La casa dei nonni. L’abitazione della famiglia Omizzolo “Cursori” nei ricordi del nipote Mario Menegatti.

La casa dei nonni è stata e sempre sarà nei miei ricordi un luogo di estati indimenticabili come penso lo sia per tutti noi cugini che lì abbiamo vissuto le nostre vacanze.

Foza anni 60. Mario Omizzolo Cursor e Maria Gheller Cruna.

Appena terminata la scuola venivo immediatamente “spedito” dai nonni per trascorrere il lungo periodo tra un anno scolastico e l’altro. Un lunghissimo viaggio in treno da Torino a Vicenza, poi da lì fino a Piovene Rocchette per prendere un treno a vapore, con cremagliera di sicurezza per il lungo tratto in salita, alimentato a carbone che mi portava attraverso boschi e paesaggi incantevoli dell’Altopiano fino ad Asiago.

Non sono sicuro, ma mi pare lo chiamassero “a vaca mora”. Non so il perché ma posso intuirlo visto che passava attraverso i prati dell’Altopiano  pieni di mucche che pascolavano e questa potrebbe essere una mia spiegazione.

Lunga era sempre l’attesa per prendere la corriera delle sei di sera per arrivare a “Foza, clima ideale” come recitavano i cartelli di allora.

Per noi era il punto di arrivo. “La casa dei nonni”, la nostra casa per almeno tre mesi.

Bella foto della famiglia Omizzolo, con Mario Cursor, la moglie Maria Gheller Cruna e le otto figlie, all’ingresso della loro abitazione.

Ecco come la ricordo e come è rimasta nella mia mente.

Scalini all’ingresso e piccolo corridoio d’accesso alle stanze al piano terreno. La prima e più importante era la cucina, dove si pranzava e si cucinava con una stufa a legna che io ricordo sempre accesa, vuoi per produrre acqua calda o per cuocere il cibo per il pranzo e l’immancabile polenta per la cena. Un grande tavolo con nonno Mario a capo tavola e nonna Maria all’altro capo. Ai lati prima i nipoti che dovevano mangiare in fretta per lasciar posto alle zie che mangiavano con più calma nel secondo turno. Di questa stanza, con allora ancora il pavimento in legno, ricordo le zie che inginocchiate a terra lavavano il pavimento con acqua calda, spazzole e tanto olio di gomito.

La seconda stanza era quella che ora verrebbe definita “la stanza polifunzionale”. Cerco di spiegare perché l’ho così definita. Veniva spesso usata per fare materassi e trapunte che le zie producevano per loro e per i paesani che le ordinavano ed anche da mia zia Virginia per confezionare vestiti e abiti maschili, essendo lei sarta con macchina da cucire Singer a corredo. Per il Natale veniva utilizzata come stanza del presepio, magistralmente allestito da zia Elvira con l’aiuto di noi nipoti quando passavamo anche il Natale a Foza. Durante il mese di agosto, quando tutti gli zii venivano a Foza per le ferie, la stanza veniva utilizzata come seconda sala da pranzo per tutti i cugini, essendo noi in tanti, mentre in cucina sedevano i “grandi”.

La terza stanza denominata “a stansa bea” aveva un solo scopo, quello di ricevere gli ospiti che, di volta in volta, venivano a far visita ai nonni e alle zie. Successivamente venne chiamata “la stanza del telefono” per ovvio motivo, pur mantenendo le originali funzioni.

La quarta stanza era utilizzata con funzione di dispensa. All’interno venivano stoccati, in apposito mobile con ribaltina, i sacchi di farina bianca e gialla per la polenta che mai mancava per la cena. Non meno importante, ma di grande utilità, rigorosamente chiuso a chiave, era collocato quello che io ricordo con il nome “moschetto”, dove venivano sistemati il formaggio, il salame ed i generi alimentari da conservare e dove venivano conservate le “mastee” di marmellata e mostarda che servivano per la merenda di noi numerosi nipoti. In quel periodo non esisteva il frigorifero e le bocche da sfamare erano molte, di cibo da conservare ne restava sempre poco.

Nel sottoscala che portava al piano superiore era collocato il “seciaro” dove venivano lavati i piatti che, credetemi, erano sempre tanti.

La scala di legno dava accesso al piano superiore ed alle camere da letto, ma era anche luogo di preghiera perché, a metà della rampa, era collocato un quadro del “Sacro Cuore di Gesù”. Quando i temporali erano fortissimi e lampi e tuoni spaventavano noi bambini, eravamo tutti lì in ginocchio a pregare perché smettessero in fretta.

La camera da letto principale era la camera dei nonni dove era ancora presente il letto di zio Livio e dove ho dormito tante volte io.

La seconda camera era quella delle zie Virginia e zia Elvira che vi dormiva, ma ha sempre voluto il suo letto singolo.

La terza camera era chiamata “a stansa grande” con due letti matrimoniali e dove con i materassi per terra dormivano anche parecchi cugini, quando eravamo tutti in vacanza.

La quarta stanza era quella dedicata agli ospiti, quando c’erano, ed agli sposini, quando venivano a passare qualche giorno a Foza magari di ritorno dal viaggio di nozze, come ho fatto io prima di rientrare a Torino.

Unico e solo bagno dove spesso si formava la coda e più di qualche volta si ingannava l’attesa “saltellando”.

Un posto di rilievo per noi ragazzi ha sempre avuto “el granaro”, il più importante sfogo per noi ragazzi, tenuto rigorosamente chiuso e che veniva aperto solo per noi durante le giornate di pioggia. Di grande importanza era anche “la baraca” giù nel cortile dove tenevano il fieno. Andare su in granaro era per noi un grande divertimento perché si giocava a nascondersi e poi c’era l’altalena che il nonno aveva fatto per noi, a patto che non toccassimo i suoi attrezzi da falegname, pialla, sgorbie, morsa e altri oggetti a lui molto cari. Uno dei nascondigli preferiti era “la cassa” piena di materassi, ma era anche il primo posto dove le zie venivano a cercarci per farci scendere. Questo era anche il segnale che la pioggia era finita e che potevamo uscire a giocare all’aria aperta.

Uno dei compiti “istituzionali” a cui non ci si poteva sottrarre in quel periodo era fare i due tagli del fieno agli ordini dell’immancabile zio Ernesto e tagliare i pezzi di “fagaro” nella misura giusta per la stufa, tirarli su con la carrucola fino alla grande finestra del granaro per poi sistemarli rigorosamente accatastati ed allineati nello spazio apposito che ci veniva indicato.

La stalla era il luogo dove i nonni tenevano due mucche per il latte ed a volte un vitello ed un discreto numero di galline per le uova che non mancavano mai. Tenevano anche le damigiane di vino dove io ed un mio cugino (non svelerò mai il nome ma lui sa benissimo chi era con me) abbiamo tirato con la canna, succhiando un po’ di vino per poi lasciare che fuoriuscisse scappando, non sapendo come fermarlo. Eravamo molto giovani ed inesperti ma anche molto bravi a fare danni, 54 litri persi!!!!

Un maiale veniva allevato per fare i salami e veniva macellato rigorosamente da mio zio Menegheto Biasia, maestro nel fare salumi e sopresse in tutto il paese.

Indimenticabile è stata per tutti noi la presenza della cagnolina Ketty, sempre presente nelle scorribande nei prati, nei boschi e nelle camminate lungo “la strada verde”. Amica e fedele compagna dei nostri giochi e sempre presente nelle foto dell’epoca.

Estate 1958. Nipoti di Omizzolo Mario davanti all’ex colonia di Monselice, in via Turba a Foza. Nella foto ci sono 14 cugini che ogni estate si ritrovavano nella casa dei nonni materni per trascorrere le vacanze. Alcuni provenivano da Torino, altri dal Trentino e altri ancora abitavano in paese. Dopo questa data ne sono nati ancora 5. Tutti ricordiamo le spensierate estati trascorse dai nonni, coadiuvati dalle zie Virginia ed Elvira, che si prodigavano amorevolmente per non farci mancare nulla. Non dimentichiamo il cocker nero, accucciato a sin., di nome Ketty, che al nostro arrivo faceva parte integrante del gruppo, partecipando attivamente alle nostre avventure. In alto da sx: Menegatti Gianlivio, Biasia Enzo, Benetti Nadia, Benetti Livia, Gheller Paola, Benetti Giorgio, Menegatti Mario e Anderle Gianni. In basso da sx: Anderle Sandro, Biasia Luigina, Benetti Pierluigi, Gheller Mariuccia, davanti Anderle Maria Livia e Biasia Claudio.

Un ricordo particolare va anche al “pomaro” che c’era nel giardino di casa e del quale, per quanti anni abbia passato a Foza, non sono mai riuscito a mangiare un frutto. I miei cugini mi fregavano sempre. arrivavano sempre prima e le mele le mangiavano anche se verdi.

Vi domanderete perché scrivo queste cose e perché chiederò di pubblicarle su “Foza, volti e storie”? La risposta è che tra non molto la “casa dei nonni” passerà di proprietà e che non sarà più della famiglia Omizzolo “Cursori”. Questo per me è un modo di renderle omaggio, come ai nonni Mario e Maria che l’hanno voluta, costruita e fatta vivere ai loro nipoti. Credo questo valga anche a nome dei miei numerosi cugini che lì hanno vissuto, anche se questo racconto si basa su mie memorie ed emozioni.

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Per me è anche un addio ad una spensierata gioventù.

Ricordi di Mario Menegatti (figlio di Amelio Menegatti e Lucinda Omizzolo).

25 settembre 2023.

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