La ricorrenza dei defunti, dai ricordi di Salvino Menegatti “Sette”.

La ricorrenza dei defunti

di Gabriele Menegatti – Dai ricordi di mio zio Salvino (tratto dal libro “Gente di Foza”)

“Il primo novembre, festa dei Santi, si ricordava anche la ricorrenza dei morti. Nel pomeriggio del primo di novembre, appena si faceva buio, tutti tornavano alle loro case ed anche le osterie chiudevano i battenti. A casa mia si recitava il Santo Rosario e dopo mangiavamo delle castagne lesse. Intanto, alle prime ombre della sera, iniziavano a suonare “le campane da morto” con suono lento e grave, che durava sino a mezzanotte. Il campanaro per questa attività assai pesante era coadiuvato da alcuni giovani volenterosi. Durante tutta l’ impegnativa operazione, essi si sostenevano bevendo qualche bicchiere del vino offerto per tradizione dagli osti del paese. Era una sera particolare che invitava tutti a riflettere sulla vita e sulla morte, con preghiere dedicate singolarmente a ciascuno dei defunti delle famiglie. Non mancavano I racconti delle persone più anziane, che spesso creavano suspense e timore nei giovani. Una di queste persone raccontava che una sera un uomo stava salendo da Valstagna attraverso il sentiero della Vallesella (Vaesèa) portando sulle spalle un carico di farina comprato per sfamare la sua famiglia. Ad un certo punto era molto stanco e pensò di fare un riposino posando il carico su di una pietra. In quello stesso istante, con sua grande sorpresa e timore, iniziò a passare una processione interminabile di figure vestite di bianco, che cantavano le lodi al Signore. Ad un certo punto la processione s’interruppe per dare modo a quella persona di riprendere il cammino e soprattutto di rimettersi il carico sulle spalle. L’uomo era intimorito e gli mancavano le forze a causa dell’inconsueto incontro…Gli si avvicinò una figura vestita di bianco che partecipava alla processione e gli sorresse il carico, ponendoglielo poi sulle spalle e dicendogli: “Io ti ho aiutato a rimettere il sacco sulle spalle perché tu possa ritornare a casa dai tuoi familiari; ma ricordati che la sera dedicata ai defunti bisogna rimanere nelle proprie abitazioni e non occuparsi di altro”. L’uomo, rinfrancato dalle parole e dall’aiuto avuto dall’essere misterioso, ripartì percorrendo la salita verso casa sua. Nello stesso momento anche la processione si avviò lungo il suo itinerario e le figure ripresero a cantare le lodi al Signore.

La ricorrenza dei defunti era tradizionalmente una serata particolare, colma di mistero, quasi sospesa tra la realtà e il trascendente. Alla sera di quel giorno era difficile vedere qualcuno gironzolare, perché tutti rimanevano nelle proprie abitazioni. La convivenza tra le persone defunte e i propri cari quasi si avvertiva in quella notte misteriosa. I racconti del filò venivano tramandati tra le generazioni ed una parte degli stessi parlava soprattutto delle anime del Purgatorio.

I “Kambrick” facevano parte di questi racconti. Si sa che la religione ha, ed ha avuto ancor più in passato, un ruolo di rilievo nella vita delle persone e questo ancor di più nei paesi di montagna, lontani dai grandi centri cittadini e perciò più vicini alle credenze ed anche superstizioni popolari. Il precetto domenicale era la regola per tutti in paese ma non per i cacciatori. Per la loro passione, e anche talvolta per procurare qualcosa da mangiare, essi non tenevano conto degli insegnamenti del prete. Così, alla loro morte, ricevevano il castigo di vagare senza pace sopra i cieli del paese. Infatti si udiva distintamente il latrare dei cani che, a parti invertite, inseguivano i loro padroni. Tali esseri, ossia i Kambrick, venivano identificati nei corvi imperiali che durante il volo in formazione emettono un suono simile al latrare dei cani.”

Lo zio Salvino proseguiva poi la sua narrazione ricordando i racconti del padre Giacomo, mio nonno:

“Negli anni ’50, appena terminata la Seconda Guerra Mondiale, in paese si viveva poveramente, gli uomini erano senza lavoro e quindi senza reddito; una drastica situazione mitigata un po’ da qualche piccola entrata racimolata raccogliendo i pericolosi residuati bellici. Il paese era isolato e per prendere qualcosa da mangiare occorreva scendere fino a Valstagna al mercato del venerdì. Tutto veniva misurato e non c’erano giornali, solo qualche radio. La televisione era ancora un miraggio. Le notizie viaggiavano nella trasmissione di “Radio Scarpa” e soprattutto nelle riunioni nei filò, spesso al calduccio delle stalle.

Il piccolo Salvino in braccio alla madre Ester Chiomento mentre il papà Giacomo Menegatti tiene in braccio il fratellino Eugenio

Mio padre Giacomo era il cantastorie del paese, così tutte le sere i ragazzi e le ragazze del centro arrivavano nella sua casa per ascoltare i racconti.

La sera dei defunti tutto questo subiva un’interruzione e anche nelle contrade i filò non si tenevano ma riprendevano i giorni successivi.

Il papà quindi raccontava favole, ricordi, fatti accaduti, spesso di personaggi reali ed anche della fantasia, propri della tradizione cimbra. Ricordo quel periodo, perché la famiglia era riunita e tantissime sere, prima del racconto, mia mamma diceva: “Ragazzi, prima recitiamo il Rosario, poi viene la storia”. Rispondevano tutti: “Sì, va bene, ma iniziamo subito, così poi papà può iniziare il racconto”. Purtroppo, le storie che papà raccontava, sentite da suo nonno e da suo padre, sono andate perse per sempre, perché all’epoca non esistevano mezzi come i registratori e nessuno pensò mai di trascriverle per tramandarle alle giovani generazioni come patrimonio delle tradizioni.

Quando il papà interrompeva il racconto per bere un mestolo d’acqua, i ragazzi correvano per porgerglielo in modo tale da non perdere tempo. Un racconto durava anche tre, quattro sere ed in cucina non si sentiva alcun rumore, per paura di perdere qualche battuta. Mio padre interrompeva il racconto alla sera un po’ prima delle ore 20, perché poi andava alla trattoria “Al Cacciatore” da Urbano Cappellari Pierotto ad ascoltare le notizie dalla radio, con i suoi amici della Piazza. A quel tempo nel periodo invernale si cenava presto, alle cinque e mezza, ed intorno alle sei iniziava il racconto che durava quasi due ore.

Uno scatto davanti al bar dell’albergo “Al Cacciatore”. In carrozzina il proprietario Urbano Cappellari “Pierotto”. con la moglie Angela Lazzari “Organista”. A seguire, seduti, Mario Omizzolo “Consor”, due amici dietro il tavolino, Luigi “Pierotto”, fratello maggiore di Urbano e Attilio Menegatti “Campanaro”. In piedi a destra Dino, il figlio di Urbano

Giacomo iniziava con: “C’era una volta Joanin senza paura”, o con: “Tra un anno, un mese e un giorno” o ancora: “Chi si ricorda dove eravamo rimasti ieri sera?”. Allora, in coro i ragazzi rispondevano con le stesse parole con cui aveva terminato la sera precedente.

Angelo e Rosina Chiomento

I racconti terminavano sempre con il successo degli ardimentosi che, superati gli ostacoli, tornavano a casa vittoriosi.

Mio papà non voleva intimorire i ragazzi e quindi non trattava il tema dei defunti in modo da creare ansia e terrore. Raccontava che le donne anziane delle contrade del paese avevano la tradizione di lasciare sulla tavola di casa un po’ di cibo da riservare ai propri defunti.

Il suono della campana intimoriva i bambini e tutti quanti, impauriti, non vedevano l’ora di andare a letto, tappare le orecchie e dormire per non sentire più il suono.

Una sera degli anni ‘50, nel giorno della ricorrenza dei morti, arrivò a casa nostra Angelo, il fratello della mamma, che proveniva da Asiago, dove nella fiera dei Santi aveva acquistato una mucca. Egli era stanco per il lungo percorso fatto a piedi e chiese a mia mamma se qualcuno poteva dargli una mano, fino alla sua contrada di Ori Chiomenti. La mamma senza indugio mi disse di accompagnare lo zio fino a casa sua, anche se io non ero proprio d’accordo. Dovevamo passare a fianco del cimitero ed io avevo la tremarella, ma non dissi nulla.

Contrada Ori Chiomenti

La sera dei morti del 1955, la cugina Giulia, ancora minorenne, arrivò da Milano, dove aveva trovato una occupazione. Suo padre, lo zio Antonio, già profugo della Libia, aveva visto accettata la sua richiesta per poter espatriare con tutta la sua numerosa famiglia negli Stati Uniti d’ America. I preparativi erano stati ultimati e si avvicinava il giorno della partenza e Giulia doveva partire con i suoi. Si era fatta sera e la campana aveva iniziato a mandare i suoi rintocchi fino alle contrade lontane. La cugina Giulia era impressionata e non volle proseguire il tragitto fino alla contrada dove abitava e chiese invece di dormire nella nostra camera.

Il cimitero di Foza negli anni ’50

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