In ricordo di Idillio Menegatti. Foza, 15 febbraio 1936 – Melbourne, 22 dicembre 2022.

Gli anni ‘50, per un paese di montagna sovraffollato come era la nostra Foza e con le frontiere ancora parzialmente chiuse all’emigrazione, furono un periodo di indigenza e povertà, forse non comparabile con quello del difficile primo dopoguerra, ma comunque contrassegnato dal disagio della popolazione, la quale faticava a sbarcare il lunario. Alcuni uomini erano già partiti per il Belgio, la Francia e la Saar; anche molte giovani ragazze, pur di aiutare le famiglie, erano andate a servizio in famiglie agiate, specie nelle città di Milano e Torino. L’ amministrazione comunale faceva quel che poteva ma in paese c’erano state manifestazioni di protesta in piazza, con l’arrivo della polizia Battaglione Celere, in assetto di sommossa, armata di fucile e manganelli.  Nei vari periodi alcuni operai erano chiamati a lavorare negli scavi dell’acquedotto, eseguiti a “picco e badile”, che avrebbero consentito di porre le tubazioni per far arrivare l’acqua in paese dalla piana di Marcesina, giù per la Valgadena. Altri uomini erano occupati nei cantieri di rimboschimento, sia sulle montagne del paese che nei boschi del Ghertele; altri ancora lavoravano nei cantieri di sistemazione delle strade Foza-Lazzaretti e Foza-Valstagna, ricevendo una paga giornaliera di 500 lire ed una minestra a mezzogiorno. Il comune aveva organizzato anche delle scuole per allievi muratori che si tenevano all’aperto, dove provetti maestri insegnavano ai giovani ad erigere muretti a secco e in pietra a faccia vista, per prepararli all’emigrazione.

Le contrade Furlani e Gavelle negli anni ’50

Una delle principali attività di quell’epoca fu quella del recupero del materiale bellico, con le famiglie che per tutta la settimana lavoravano, pernottando nelle gallerie della prima guerra mondiale, fin sulle montagne dell’Ortigara e del Monte Grappa.

In questo contesto socio-economico, nel quale anche l’antica arte della pastorizia era praticamente agli sgoccioli e il patrimonio boschivo falcidiato per i gravissimi danni causati dal primo conflitto mondiale, non c’erano tante alternative se non quella di emigrare.

Le famiglie conoscevano fin troppo bene le vie dell’emigrazione, sia stagionale, nei paesi europei, che definitiva, al di là degli oceani. La guerra ne aveva interrotto il flusso, che poi però riprese, poiché non vi erano altre soluzioni; il che per molti si traduceva, in sostanza, di trovare occupazione come minatore, professione che aveva provocato, negli anni, malattie gravi come la silicosi e molti incidenti mortali.

I recuperanti Luigi Menegatti “Jijeto Campanaro”, Mario Gheller “Marietto Testabianca” ed Ernesto Menegatti “Nesti”

Idillio Menegatti era figlio di Eugenio, uno di quegli sfortunati minatori che, come altri suoi compagni delle contrade, per sostenere la famiglia erano andati nelle cave di quarzo in Francia ed in seguito a ciò si erano ammalati gravemente. Eugenio, in seguito a suddetta malattia, morì in quell’anno orribile del 1937, in mezzo ad indicibili sofferenze. E non era stato il solo della sua famiglia a perdere la vita a causa del lavoro pericoloso.

Alcuni anni prima, egli aveva perduto il fratello Ernesto, di soli 20 anni, colpito al capo da una pietra scagliata dall’esplosione di una mina, mentre era al lavoro in un cantiere nei pressi di Sondrio.

Gli altri suoi fratelli, Luigi, Antonio e Giacomo, altri figli di Giorgio, detto “Dordi Sette”, erano stati più fortunati, pur lavorando negli scavi della metropolitana di Parigi.

Eugenio Menegatti in un ritratto di fine anni ’20

Al tempo, quando Idillio aveva solo un anno, i suoi genitori abitavano nella contrada Cattagni. Quando suo padre morì, la madre Antonia Lunardi, che nulla possedeva, dovette pensare a sfamare una famiglia composta anche dalla figlia Adelina e dall’ altro figlio Ernesto, detto “Nesti”, e si trasferì nella contrada Gavelle, dove abitavano i suoi suoceri “Dordi Sette” e Giulia Lunardi, detta “Romana”.

Giulia Lunardi “Romana” ed il marito Giorgio Menegatti “Sette”

Un brutto giorno, mentre stavano nella cucina vicino al focolare con il fuoco acceso, scoppiò un ordigno bellico, che si trovava all’ interno di un ceppo, e l’esplosione ferì in modo molto serio ad una gamba Nesti. Certo le cure dell’epoca erano quelle che erano e così Nesti rimase per tutta la vita menomato, ma non per questo meno attivo. Nel 1938 I nonni di Idillio, con l’intera famiglia, decisero di aderire al programma di colonizzazione della Cirenaica ed assieme a diverse famiglie del paese emigrarono in Libia, nel paese di Barce, villaggio Oberdan, prendendo a loro carico il piccolo Nesti.

1938, il saluto delle autorità del paese alle famiglie in partenza per la Cirenaica

La permanenza in Libia durò fino al 1943, quando, sotto l’incalzare delle truppe britanniche, i coloni furono costretti a rientrare nel paese, abbandonando tutto quello che possedevano. Tornarono quindi a Foza e fu difficile ripartire. Il periodo era burrascoso, soprattutto dopo l’otto settembre del ‘43, a seguito dell’armistizio e della dichiarazione enigmatica di Badoglio, con l’inizio di una guerra civile. Dal 1944 al 1945 operò in paese l’organizzazione paramilitare tedesca detta “Todt”, che assunse tanti uomini ed anche ragazzi ed alcune donne, per attivare dei cantieri di lavoro praticamente inutili ma che tenevano la gente occupata e controllata. L’attività consentiva inoltre ai lavoratori di ottenere un piccolo compenso e un po’ di pane, oltre ad altri viveri strettamente necessari.

Idillio intanto era cresciuto sano e robusto e con il fratello “Nesti”, in mancanza di altri lavori, incominciò a sostenersi ricercando il materiale bellico. I due fratelli andavano insieme per boschi e montagne e le possenti spalle di Idillio trasportavano i carichi ferrosi fino al punto prestabilito per la vendita degli stessi ai commercianti. Per i giovani questa non poteva essere una prospettiva di tutta una vita, anche se era destino che “Nesti” non potesse emigrare, per quella menomazione alla gamba, patita quando era ancora un bambino.

Ad Asiago erano arrivati gli emissari delle compagnie di navigazione e prospettavano partenze verso il lontano continente australiano, non sconosciuto in paese, in quanto già a partire dal 1924-25 diversi uomini ed anche alcune intere famiglie vi si erano diretti, specialmente nella zona delle miniere di Wonthaggi.

Idillio Menegatti a 19 anni, a Ballarat, nel 1955

I giovani si riunivano e prendevano accordi tra di loro per decidersi al grande passo. Un giorno di pioggia i recuperanti, intenti a cercare i residuati bellici sul Sasso Rosso, si ripararono all’ interno del casotto di legno costruito da Attilio Martini “Fere” per esercitare la sua attività di uccellatore, che noi definiamo “roccolante”. Tra tanti recuperanti che aspettavano che la pioggia cessasse c’erano Eugenio Chiomento “Cavaj” e suo cugino Silvio, sindaco del comune. Loro due, insieme ad una vedova di nome Lina, avevano fatto una specie di società per ripartire sia i guadagni del recupero dei residuati bellici che le spese per acquistare il radar. Eugenio, in quel giorno piovoso, annunciò, tra la sorpresa generale, che a breve sarebbe partito per l’Australia in cerca di fortuna. Intanto in paese i lutti per lo scoppio delle granate continuavano. Giacomo Gheller, detto “Jaco Sbinco”, aveva già il passaporto pronto e il biglietto pagato per la nave che lo doveva portare in Australia. Aveva portato a casa una granata recuperata la mattina presto e, mentre la maneggiava nei pressi della sua abitazione in contrada Furlani, l’ordigno gli scoppiò tra le mani, ferendolo fino a provocarne la morte.

Giacomo Gheller “Jaco Sbinco”
Eugenio Chiomento “Cavai”

Come altri giovani, Idillio aveva deciso che sarebbe stato meglio lasciare quella pericolosa occupazione e partire piuttosto per l’Australia; ma c’era un problema, perché in famiglia non disponevano della somma di denaro sufficiente per espatriare. Quando si trattava di emigrare in Francia, Svizzera, Belgio, Lussemburgo ed altre destinazioni europee, c’erano alcuni uomini generosi, tra cui Urbano Cappellari “Pierotto”, Giache Menegatti “Sette”, Alfredo Alberti “Eckar”, che prestavano agli emigranti l’importo per comperare il biglietto del treno, sicuri come erano che, con i primi risparmi, la cifra sarebbe stata restituita. Per il viaggio verso l’Australia occorreva invece un importo consistente ed allora era l’amministrazione comunale che, a richiesta, si sostituiva alle banche e consegnava il denaro necessario per pagare il viaggio in nave da Genova a Melbourne. Antonia, la madre di Idillio, fece una richiesta all’ amministrazione comunale di Foza e così il prestito di 150.000 lire, con l’impegno della restituzione della somma entro 18 mesi, fu deliberato il 15 febbraio del 1955 e l’importo consegnato in tempo per pagare il biglietto della nave.

Quando arrivava il momento della partenza, i giovani passavano a salutare i parenti, perché si andava molto lontano.

Nelle osterie, alla sera, i gruppi di giovani si ritrovavano e, bevendo un bicchiere di vino o di birra, entrando nell’ osteria da Arturo Grandotto, detto “Jjo Fornaro,” dove alla mescita c’erano le sue tre figlie Rita, Aurelia e Bertilla, mettevano sul giradischi a tutto volume il disco con lo struggente canto “Terra straniera quanta malinconia”

Arturo Grandotto ” Jijo Fornaro”

Nel marzo del 1955, i due giovanissimi amici, Idillio, che aveva appena compiuto diciannove anni, e Mario Oro “Lenz””, di soli due anni più anziano, iniziarono il lungo viaggio per raggiungere il porto di Genova ed imbarcarsi per Melbourne. La nave fece tappa a Napoli e poi raggiunse Messina, per iniziare successivamente la lunga traversata. L’ ultima sosta fu a Porto Said, sul canale di Suez, da dove Idillio inviò una cartolina di saluti allo zio “Giache”.  I due amici avevano in tasca gli indirizzi di due paesani che a Melbourne si erano offerti di ospitarli. Mario doveva raggiungere la casa di Eugenio Chiomento, detto “Genio Cavai”, mentre Idillio andava nell’ abitazione di Guerrino Paterno, detto “Rino Fire”.

Mario Oro “Lenz”
Guerrino Paterno “Rino Fire” con la moglie Angelina le loro figlie Luisa e Teresa, gemelle, e Bertilla

I due giovani coraggiosi non possedevano altro che la loro energia giovanile e la forte determinazione di poter dare una mano alle loro famiglie rimaste a Foza, desiderosi di inserirsi nel migliore dei modi nelle attività di quel lontano paese. Non conoscevano la lingua ma una fitta rete di paesani garantiva a tutti solidarietà fraterna, le loro case erano sempre aperte. Inoltre gli uomini si trovavano alla sera al pub a bere qualche birra e a giocare alle bocce, scambiandosi così informazioni ed esperienze. Idillio e Mario Oro, dopo qualche tempo e dopo aver conversato con Pietro Campana, lo seguirono a Ballarat, la città dell’oro, in cui abitava anche il sarto Marco Gheller “Crun”, e lì e successivamente a Melbourne, dove incominciarono una proficua attività nel campo edilizio. I paesani lavoravano sempre insieme e così nacquero iniziative con “Vince” Oro “Pegorel”, Lino Guzzo, Michele e Cesco Lunardi “Malgareti”, Nando Lunardi “Maino” e i suoi fratelli, Gianni Lunardi “Cattagno” ed altri ancora. Tutti questi giovani, carichi di energia positiva e volontà di ferro, si fecero valere per la grande capacità di intraprendere e tutti riuscirono a crearsi una posizione economica di grande sicurezza, con reciproca cooperazione e solidarietà. Non mancarono certo le loro feste, tutte partecipate e gioiose, e così pure le famose battute a caccia, passione ereditata dai loro genitori.

Forse il fatto di essere così lontani dal loro paese fece cementare un rapporto solido di condivisione e fratellanza, mai venuto meno. Quando c’era bisogno, scattava l’aiuto necessario per sostenere il paesano a cui serviva una mano.

I matrimoni ed i battesimi erano l’occasione che favoriva gli incontri di tutte le famiglie. In occasione delle nozze del cugino Luigi Menegatti, detto “Jiio Stivain”, che si univa in matrimonio con Antonietta, una ragazza calabrese, Idillio si incontrò con la cugina di quest’ ultima, di nome Lina. Ne scaturì un grande amore, che si realizzò con il loro matrimonio ed una vita coniugale intensa e fedele, da cui nacquero quattro figli.

Wonthaggi, 13 luglio 1959, matrimonio di Antonietta Nero e Luigi Menegatti
1961, Idillio con la moglie Lina ed il figlio Eugenio “Jimmy”

Idillio in Australia venne soprannominato famigliarmente “Baldo”, per quella sua caratteristica gioviale e allegra che contraddistingueva la sua forte personalità, espressione di vera amicizia verso tutti. Nel lavoro Idillio era instancabile e sviluppò la sua società nel campo edilizio, anche in collaborazione con i paesani, il che gli consentì di raggiungere la sicurezza economica per sé e per tutta la sua famiglia.

Francesco Lunardi con, a destra, Idillio Menegatti

Non mancarono i suoi viaggi di ritorno nel paese di Foza, come quello memorabile del 1971 in compagnia di Lina e dei loro figli Eugenio, detto Jimmy, purtroppo poi prematuramente scomparso, e Roberto. Idillio era orgoglioso della sua bella famiglia e passò dei momenti indimenticabili nel suo paese, ritrovando parenti ed amici. Anche sua mamma Antonia, in un viaggio organizzato dal parroco di Foza, don Ottavio, volle andare in Australia per conoscere tutta la famiglia di suo figlio. La generosità di Idillio era straordinaria ed egli non esitò ad acquistare l’abitazione in contrada Gavelle per la mamma ed il fratello Nesti.

Idillio si ricordava di tutti i suoi parenti e volle perfino andare fino a Seattle ad incontrare la famiglia dello zio Antonio e della zia Oliva, emigrati negli anni ’50 negli Stati Uniti. Idillio ebbe modo di visitare Foza altre volte e passava qualche ora con gli amici a bere una birra e a giocare alle carte e alle bocce in contrada Eckar in compagnia del cugino Luigi. Di tanto in tanto andava con il fratello “Nesti”, appassionato recuperante, a ricercare qualche residuato della guerra.

Anni ’80, Antonia Lunardi “Jasinta”, moglie di Eugenio “Sette”, con il figlio Ernesto “Nesti” Menegatti, fratello di Idillio e Adelina
1991, contrada Ekar, partita a bocce nella corte dei Canevei. In alto da sin. Carlo Berton di Padova, proprietario di casa e corte, Adolfo Alberti “Nino”, Elsa Oro (figlia di Lina Lazzaretti, emigrate a Torino), Idillio Menegatti, Luigi Menegatti, Letterio Cappellari “Pastor”, Claudio Alberti (figlio di Nino), ed un altro Cappellari “Pastor”. In basso da sinistra: Guido Cappellari “Pastor”, Adriano Cappellari e Franco Alberti (il secondo figlio di Nino)

Il mio primo viaggio in Australia avvenne nel 1979, in compagnia del parroco di Foza don Pasquale Citton, di don Cirillo Omizzolo, del prof. Mario Polato, vicesindaco di Asiago, di Damiano Grandotto, sindaco di Enego, e di molta altra gente di Asiago, guidata da Mons. Bortoli, arciprete. Io, essendo anche Sindaco del comune di Foza, partivo in rappresentanza della Comunità Montana dei Sette Comuni. Al mio arrivo a Melbourne, con un aereo partito da Roma che aveva fatto scalo nel Bahrein, trovai un robusto gruppo di amici che mi accolsero all’aeroporto. Idillio era con loro e bevemmo alcune birre insieme, prima che io ripartissi dopo alcune ore con destinazione Adelaide, dove, assieme al vicesindaco di Asiago, al sindaco di Enego e a mons. Bortoli, era previsto un incontro con gli emigranti originari dell’Altopiano e di Asiago in particolare, tra cui Ennio Tessari.

 

Siamo stati ospiti un giorno nella grande abitazione della famiglia Minuzzo, originaria di Vallonara; un altro giorno abbiamo effettuato un tour nella Barossa Valley, famosa per i suoi vini di grande qualità. Successivamente il programma prevedeva un passaggio per Sydney, dove potemmo incontrare, tra gli altri, una famiglia Panozzo Levi, originaria di Tresché Conca, che ci accolse con calore nella propria abitazione vicino alla baia. All’esterno, sopra la loro porta, vi era la scritta a caratteri cubitali: “Asiago”.

Ritornati a Melbourne, fui ospite della cugina Maria Menegatti, vedova del compianto cugino Alfonso Chiomento “Cavaj”. Ricordo che al mattino presto sentivo gli zoccoli di un cavallo che risuonavano sul selciato passando lentamente sotto le finestre dell’abitazione di Maria ed incuriosito mi alzai a guardare. Era il carro del lattaio che passava di casa in casa e lasciava il latte fresco.

Alfonso Chiomento, a sinistra, con la moglie Maria Menegatti ed il fratello Eugenio Chiomento “Cavai”.

Già al primo giorno ebbi l’occasione di conoscere Angelina, la leggiadra giovane sposina, figlia del cugino Luigi Menegatti, detto “Jiio Stivain”. Angelina mi accompagnò a visitare i parchi e i luoghi più caratteristici della città di Melbourne, poi ad incontrare Mario Oro “Lenz” e a conoscere Linda Lazzari, vedova Omizzolo, che era stata un po’ la mamma dei giovani emigranti.

Luigi Menegatti “Jijo Stivain” con la figlia Angela, il genero Tony Stefani, il nipote Rainer e la moglie Antonietta a Melbourne, Australia, anni ’90
Linda Lazzari “Pierone” e Silvio Omizzolo “Cursor”

Successivamente “Vince Pegorel” mi portò nei locali dove i paesani si ritrovavano, mostrandomi anche i luoghi dove aveva i suoi cantieri di lavoro. Intanto era stato organizzato un incontro al Veneto Club, con il salone pieno di gente, tra cui le autorità locali, i rappresentanti degli emigrati, gli ospiti dell’ Altopiano con i parroci di Asiago e di Foza, i sindaci di Enego e di Foza, il vicesindaco di Asiago. Salendo le scale che portavano al salone principale, si poteva notare una lastra di marmo sulla quale erano incisi i nomi dei fondatori del Veneto club, tra cui quelli di Nando e Gianni Lunardi e di Alfonso Chiomento. Nel corso della cerimonia consegnai ai paesani una copia del gonfalone del comune di Foza, confezionato e donato da suor Ascenzina, la superiora della scuola materna.

Successivamente fui accolto nella casa di mio cugino Idillio a Dandenong. Incominciò allora un vero tour de force. Idillio mi fece incontrare tutte e famiglie originarie di Foza, come quella di Marco Gheller “Crun”, mio padrino di cresima, con Assunta la sua meravigliosa sposa; vi era alloggiato anche don Pasquale.

Con gli occhiali Don Pasquale, in Australia con i paesani a trovare i nostri emigrati. Da sinistra: Giorgio Markis, la moglie Angelina Oro “Nobile Scarpara”, Lodovico Oro (fratello di Angelina), Don Pasquale. Subito dietro Marco Gheller “Crun” con i figli Ruggero e Pio

Andammo poi da Marcello Omizzolo “Cursor,” dove erano ospiti sia don Cirillo Omizzolo, altro nostro compagno di viaggio, che Damiano Grandotto con la sua sposa. A Marcello consegnai la medaglia di cavaliere di Vittorio Veneto, assegnata al padre Ettore, combattente della prima guerra mondiale.

Idillio, instancabile, mi accompagnò via via a trovare le famiglie di Piero Lunardi “Castean”, Jimmy Lunardi “Scarparo”, Michele Lunardi “Malgaret”, raggiunto in Australia dalla mamma Maria “Malgareta”, dopo che era rimasto vedovo durante il parto della moglie e la nascita della sua bambina. Rividi Tony Lunardi “Malgaret”, congiunto di mia nonna Giulia “Romana”, e rividi suo figlio Cesco con le sorelle.

Marcello Omizzolo “Marceo de a Isa”, figlio di Ettore “Consor” ed Elisabetta Marcolongo “Màscara”

Da tutti ricevemmo calore ed amicizia, ricordando in particolare i momenti passati nella bella casa di Nando Lunardi “Maino” e della sua cara sposa Anna. Gli incontri non finivano mai, perché tutti volevano vederci per parlare del nostro paese ed io, assieme a Idillio, raggiunsi poi le famiglie di Elio e Ferruccio Lunardi “Maini”, di Gianni Lunardi “Cattagno” e della sorella Giannetta, sposata con Nino Carpanedo “Gobat”. Poi vedemmo Guerrino Paterno, detto “Rino Fire”, con la sua sposa Angelina. Ritrovai con gioia il cugino Luigi Menegatti, detto “Jiio Stivain”, con sua moglie Antonietta e rividi i miei amici d’ infanzia, Domenico Alberti e Guido Lunardi, e tanti altri paesani e parenti, come Guido Gheller “Bacan”, detto Tarzan, forte come l’acciaio, e Angelina Oro “Nobile”.

Guido Gheller “Tarzan”. Foto del 1990 in Australia
Da sinistra le coppie Luigi Menegatti “Stivain” e Antonietta Nero, Maria Munari e Pietro Lunardi “Castean”, Angelina Lunardi “Guccia”e Guerrino Paterno .

Incontrai anche Aldo Gheller “Cup”, ex alpino reduce di Russia, emigrato in Australia con il fratello Sandro, nipoti di Angelina Gheller, detta “Angina Cupa”, nonna di mia moglie. Un giorno, assieme a vari paesani, mi incontrai a pranzo con Marisa Gheller “Sbinca”, amica e compagna di scuola di mia moglie Bruna. Dopo la tragica morte del papà, “Jaco Sbinco”, colpito dallo scoppio di un residuato bellico, aveva lasciato Foza ed era emigrata a Melbourne, assieme alla mamma Tina Gheller “Tinti” e alla sorella Silvana.

Vicino a Dandenong fummo a trovare Richelmo Oro e sua moglie Fernanda Contri, la quale aveva preparato la cena a base di polenta e quaglie. I genitori di Richelmo mi intrattennero per delle ore, in quanto volevano essere informati sui quello che era accaduto a Foza negli ultimi anni.

Fernanda Contri ed il marito Richelmo Oro “Oretti”, tra i loro figli Walter, Denise, Rita e Dina

Il viaggio a Wonthaggi, la città delle miniere, fu memorabile. Arrivammo in un pomeriggio nella corte di bocce di proprietà di Luigi Gheller, detto “Jiio Tinti”, dove i paesani stavano bevendo un goccio e mangiando pane e salame, mentre giocavano alle bocce, parlando in veneto, come se ci trovassimo nella corte di Arcangelo Lazzaretti, a Foza. Rimasi sbalordito nell’ aver trovato un angolo vivo del nostro paese nel lontano continente australiano. Idillio mi fece incontrare con i Gheller soprannominati “Galero”, ricchi possidenti di vaste proprietà, con allevamenti bovini e coltivazioni varie.

Là in quella casa era stata accolta con amore Rosa Gheller, dopo che aveva lasciato Foza nel dopoguerra.

Rosa era la madre del povero Natale Gheller, intercettato dalla masnada di militi delle brigate nere, guidata dal famigerato capitano Casadei. Natale era stato freddato sotto gli occhi della povera madre vedova davanti alla sua abitazione, in contrada Furlani.

Durante il nostro incontro, Rosa, donna dolce e mite, mi chiese di riferirle il luogo di sepoltura del suo unico povero figlio e nell’occasione, abbracciandola, le consegnai la medaglia al valore partigiano di Natale.

Australia, 1946. Rosa, la madre di Natale Gheller, terza da sinistra, con la sorella Ninetta e le amiche Tea e Domenica

A Wonthaggi vivevano altre famiglie originarie del nostro paese e le incontrammo; tra loro quella dell’ex partigiano Tarcisio Paterno, detto “Ciso Fire”, coniugato con Olga Gheller.

Wonthaggi, 1979, nella casa di Tarcisio Paterno. Da sinistra: Damiano Grandotto (sindaco di Enego), Olga Gheller, moglie di Tarcisio Paterno, la figlia di Tina Gheller, la mamma Tina, Lorenza (moglie di Damiano Grandotto), Luigi Menegatti, Idillio Menegatti e Tarcisio Paterno

Idillio era benvoluto da tutti ed era accolto con grande affetto. Assieme a lui, a “Vince Oro,” ad Angelina Menegatti, a Nando ed Anna Lunardi, abbiamo trascorso dei giorni indimenticabili.

Quando ripartii da Melbourne molti paesani vennero all’aeroporto a salutarci, alcuni con le lacrime agli occhi.

Sono tornato altre due volte in Australia, l’ultima delle quali assieme a mia moglie Bruna e ai miei figli Rossella e Gabriele, ospitati da Angelina e Tony, e ci sarebbero ancora molte altre cose da raccontare su quei viaggi e quelle emozioni… le gite, i lunghi pranzi e le conversazioni con l’amico Guido e Conny, con Richelmo e Fernanda, con Ruggero e Assunta Gheller, con i cugini Mario Oro e suo figlio Bruno, con Idillio e Lina, con Angelina, Tony e Rainer… e tanti altri amici.

Il nostro affetto verso tutti loro non svanirà mai, così come non dimenticheremo il dolce sorriso dell’amato cugino Idillio.                      

                                                                                                           

Luigi Menegatti.

1985. Da sinistra: Valter Oro, Luigi Menegatti, Giorgio Vanzo, Richelmo Oro, Fernando Lunardi “Maino” detto Nando, Idillio Menegatti.
Agosto 1994, presso il “Veneto Club” di Melbourne (Australia). Da sinistra: Anna (moglie di Mario Oro), Lino Guzzo “Sàpolo”, Guido Lunardi “Catagno”, Vincenzo “Vince” Oro “Pegorel”, Nino Carpanedo “Gobat”, Elio Lunardi “Maino”, Giannetta Lunardi (moglie di Nino, sorella di Guido), Connie (moglie di Guido), Antonietta (moglie di Lino), Idillio Menegatti, Antonietta (moglie di Luigi Menegatti “Jijo Stivain”) con in braccio il piccolo Rainer e Lina (moglie di Idillio). Seduti, da sinistra: Mario Oro “Lenz”, Bruna Oro “Nobile”, Luigi Menegatti “Sette” e Luigi Menegatti “Stivain”.

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