La chiesetta alpestre del Capitello, dedicata alla Madonna delle Saette

Quella che raccontiamo è una storia suggestiva, che si richiama al ritrovamento, o meglio alla riscoperta, della tela raffigurante una bella e splendente immagine della Madonna che tende la mano a due adolescenti. La singolare vicenda ha avuto origine nel periodo della prima guerra mondiale, nell’intreccio dei tumultuosi e tragici avvenimenti che in quel periodo hanno riguardato l’Altopiano e la sua gente.  

Oltre cento anni fa, la popolazione civile dei Sette Comuni, divenuti loro malgrado territorio di scontro tra gli eserciti, aveva dovuto abbandonare ogni cosa, cercando rifugio in mille paesi, non sempre tutti ospitali.  A distanza di tanti anni, il dr. Giancarlo Bortoli, anche a seguito della presenza ad Asiago del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, venuto per commemorare le drammatiche vicende del profugato, ha coordinato una ricerca storica, approvata e fatta propria dalle amministrazioni comunali dei Sette Comuni e dall’ Unione Montana, al fine di ottenere dalle alte cariche dello Stato un riconoscimento, almeno morale, per i patimenti subiti a quell’epoca dalla gente, specie dalle donne, dai vecchi e dai bambini. 

Anche Foza, al pari delle altre comunità dell’Altopiano, nel maggio del 1916 era stata evacuata in tutta fretta, senza dare alla gente indicazioni di dove andare e nemmeno il tempo di raccogliere le cose più necessarie. In codesto doloroso contesto, il protagonista di questa storia, ossia il maestro Silvio Omizzolo, e la sua famiglia trovarono rifugio a Cittadella, dove erano provvisoriamente collocati in stanze di fortuna anche gli uffici comunali. Egli seguiva, assieme al commissario prefettizio Cav. Aurelio Grandotto, le attività amministrative del comune e le innumerevoli pratiche a favore dei suoi paesani profughi, mandati raminghi in mezza Italia. E proprio a Cittadella nasceva suo figlio Erminio. Dopo la fine della guerra, nel 1919, i profughi ottennero il permesso di tornare a casa, trovando solo desolazione; non potendo tuttavia superare il primo inverno a causa del freddo intenso patito nelle baracche di fortuna, e privi di ogni assistenza, furono costretti a scendere nuovamente in pianura fino alla primavera successiva, come documentato dal giornale dell’epoca “Il Risorgimento”, organo dell’Unione Profughi dei Sette Comuni, edito da don Giuseppe Rebeschini.

Il maestro Silvio Omizzolo
Aurelio Grandotto “Fornaro“
Maestro Erminio Omizzolo

Nel frattempo, incominciarono i lavori di ricostruzione del paese e dopo infinite lungaggini si iniziò a ricostruire anche la chiesa parrocchiale, sotto la direzione dell’impresario Giuseppe Gheller, detto Beppo “Crun”. Le cose non andarono in maniera troppo liscia, anzi sorsero presto non poche difficoltà finanziarie, tanto che il parroco pro tempore, don Antonio Costa, si mise a chiedere aiuto a destra e a manca, ma alla fine per tappare i buchi dovette far intervenire le persone del paese, almeno quelle che avevano qualche possibilità, come era il caso del maestro Silvio e di Giacomo Omizzolo, oltre che dello stesso parroco. Essi, fiduciosi, sottoscrissero un documento con una semplice firma, creando le premesse per la loro chiamata in causa, in caso di bisogno, essendo il loro avallo garanzia del pagamento di un importo debitorio considerevole.

Giacomo Omizzolo “Cursor”

Il maestro Silvio era una persona influente e colta, particolarmente distinta anche per i sottili occhiali che indossava, forse gli unici del paese, come appare in diverse foto d’epoca. Egli si era occupato del pesante compito dell’istruzione di generazioni di scolari. Un ramo della sua famiglia, trasferita a Padova, si era particolarmente distinta. Si trattava del dott.  Attilio Omizzolo, già medico condotto a Foza, coniugato con Maria Forte, una insegnante di Asiago che era la zia di Mario Rigoni Stern. Dopo che Mario, capitano d’aviazione, figlio di Attilio e medaglia d’ argento, era caduto in combattimento in seguito all’abbattimento del suo aereo, lo scrittore Mario Rigoni Stern ne assunse il nome. Di quella stessa famiglia fece parte anche l’illustre pianista e compositore, omonimo del maestro, ossia Silvio Omizzolo, che compose tra l’altro l’opera: “Elegia per gli impiccati di Bassano” (il 26 settembre 1944 erano stati impiccati dai nazifascisti 31 giovani partigiani rastrellati sul monte Grappa).

Ma ora, per entrare direttamente nella narrazione di fatti e avvenimenti riferiti al primo dopoguerra, occorre incominciare da quanto scritto da Licia Omizzolo, classe 1909, figlia di Silvio. Lei, in età matura, era stata interpellata dal nipote Paolo, il quale aveva necessità di conoscere alcune vicende della famiglia, dopo aver rinvenuto in soffitta una tela raffigurante la Madonna, che secondo suo padre, il maestro Erminio, altro non era che il dipinto raffigurante la “Madonna delle Saette”.  

Licia ricordava bene le condizioni della sua famiglia nel periodo post bellico della prima guerra mondiale e così ebbe a scrivere:

Nonostante il periodo difficile, la nostra famiglia viveva discretamente, perché in casa c’era lo stipendio. C’era comunque sempre il problema del debito contratto per via della costruzione della chiesa. All’epoca della ricostruzione dopo la prima guerra mondiale, mio padre, il maestro Silvio, percepiva circa 600 lire al mese di stipendio e, partecipando con una firma di avallo alle spese per la ricostruzione della chiesa, con Don Antonio Costa e Giacomo Omizzolo, si ritrovò con un debito di 50.000 lire, perché il Comune non partecipò alle spese e l’impresario Giuseppe Gheller fallì. Prima c’era qualche risparmio e mio padre lo aveva adoperato per colmare il debito, ma poi, non bastando questo, si era impegnato a soddisfare a rate quanto doveva ed allora anche noi abbiamo dovuto tirare un po’ la cinghia e questo è durato parecchi anni. Sempre in relazione al debito contratto per la ricostruzione della chiesa, Don Antonio dette a mio papà, per riconoscenza, un quadro della Madonna. Secondo Don Antonio era una pittura che non valeva molto, ma serviva come segno di gratitudine per avere aiutato la chiesa in un momento difficile”.   

Fine anni ’20. In primo piano Licia Omizzolo, classe 1909, a sin. la sorella Rosalia e a destra, con la collana, l’altra sorella Elsa.

Licia racconta lucidamente quanto era successo in famiglia. Il parroco Don Antonio, pressato dalle difficoltà economiche per la ricostruzione della chiesa parrocchiale, aveva chiesto aiuto anche a suo padre Silvio chiedendogli una firma di avallo. Purtroppo, per gli effetti negativi degli imprevisti del cantiere e delle difficoltà dell’impresario, ci fu l’escussione di importi ingenti accollati ai fidejussori. In seguito a questa dolorosa vicenda, il prete, non potendo fare altro, come parziale compensazione consegnò a Silvio la tela raffigurante la Madonna delle Saette. Significativo è il fatto che il maestro tenne molto cara l’immagine, tanto da esporla sulla parete della sua camera da letto, fino alla sua morte. Alla scomparsa di Silvio, l’effigie della Madonna era stata conservata nella soffitta dell’abitazione della famiglia Omizzolo, fino a quando, negli anni ’60, il giovane nipote Paolo la riscoperse e, saputo dal padre di cosa si trattava, ottenne da lui l’autorizzazione a portarla nella propria camera.

Tuttavia Paolo, residente da molti anni altrove, avendo perso il padre molto presto e non conoscendo l’esistenza della chiesetta dedicata alla Madonna delle saette, si interrogava ansioso del perché di tale nome inconsueto, “Madonna delle Saette”.

La Chiesetta/Capitello dedicata alla Madonna delle Saette

Ma ecco che la ricerca trova qui la più ovvia delle spiegazioni. Nei tempi antecedenti alla prima guerra mondiale, esisteva a Foza, in località Capitello, la chiesetta dedicata in origine alla “Madonna delle saette”. In prossimità di quel luogo è stato recentemente eretto un piccolo capitello, su iniziativa delle sorelle Virginia e Santina Omizzolo “Cursore”.

Due “fodati” preparano un barco per il fieno sul prato vicino alla chiesetta del Capitello. L’antico paese è sullo sfondo

La località Capitello non era un luogo qualsiasi. Proprio dove si ergeva la piccola chiesa della Madonna delle Saette, vi era la confluenza di due importanti mulattiere; il primo sentiero, detto dello Staik, collegava il centro con la Valcapra, per proseguire successivamente verso la Val Vecchia o Zonthall, mentre dalla parte opposta partiva il ripido sentiero che collegava la piazza con la Valpiana. Proseguendo invece sulla dorsale del crinale, si giungeva alle contrade dei pastori, ossia al Pubel e a Tessar di sopra, ed ancora oltre si raggiungeva il colle Spill, il balcone più bello dell’Altopiano, affacciato sulla Val Brenta, dedicato a San Francesco, con chiesetta e piccola abitazione dell’eremita poste quasi a strapiombo sulle rocce.

Il Capitello era dunque un luogo importante, che veniva sempre raggiunto da una moltitudine di persone, con le processioni votive, tra cui quelle del Venerdì Santo e del Corpus Domini. In effetti tale ultima processione è documentata da una foto scattata ancora nel 1915, prima della distruzione della chiesetta a seguito della grande guerra. La contrada Capitello, nel primo dopoguerra, ha visto cambiare il suo nome in via Generale Euclide Turba, in ricordo della medaglia d’oro caduta in combattimento sul monte Castelgomberto. Sull’insegna in marmo posta sul muro dell’albergo alla Speranza, accanto al nome della via c’era il simbolo del fascio, quest’ultimo ora ricoperto con la vernice.

Foza 1915. La processione del Corpus Domini passa davanti alla chiesetta di via Turba, distrutta dalla guerra e mai più ricostruita

Ma perché “Madonna delle Saette”?

I Santi, e la Madonna in particolare, venivano e vengono invocati come intercessori per esorcizzare i pericoli, le malattie, le avversità, le guerre. Infatti i capifamiglia, in una delle ultime loro assemblee, durante l’infuriare della seconda guerra mondiale si raccomandarono a Sant’Antonio, promettendo di erigergli una cappella votiva, al cessare delle ostilità. Ed è ben risaputo che Foza tiene molto cara l’antica statua lignea della Madonna Miracolosa, alla quale gli abitanti attribuiscono poteri taumaturgici. Durante il periodo del profugato, la statua era stata portata in salvo e custodita dal vecchio parroco, Don Titta Garzotto, a Schiavon, dove lui aveva trovato rifugio, presso i suoi parenti.

I fulmini, o saette, rappresentavano una temuta calamità che aveva procurato nel tempo diversi incidenti, anche mortali, con danni ad abitazioni, animali, persone. Nel 1828, grande impressione aveva creato la morte del giovane dottore, Don Pietro Antonio Lunardi “Osei”, tornato da poco da Vienna, dove si era laureato in sacra teologia, morto all’istante dopo essere stato colpito da un fulmine mentre si trovava nei pressi della sacrestia del duomo di Padova.

Pochi anni dopo, il 14 luglio 1840, una saetta era anche penetrata nella chiesa parrocchiale, uccidendo Gio Maria Marcolongo, un bambino della contrada Valcapra. Quel giorno avrebbe potuto esserci una strage, dato il grande numero di presenti, e si cantò, giorni dopo, una messa alla Vergine per lo scampato pericolo, mentre in ricordo dello sfortunato giovane era stato fatto un dipinto nella parete della chiesa.

La gente del paese aveva perciò voluto dedicare un luogo di culto alla Madonna delle Saette, come invocazione della sua protezione, ma la denominazione era poco gradita alle autorità religiose, che alla fine vollero cambiarla con quella più classica di “Madonna del Rosario”. Dopo la guerra la chiesetta non venne più ricostruita, sostituita da quella eretta sul viale del Monumento, a ricordo dei caduti delle due guerre mondiali.

Dall’altra parte del paese, presso Gavelle, esisteva già nel 1600 un capitello ed ora c’è la chiesetta dedicata a San Rocco, protettore dalla peste. La chiesetta fu inaugurata dal parroco don Lazzaro Lazzari nell’agosto del 1875, salvo poi essere distrutta dalle bombe della prima guerra mondiale. Nel dicembre del 1917, durante la ritirata degli alpini sotto la pressione degli austriaci, passò nei pressi della contrada Gavelle Stefano Dalle Ave, caporale del battaglione alpino Sette Comuni, classe 1889, che trasse dalle macerie e portò in salvo il crocefisso; dopo la sua morte volle che fosse riportato nella chiesetta ricostruita.

La chiesa di San Rocco in contrada Gavelle

Occorre anche ricordare che, nonostante la precipitosa fuga della gente, avvenuta nel corso della primavera del 1916 in seguito all’offensiva austriaca, le opere d’arte religiose e parte dei registri erano stati prelevati, sia pure in momenti successivi, e in larga parte portati in salvo. Andarono purtroppo perduti gli arredi, le suppellettili e il prezioso, antico organo suonato nelle feste dall’organista Luigi Lazzari. Il parroco dell’epoca, don Titta Garzotto, e l’amministrazione comunale si erano attivati per quanto possibile, anche se la partenza dal paese era stata improvvisa e inaspettata. Tuttavia, passati i primi momenti di totale confusione e paura, il paese divenne ancora raggiungibile, almeno per un limitato periodo. Fu così che il sergente della sanità e cappellano militare, don Baldassare Girardi, su richiesta del Vescovo di Padova, Mons. Luigi Pellizzo, aveva ottenuto il permesso direttamente dal Generale Pecori Giraldi e dal comandante dei carabinieri di portarsi nelle chiese dell’Altopiano, per recuperare quanto più possibile. Egli raggiunse Foza, visitò la chiesa, che era in buone condizioni, sotto l’attenta sorveglianza dei cappellani militari, e lo confermò al Vescovo, in data primo ottobre del 1916. D’altronde, nei mesi estivi del 1916, anche alcuni uomini erano stati autorizzati a ritornare nel paese per la fienagione; il foraggio fu trattenuto per alimentare i cavalli e muli dell’esercito.

Il parroco di Foza don Gianbattista Garzotto

In conclusione, dalla narrazione e dalle testimonianze storiche si evince chiaramente che la tela, denominata con l’appellativo di “Madonna delle Saette”, consegnata dal parroco don Antonio Costa al maestro Silvio Omizzolo per riconoscenza, non poteva che appartenere alla chiesetta della “Madonna delle saette” e sarebbe quindi l’unica opera che si è salvata, di quell’edificio così caro ai paesani, distrutto dalla guerra. 

Paolo Omizzolo vuole condividere con l’intera comunità questo prezioso ricordo e pertanto una copia della tela verrà donata al museo di Foza.

Luigi Menegatti e Paolo Omizzolo

Don Antonio Costa, parroco di Foza dal 1919 al 1928

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