La storia del capriolo Moscatel.

Giorgio Menegatti tramanda al nipotino Luca la storia del capriolo Moscatel, raccontatagli, tanto tempo fa, dal nonno Giorgio “Dordi Sette”.


Allora, caro bocia”, disse mio nonno Giorgio, “devi sapere che un giorno di due anni fa, verso sera, arrivò nella mia casa, in contrada Gavelle, mio fratello Marco Sette, che è ritenuto il più’ bravo cacciatore di Foza, e, a detta di molti, anche di tutto l’Altopiano. Marco aveva sulle spalle il rucksack e, dietro di lui, entrarono in cucina anche i suoi due famosi cani da caccia Spaccaferro e Snasadappertutto”.

Marco Menegatti “Sette”

“Che novità ghe seo, fradèo, che te si qua?” gli chiesi. “Mi avevi detto che saresti andato in montagna al recupero…”. “Sì, sì” mi rispose Marco. “Veramente ci sono andato, ma non è andata bene: mi sono preso tardi e poi ho trovato una bomba Shrapnel non tanto pericolosa e ripiena di “baete de piombo”. Mentre mi accingevo a disinnescarla, sono stato distratto dall’abbaiare dei miei due cani che erano venuti con me. Erano irrequieti e continuavano a guardare verso una direzione. Ho piantato là il lavoro di disinnesco e sono andato a vedere cosa ci fosse: con mia grande sorpresa, ho trovato una graziosa bestiolina che ora ti ho portato…”. Così dicendo, Marco estrasse dal rucksack un cucciolo di capriolo, nato da pochi giorni, aggiungendo che non aveva potuto abbandonarlo in montagna, perché avrebbe rischiato di essere mangiato dalla volpe.

“Io non saprei come tirarlo su”, aggiunse Marco, ”ma so che Romana “la to femena” ha passione e pazienza per queste cose. Se lo si può allevare, solo lei può farlo”. Romana annuì, lo prese tra le mani e disse: “Ma guarda quanti puntini neri ha sul mantello, quasi quasi sembrano mosche: lo chiameremo Moscatel. Ma adesso dobbiamo subito pensare a come nutrirlo dopo che ha passato, poverino, un giorno intero dentro il rucksack”.

Domenica Giulia Lunardi “Romana” e il marito Giorgio Menegatti “Dordi Sette”.

In quel momento, senza bussare, come era normale un tempo, e dopo aver superato la stalla adiacente, entrò nella cucina la cugina Maria “Malgareta”, che abitava con suo figlio in una baracca di legno della Prima Guerra Mondiale collocata nel centro della contrada, sotto la chiesetta di San Rocco.

Maria Lunardi “Malgareta”

La cugina Maria era venuta a chiedere in prestito una manciata di sale per la polenta, ma in realtà era anche curiosa di sapere quale fosse il vero motivo della visita di Marco “Sette”. Sentito di cosa si trattava, a Maria venne un’idea brillante che, se fosse andata in porto, avrebbe risolto il problema: “Senti…  senti… Romana, la mia scrofa ha fatto otto porcellini, ma due non hanno resistito e sono morti. Se volete, possiamo provare a strofinare un po’ degli escrementi della scrofa sul manto del piccolo capriolo e così, forse, potrebbe anche decidere di adottarlo”. Tutti acconsentirono perché sembrò la soluzione più naturale: la scrofa, sentendo un odore familiare, non si sarebbe insospettita più di tanto.

La cosa funzionò a meraviglia. Nei giorni seguenti, le due donne si preoccuparono di assistere all’allattamento del piccolo capriolo, accanto ai porcellini che lasciavano spazio al nuovo “fratellino”. Il tempo passava e il piccolo cresceva a vista d’occhio.

Passati un paio di mesi, Romana andò nella stalla dove c’erano gli animali e, parlando a Moscatel, disse: “Vieni un po’ con me, perché è arrivato il tempo di fare un bel bagno: da oggi dovrai riprendere il tuo odore di bestia selvatica e lasciare l’odore nauseante dei maiali, che non appartiene alla tua specie”.

La nonna Romana, avendo preso a cuore le sorti della giovane bestiola, la accudiva amorevolmente.

Il nonno Dordi continuò il suo racconto, spiegando che la nonna Romana prese un mastello di legno costruito dal nonno l’inverno precedente. Dordi, infatti, era sicuramente il boscaiolo più esperto di tutto il paese e sapeva scegliere il legno più idoneo per la lavorazione: da piante preferibilmente provenienti dalla località “Col del Morto”. Infatti, in quella località molto asciutta e fredda le piante crescevano lentamente, con fibre molto dritte, di forte consistenza e senza tanti nodi: il legno era perciò adatto per ricavare perfette asticelle di legno e scandole da lavoro.

Quando Romana versò l’acqua tiepida sul manto del piccolo capriolo, l’animale si mise a sbattere le zampette, facendo come fanno tutti i bambini quando la mamma, coccolandoli, fa fare loro il bagnetto.

Il tempo passava ed il piccolo capriolo cresceva bene, diventando sempre più alto ed anche bello, ma soprattutto assai furbo. Era libero di circolare per la contrada Gavelle e non si curava dei confini, entrando liberamente negli orti della zona a saziarsi delle foglie più tenere; alla sera tornava da solo nella stalla di Dordi. Intanto, crescendo, gli erano spuntati due bottoni sopra la testa, che sembravano di velluto. La lenta trasformazione in animale adulto gli causava dei pruriti sul capo, quindi aveva preso l’abitudine di strofinare la testa ovunque si trovasse.

La gente della contrada aveva accolto l’animale selvatico con curiosità e lo lasciava circolare liberamente nei paraggi. Tuttavia, quando la bestiola iniziò a esagerare, danneggiando gli orti dove la gente piantava i cavoli cappucci che poi trasformava in “capussi agri” per conservarli per l’inverno, la cosa si complicò ed incominciarono i malumori, che giunsero fino all’orecchio attento del nonno Dordi.

Dordi allora prese dei pali, li piantò fitti fitti e, con il filo spinato della Prima Guerra Mondiale, costruì un recinto per Moscatel, così da evitare le lamentele della gente della sua contrada.

Tutto sembrava funzionare per il meglio. Dopo una settimana, Dordi andò ad aprire la porta dove erano rinchiuse le galline, per farle uscire libere. I volatili starnazzavano sbattendo le ali ed il gallo cantava: “Chicciricchì, chicchiricchì!”. Moscatel aveva il suo recinto proprio lì vicino e, guardando il nonno, fece il suo verso: “Beoo… Beoo…”, pensando di poter anche lui scorrazzare libero. A Dordi si strinse il cuore perché non poteva lasciarlo correre in giro, ma pensò anche che non si poteva tenere in quella specie di gabbia un animale selvatico, nato con l’istinto di essere libero di correre a perdifiato nei boschi d’alta montagna.

Così rifletteva, entrando in cucina. Il capriolo era diventato un bell’animale grasso e robusto ed avrebbe potuto essere un rifornimento di carne per la famiglia. Oltre a qualche gallina, il maiale e qualche cena di uccelli forniti da “Jiio Stivain”, di carne non ce n’era poi tanta. Il normale desinare della famiglia di Dordi era polenta con qualche uovo, patate e molti radicchi ed erbe varie di cui era grande conoscitrice Romana. Ma come poteva anche lontanamente pensare di sopprimere e mangiare il povero Moscatel? “No, no, Signore Iddio, questo non sarà mai!”. I pensieri tempestosi nella mente di Dordi lo avevano fatto accigliare. Romana, vedendolo così assorto, capì che qualcosa lo preoccupava. “Dordi, quali sono i pensieri che ti tormentano?” gli chiese.

Il nonno rispose con fermezza: “Femena, sto pensando a come posso fare a sbarazzarmi di quella bestiola che abbiamo allevato, ma abbiamo anche condannato a vivere in cattività”. Non ebbe nemmeno il coraggio di chiamarlo con il suo nome, Moscatel. Dopo aver soppesato le varie ipotesi, prese la decisione che gli sembrava più giusta, sia per l’animale che per tutta la famiglia: tuttavia, Dordi era stato coinvolto in questa avventura da suo fratello Marco e per questo doveva essere lui ad aiutarlo a venirne fuori, senza causare sofferenze a nessuno.

Luigi Menegatti “Jijo Stivain”

Marco era un perfetto conoscitore delle montagne e di tutti gli abitanti dei boschi e conosceva le abitudini di tutti gli animali. “Sarà lui a suggerirmi il modo migliore per risolvere la questione”, pensò Dordi. Si sa, la notte porta consiglio, e, dopo aver trascorso la notte a pensare, giunse finalmente il mattino.

Moscatel fece ancora il suo verso per chiedere la libertà e allora, non potendo più sopportare il suo lamento, Dordi si decise e andò a cercare suo fratello Marco. Senza tanti preamboli lo mise al corrente della sua decisione di liberare l’animale selvatico, sicuro che Marco non avrebbe potuto contraddirlo, dato che Dordi era il fratello maggiore, dotato per questo di autorevolezza, tanto più che da anni guidava la squadra di boscaioli della contrada Gavelle, squadra della quale facevano parte tutti i suoi fratelli.

Marco si accese un sigaro, assumendo un‘aria un po’ misteriosa, come era solito fare, dato che era anche piuttosto spiritoso e aveva le battute sempre pronte. Soppesando le parole e facendosi serio rispose: “Fradeo Dordi… non so se potrà funzionare con una bestia abituata a stare con gli uomini, comunque, se è la tua decisione, ci possiamo provare e io ti aiuterò, visto che in tutta questa storia ti ho trascinato io. Allora faremo così: lo porteremo su in montagna e, per farlo allontanare da noi, lo farò inseguire dai miei cani da caccia. È un sacrificio e una cosa eccezionale per me, poiché mai manderei i miei cani a seguire i caprioli, visto che poi non riesci più a tenerli a bada. Quando sentono l’odore del capriolo vanno sempre in giro con il naso all’insù. Questo non è il mio tipo di caccia, io li ho abituati a camminare con il naso a terra. Il tipo di caccia da me preferito è quello con i cani con il naso a terra, così trovo soddisfazione nel sentirli abbaiare e seguire la lepre. Spesso annusano e percepiscono la presenza delle lepri bianche, che sono rare e perfettamente camuffate anche nel terreno nevoso, ma i miei cani hanno il fiuto raffinato e riescono a seguirle”.

Sentendo Marco parlare con tanta passione e competenza della sua caccia, Dordi annuì soddisfatto, convinto della bontà della sua idea.

Ritornando a casa, avvertì Romana che il giorno seguente avrebbero portato via la bestiola per liberarla. Lei non obiettò, ma i suoi occhi diventarono lucidi e si riempirono di lacrime.

Di buon mattino, Dordi si avvicinò al recinto e, mentre Moscatel pensava di uscire libero, lo afferrò e gli legò le zampe. L’animale ne fu sorpreso e si dimenò, con il cuore che batteva forte, forte. Non era mai successo che il suo padrone, che lo aveva allevato e coccolato, gli impedisse di correre. Cercava anche di leccargli le mani, come aveva fatto tante volte. Dopo un po’ smise di dimenarsi: sembrava quasi morto. Marco, che se ne intendeva di animali, disse: “Non aver paura, fratello; è solo sfinito ed impaurito, ora occorre mettergli una benda sugli occhi, così si calma e speriamo che non ricordi la strada di casa. Mi fa molta pena vederlo così ma lo facciamo solo per il suo bene, non sarebbe giusto lasciarlo troppo tempo chiuso nel piccolo recinto”.

Marco allora aiutò Dordi a mettere la bestiola nel rucksack e, dopo aver messo quest’ultimo sulle spalle, il nonno si incamminò verso la montagna, mentre il fratello Marco lo seguiva con i suoi cani. L’obiettivo era quello di raggiungere la valle dei Segantini, dove il capriolo era stato trovato ancora cucciolo e, lì, rimetterlo in liberà.

La salita fu lunga e anche faticosa, con quel carico sulle spalle, ma finalmente giunsero a meta.

I pensieri si accavallavano nella mente di Dordi, ma era sereno per la scelta ed ansioso di vedere se Moscatel, una volta ritrovata la libertà, sarebbe stato felice di correre in lungo e in largo per i boschi. Si accinse a liberare la bella creatura, ma sentiva il cuore dell’animale battere velocemente, tanto era agitato. Marco aveva portato con sé i due cani che avrebbero dovuto inseguire Moscatel per indurlo a fuggire e a dimenticarsi della strada di casa. Prima di decidersi a liberarlo, Dordi lo accarezzò e gli parlò come se fosse un figlio che partiva per un lungo viaggio. “Stai attento, Moscatel, non fidarti degli uomini, non tutti ti vogliono bene come te ne vogliamo noi. Non avvicinarti agli odori che non riconosci. Ricordati di me, di Dordi, e torna qualche volta qui, nella valle dei Segantini a trovarmi”.

Appena liberato, l’animale si guardò attorno sbigottito e poi partì di scatto verso la salita.

I cani abbaiavano forte, ma Moscatel sembrava non averne timore: iniziò a gironzolare attorno al bosco dove era nato e da cui era stato prelevato da Marco. Pur inseguito dai due cani, saltellava qua e là senza paura, quasi volesse prendere possesso di quel luogo familiare e memorizzarlo. Poi, incalzato sempre più dai cani, iniziò la fuga, cercando di distanziarli.  Si avviò veloce verso la “Pria in Pie”, luogo silenzioso e appartato, dove si incontra e nidifica il gallo cedrone; poi attraversò rapidamente il sentiero della “Bora Marsa” e, in un baleno, ecco che Moscatel raggiunse i “Busi del Giasso”.

Il nonno Dordi proseguiva il suo affascinante racconto parlando di quei luoghi che conosceva come le proprie tasche. Moscatel probabilmente era poi passato nei paraggi del roccolo di Virginio Oro “Nobile”. Proprio lì, l’anno precedente al racconto, il nonno era stato chiamato da Virginio a tagliare una “tana” gigantesca, scampata alla distruzione e ai bombardamenti della guerra e situata nei pressi del roccolo, dove si fermavano in sosta gli uccelli e non scendevano verso la rete. Il latrato dei cani si affievolì fin quando anche l’orecchio fine di Marco ne perse completamente l’eco. Dordi pensò che ormai gli animali si stavano dirigendo verso l’Ortigara, ma che Moscatel non si sarebbe mai fatto raggiungere. Chiese a suo fratello Marco cosa dovessero fare a questo punto. Lui gli rispose con la sua proverbiale calma: “Ma niente, Dordi, iniziamo ad avvicinarci verso la contrada. I miei cani saranno di ritorno a breve, loro conoscono la strada di casa e arriveranno stanchi morti per il lungo inseguimento.

Virginio Oro “Nobile”

Il nonno Dordi giunse dunque alla fine del suo racconto: “Così, caro bocia, qui termina la storia di Moscatel, salvato da morte certa da quel grande cacciatore che è mio fratello Marco “Sette”, nutrito dalla scrofa appartenente a Maria “Malgareta”, curato da tua nonna Romana e liberato da tuo nonno Giorgio, con la speranza di incontrarlo e rivederlo nei nostri boschi”.

Intanto il carro dello zio Carisio era arrivato nella contrada Lazzaretti. Il nonno Giorgio ci salutò e si diresse verso casa sua. La cavalla proseguì il viaggio fino alla piazza, dove il carro si fermò. Con l’aiuto di mia mamma Ester, le fascine furono riposte in ordine sopra lo spiazzo della “caserma”, vicino al grande abete, dove io abitavo. La legna del bosco della “Valle dei Segantini” era arrivata a destinazione e sarebbe bastata per riscaldarci durante tutto l’inverno.

Carisio Chiomento “Badaea”

Caro Luca, finisce così il racconto di mio nonno Dordi, il tuo trisnonno: un ricordo della mia infanzia che ho voluto condividere con te.

Giorgio Menegatti “Sette”

Nonno Giorgio Menegatti “Dordi Sette”
Giorgio Menegatti “Sette”

Racconto tratto da libro “La storia del capriolo Moscatel” di Giorgio Menegatti.

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