, ci si stringeva, ci si toccava fino a confondere addirittura i propri respiri. Il lento offriva la possibilità di ballare o di strappare un ballo a chi attendeva di essere invitata. “Ai miei tempi invitare al ballo una donna era come scendere alla stazione in una città sconosciuta.” scriveva il siciliano Gesualdo Bufalino, si un siciliano nonostante si dica che i siciliani siano sfacciati e intraprendenti. Il semplice fatto, per un uomo, di dover attraversare la sala per chiedere alla donna di ballare, richiede intraprendenza e coraggio ed io, seppur fidanzato da molto, laureato e professore, uomo di 25 anni, non ero per niente intraprendente con le donne .

Andai alcune volte al Montefior col collega Suriano, anche quando fui trasferito da Foza e ricordo di aver ballato con una ragazza (gonna e tacchi), solo un’ombra e nulla più. Non ricordo né il nome né il volto, forse perché timido neanche scambiai qualche parola con lei. Eppure questa immagine mi è rimasta in mente e ancora, dopo 50 anni, la porto con me. Potrebbe essere stata qualsiasi ragazza frequentante il Montefior. Può darsi che ancora viva a Foza o sarà emigrata in posti lontani, ma per me è un fantasma ancora vivente nella taverna del Montefior. Amore? No solamente nostalgia. Nostalgia di quella persona o del luogo? No. Scriveva Arthur Schopenhauer: “Talvolta noi crediamo di sentire nostalgia di un luogo lontano mentre in verità abbiamo nostalgia del tempo che laggiù abbiamo trascorso, quando eravamo più giovani e più freschi. In tal caso il tempo ci inganna prendendo la maschera dello spazio.” La nostalgia è infatti un sentimento legato al tempo trascorso che ci ricorda un luogo, una persona, una situazione vissuta con qualcuno in un’epoca lontana della propria vita, oramai inesorabilmente passata.

Io iniziai la mia vita da uomo a Foza, la mia prima scuola da professore, i primi giorni vissuti da solo senza la famiglia e i vecchi amici. La prima parola che appresi in veneto? Pissacan? Chiesi cosa significasse e i miei piccoli alunni si misero a ridere e fu proprio lì che appresi anche la parola “cimbro” ( io conoscevo attraverso la Storia Romana i Cimbri e i Teutoni come popolazioni barbariche sconfitte da Mario) come veniva chiamato un alunno. E il tempo passa e non ritorna.

CARMELO CONSOLI

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