In memoria dell’amico Francesco Biasia, detto “Chechi Panegaia”

Desidero innanzitutto inviare un abbraccio affettuoso alla famiglia dell’amico Chechi, in particolare alla moglie Alba e alle figlie Antonella e Nadia, e partecipare al loro dolore per la sua scomparsa. Incontravo sempre con grande piacere Chechi, persona così distinta, con un sorriso naturale stampato sul viso. Dopo che entrambi, lasciando Torino, avevamo preso strade diverse con destinazioni all’interno della nostra Regione di origine, lo incontravo solamente in occasione delle grandi feste a Foza, dei funerali ed immancabilmente il giorno dei morti nel nostro cimitero. L’ho rivisto per l’ultima volta il giorno della Madonna Assunta dell’anno scorso e ci siamo fermati un po’ a chiacchierare amabilmente anche con Alba, davanti all’abitazione di mia sorella Luciana.

Ora che Chechi non è più con noi, desidero ripercorrere un tratto della sua vita, nel ricordo in particolare del nostro lungo periodo di vita trascorso a Torino e del quale conservo mille e mille immagini nella mia mente.

Contrada Ori Biasia

Ori Biasia un tempo
Ori Biasia ai nostri giorni

L’infanzia di Chechi, come quella di tanti altri, in quell’ormai lontano secondo dopoguerra, in un paese di montagna, dove c’era a mala pena qualcosa da mangiare e niente altro, era stata assai difficile. Le famiglie traevano poche risorse dalle marginali attività agricole e forestali, ma comunque vivevano la povertà in modo dignitoso e le difficoltà e avversità avevano forgiato gente solida, capace di sacrifici e piena di propositi positivi.

Chechi abitava nella lontana contrada Ori Biasia, in quelle case appartate, costruite a dominare la Val Vecchia, l’antica Zontall, sotto le pendici della montagna del Sasso Rosso, vicina all’ultimo avamposto difeso dall’esercito italiano nel dicembre del 1917, con i nostri soldati incalzati dalle truppe austriache scese baldanzose dopo aver sfondato le line e le trincee delle Melette e del Monte Fior, costretti a rifugiarsi sotto le gallerie del Cornon.

Michele Biasia “Panegaia”, sposato con Oro Maria “Oreti” e papà di Giovanni, Andrea e Giuseppe

Il luogo è ameno e la contrada aveva preso il nome dalle antiche famiglie Biasia ed Oro, gente pacifica, accogliente e laboriosa. Tra gli altri in quel luogo vivevano con le loro famiglie i tre fratelli Panegaia, ossia Giovanni detto Ceo, il più anziano dei tre, poi Bepi ed infine Andrea, l’ex carabiniere.

A dire il vero Bepi, il padre di Chechi, negli anni ‘50 era ancora a lavorare in Germania. Infatti egli tornò dopo diversi anni e fu successivamente il prezioso interprete, a metà degli anni ‘70, nei momenti di incontro tra le delegazioni di Foza e della cittadina bavarese di Neufahrn, gemellate tra di loro.

Chechi, nato poco prima che scoppiasse la seconda guerra mondiale, era cresciuto rapidamente, divenendo presto un giovane alto e forte, dal portamento eretto e fiero. All’inizio degli anni ’50, finite le scuole elementari, le uniche che c’erano nel paese, Chechi, per dare un futuro migliore alla sua esistenza, volle proseguire gli studi, anche se nel paese questo non era possibile.

Teresa Contri ed il marito Giuseppe Biasia, genitori di Chechi
In questa immagine possiamo vedere i genitori di Chechi, Giuseppe “Panegaia”, penultimo a destra, e Teresa Contri, la prima a sinistra. Andrea, il fratello di Giuseppe è al suo fianco, più a destra, mentre l’altro fratello, Giovanni, è il secondo da sinistra, col cappello

Chechi andò ad informarsi e seppe che ad Asiago erano attive le scuole medie ed anche quelle professionali. Per frequentare le scuole medie occorreva sostenere un esame di ammissione, mentre questo non era richiesto per le scuole professionali. Chechi ebbe l’assenso della sua famiglia e così decise di iscriversi ai corsi professionali che, una volta superati, gli avrebbero consentito di ottenere un diploma ed un lavoro dignitoso. Alle prime luci dell’alba partiva ogni giorno dalla sua lontana contrada e raggiungeva il centro del paese portando in spalla la sua fedele bicicletta. Dopo aver percorso a piedi tutte quelle impervie mulattiere, superando infine la salita del sentiero Staich, che sale dalla Valcapra e portava al Capitello, quando il tempo lo consentiva proseguiva verso Asiago, pedalando sulla carreggiata che allora era polverosa e dissestata, per raggiungere la scuola, lontana 15 km. In questo lungo pedalare spesso si accompagnava all’amico e coetaneo Genio Menegatti, anche lui iscritto alla medesima scuola. In caso di cattivo tempo, specie con le strade ancora piene di neve, i due giovani erano costretti a servirsi della corriera di linea, di proprietà della famiglia Chiesa di Asiago, che però per le famiglie era una spesa impegnativa da sostenere. Chechi in quelle occasioni lasciava la sua bicicletta presso l’abitazione di Mario Omizzolo “Cursor” e la riprendeva il giorno seguente.

1956, sul ponte di Roana. A sinistra Francesco Biasia “Chechi Panegaia” con il coetaneo Guido Cappellari “Pastor”, detto “Guido dea Pace”. Il fotografo era l’amico Eugenio Menegatti “Sette”

Per quelli della mia età, lui era diventato un mito, grandemente ammirato, perché, nonostante le immense difficoltà, non desistette nei sui propositi e portò a termine il percorso di studi, ottenendo il diploma tanto sudato. Ancora ai nostri giorni questo sacrificio è riconosciuto, tanto che Giorgio Magnabosco, un suo compagno di scuola, originario di Cesuna e che ora vive a Vicenza, parla spesso di Chechi con grande ammirazione.

Negli anni ‘50 e successivi, appena le frontiere furono riaperte, tutti partivano dal paese. Partivano giovani, uomini, ragazze ed intere famiglie.

Chi andava in Australia, come la sorella di Chechi Giacomina, partita con suo marito Alberto Oro “Lenz”, chi in Belgio, chi in Francia, Svizzera, Lussemburgo, Stati Uniti; altri ancora a Gallarate, Busto Arsizio, Varese, Varallo Sesia, Milano, Torino, Genova, ecc.

Fu una emorragia tremenda per il nostro povero paese, che vedeva le contrade svuotarsi e le porte delle case chiudersi, in attesa di un ritorno che per molti non ci sarebbe più stato.

Si stavano avvicinando gli anni del cosiddetto boom economico, passato poi sotto il nome di miracolo economico italiano, con le fabbriche, soprattutto del triangolo industriale di Milano, Torino, Genova, che sfornavano elettrodomestici, televisori ed automobili e richiedevano incessantemente nuova manodopera.

Giacomina Biasia, sorella di Chechi, con il marito Alberto Oro “Lenz” ad un ballo in Australia
I fratelli Biasia, figli di Giuseppe “Panegaia”. Da sin. Cesare, Giulio, Francesco, sedute Giacomina, Rita, Santina & Lia. Foto degli anni ’50

A Torino

Ogni storia di emigrazione meriterebbe di essere raccontata e ciascuno dei protagonisti avrebbe da narrare molti episodi unici ed irrepetibili. All’interno di queste vicende di emigrazione, stagionale prima e definitiva dopo, ci sono le famiglie e le comunità che lontane da casa hanno cercato di fare quadrato, sentirsi ancora parte di un paese, mantenere la lingua, le tradizioni gli affetti ed i ricordi.

A Torino e dintorni vivevano, fin dal periodo tra le due guerre, diverse famiglie originarie di Foza, tra cui famiglie Guzzo, Gheller e Menegatti “Rutz”. Erano un po’ gli avamposti ed anche i punti di riferimento per una ulteriore e più massiccia immigrazione di manodopera, attirata dalla possibilità di trovare lavoro stabile, specie presso le fabbriche automobilistiche della Fiat e della Lancia e del loro indotto.

All’ inizio degli anni ‘60, anche Chechi si diresse verso Torino, con il fratello Cesare, e presero casa nel quartiere di Lucento. Là vicino c’erano lo stabilimento del maglificio Alpina, dove trovò occupazione Luciana Menegatti, e le ferriere della Fiat, dove venne assunto Cesare Biasia. Lucento era collocato alla prima periferia della città, dove le strade portavano rapidamente verso Venaria Reale, la Mandria, Pianezza, San Pancrazio, Druento. Chechi avrà raccontato certamente alla sua cara sposa Alba e alle sue figlie l’impatto che ebbe con questa grande città. A Lucento si era creata una specie di piccola comunità proveniente dalla contrada Valcapra di Foza. Vi abitavano, tra l’altro, Giulio Contri “Pampi” con la consorte Rina e la figlia, ed il cognato Bruno Contri “Refo”, con Natalia e i figli, poi le sorelle di Bruno, Mirella e Lucia, due belle ragazze sposate con i due fratelli Pastore, questi ultimi originari della provincia di Padova.

Torino 1968. Le sorelle Lucia, Rina e Mirella Contri assieme alla madre Angela Oro

All’ inizio degli anni ‘60 io ero emigrato a Schmerikon, un paese del Canton San Gallo, in Svizzera, assieme a mio fratello Salvino ed alcuni nostri cugini Chiomento “Petarutz”, e là avevamo trovato occupazione presso la Stoffel A.G.

Mio fratello Salvino teneva corrispondenza con Valentino Oro “Marcante” e Giovanni Menegatti “Cavabuse”, amici d’infanzia che vivevano a Torino. Essi avevano scritto a mio fratello che potevamo ritornare in Italia, bastava fare domanda per essere assunti alla Fiat. Quando da Torino giunse la risposta affermativa, con il giorno fissato per le visite mediche, rientrammo a casa. Partii da Foza febbricitante e alla sera giunsi a Torino, alla stazione di Porta Susa. Era già tardi e pensai di chiedere una stanza in un albergo della zona. Una volta sentita la cifra richiesta per una notte, dovetti rinunciare e pensai di dormire su di una banchina, ma poi temevo che il giorno successivo, alla visita medica, a causa della febbre non sarebbe andato tutto liscio. Superai quindi piazza Statuto ed imboccai via San Donato recandomi al n. 48, dove sapevo che abitava la numerosa famiglia di Tony Oro “Marcante” ed anche il mio amico Valentino, figlio della vedova Lina Lazzaretti. Ma, essendo tardi, il portone era già chiuso. Entrai allora in un bar ancora aperto, chiedendo se potevo dormire in qualche angolo. Non era possibile, ma un avventore mi si avvicinò e, dopo avermi chiesto da dove arrivassi, dicendomi che nel periodo bellico era stato assistito da famiglie venete, mi offrì la camera del figlio, a quel tempo in servizio militare.    

Nel 1962, mi trasferii definitivamente a Torino, con i miei fratelli e, con l’aiuto di Ubaldo Pastore, marito di Mirella Contri, prendemmo in affitto un piccolo appartamento nel quartiere Lucento, in via Verolengo 163. Il povero ed essenziale mobilio ci fu venduto dalla famiglia della Menega Martini, vedova Oro “Oretti”, che viveva con la sua numerosa famiglia nel nuovo e vicino quartiere operaio delle Vallette.

Eravamo tutti un po’ spaesati ma dovevamo resistere e cercare di integrarci in questa nuova vita. Con Chechi c’era già l’amicizia, nata in paese, e a Torino non poteva che cementarsi ulteriormente, per il bisogno di stare insieme. Noi paesani ci trovavamo alla domenica, talvolta nel parco della Pellerina, e portavamo con noi pane, salame e vino. C’erano diversi uomini tra noi, tra cui Silvio Chiomento “Petarutz”, Nino Benetti “Sae”, Mario Capovilla, Bruno Gheller “Tonat”, Bruno e Giulio Contri, Cesare e Chechi Biasia, poi Piero, Carlo, Giacomino e Bruno, i quattro giovani figli della Menega Martini della Valcestona, oltre a noi fratelli Menegatti, a Tiberio Martini “Sčiavina” e a diversi altri. Parlavamo del nostro lavoro ma soprattutto di Foza, che era rimasta nel cuore di tutti noi. Talvolta ci trovavamo anche in una piola (osteria) di piazza Campanella, dove abitavano le sorelle Omizzolo “Cursore”, con le rispettive famiglie e i loro mariti, l’amico Bruno Gheller “Tonat”, Amelio Menegatti “Cavabuse” e Tony Benetti “Sae”.

Anche la nostra casa di via Verolengo divenne un punto di riferimento per diversi amici e paesani, tra cui Chechi, i figli della Menega Martini, e Franco e Luigi Benetti. Mia sorella Luciana al fine della settimana cucinava la pasta e le bistecche per tutti e bevevamo un bicchiere di vino barbera, in spirito di amicizia. Al nostro gruppo si era anche aggregato Eliseo Durigon, detto Jeta, un robusto giovane proveniente dalla Carnia, convinto comunista, che nella sua camera aveva appeso al muro il ritratto di Giuseppe Stalin, capo dell’Unione Sovietica, che noi chiamavamo “Bepi del Giasso”. A noi, che avevamo appeso alla parete il Crocefisso, la cosa aveva fatto un certo effetto. Inoltre avevamo mantenuto l’impegno preso con nostra madre di andare alla messa della domenica, anche se la cosa piaceva assai poco alla signora Maffei, custode del nostro immobile, che quando ci vedeva partire borbottava, ma in fondo lei ci voleva bene. Spesso gli incontri con i paesani avvenivano anche nell’abitazione di Bruno Contri, dove c’erano anche i suoi genitori, e molte volte nella casa della buona signora Esterina, moglie di Nino Benetti “Sae”, che preparava per tutti, generosamente, i piatti della nostra tradizione. Nell’appartamento di Silvio Chiomento eravamo soliti bere un bicchiere di vino, e così ci sembrava di essere nell’osteria gestita a Foza dalla zia Ida. Quando abbiamo incominciato a possedere l’automobile, potevamo anche trasferirci un po’ fuori Torino. Allora ci portavamo a trovare le belle e numerose famiglie di Giacomo Gheller “Crun”, a San Pancrazio, e di Giovanni Agostini “Crusio” e Angela Cappellari a Druento, oltre alla famiglia di Cesare Marcolongo, detto “Gostin Mascaretto”. Con Gostin e la sua ospitale consorte, che abitavano a Lanzo Torinese, erano incontri particolarmente piacevoli, dato anche il fatto che con loro vivevano i vecchi e saggi genitori. Nel non lontano parco della Mandria abitava, con la sua famiglia, Chechi Lunardi “Malgaret”, detto “Chechi dea Enegota”, che esercitava l’attività di guardiacaccia nella tenuta di caccia che era stata dei Savoia. Egli era il fratello del mitico “Demonio”, nome di battaglia del partigiano Angelo; erano cugini di mio padre Giacomo. Di tanto in tanto, assieme a Gostin, alcuni di noi erano invitati alla Mandria, nella casa del guardiacaccia Chechi, per mangiare la cacciagione.

Silvio Chiomento
Antonio Munari

Tra i paesani lo spirito di fratellanza non venne mai meno e il legame con il nostro paese natio ci ha accompagnato sempre. A Torino e dintorni erano emigrati personaggi che erano stati in vista nel paese di Foza, come l’ ex commissario prefettizio e Podestà Toni Munari, che viveva con la famiglia del figlio Renato, poi Silvio Chiomento, già sindaco di Foza, il vecchio sacrestano, Tilio  Menegatti Campanaro, Stefanin Menegatti “Cavabuse”, già guardaboschi, che quando, nel 1949, l’aereo del Grande Torino si schiantò a Superga, portò il figlio Giovanni nel luogo della disgrazia e conservava ancora un piccolo cimelio del velivolo. Le figlie di Stefanin e Pierina Gheller “Cruna” avevano messo su un negozio di filati e Bepo Oro “Pegorel” invece aveva aperto una officina con il figlio Luigi. Genoveffa, sorella di Bepo e di mia zia Oliva, quest’ultima emigrata a Seattle in America, viveva con le figlie Elisa e Franca e, proveniente dalla stessa contrada Ori Chiomenti, era a Torino felicemente sposata con il rag. Mazzarino la mia splendida cugina Lina Oro “Lenza”; anche suo fratello Aurelio si trovava lì. Aurelio lavorava con me nello stabilimento di Mirafiori quando nel 1963 ci fu il disastro del Vajont e, appena giunse la notizia, egli prese un congedo e raggiunse Longarone per sincerarsi che la famiglia della sorella Irma si fosse messa in salvo. Dalla contrada Ciomenti, l’antica Farzeneche, provenivano invece i cugini Mario e Guido Chiomento, che quando erano bambini erano stati investiti dallo scoppio di un ordigno della prima guerra mondiale e che, grazie ai loro successivi studi, ottennero due posti di lavoro importanti, uno alla Rai e l’altro all’Inps. Erano arrivati a Torino anche Elena Cappellari “Bisea”, Carla Agostini “Crusia”, Anna Compostella e Severino Lunardi “Gecchelin” che successivamente, negli anni ’90, divenne anche sindaco di Foza. Arrivò nel capoluogo piemontese anche Tony Cappellari “Checa” con la sua numerosa famiglia. Tony, negli anni ‘40 e ‘50, era stato l’addetto a suonare la fisarmonica per festeggiare i giovani coscritti di Foza, che, saliti sul gigantesco carro trainato dai cavalli, erano accompagnati ad Asiago dal Sindaco e dal messo comunale per le visite di leva. Nella vicina Pianezza viveva anche Bianca, cugina di Chechi, ed altri ancora, come la famiglia di Giovanni Lunardi “Castellan”. A Torino trascorse alcuni anni anche Luigi Cappellari “Pierotto”, detto “Gigi de Checo”.

Anno 1961, raduno degli alpini a Torino. Al centro, col cappello, Giacomo Agostini e Silvio Chiomento. Alla loro sin. Mario Capovilla, Antonio Gheller, Ottorino Omizzolo. Dietro a Giacomo, la moglie Assunta Cappellari, in bianco, con la figlia Carla penultima a destra. A destra di Mario i figli Giannina e Bruno Capovilla. In ultima fila la morettina con le trecce è Livia Benetti. Presenti anche Giobatta e Severino Lunardi, Lina Lazzaretti, Esterina Benetti, Antonio Oro, Pierina Gheller, Santina Omizzolo, Nino Benetti.

Una grande comunità quindi. Tutti I paesani di Torino e dintorni si sono fatti onore, per il loro esempio di vita onesta e laboriosa. Le famiglie emigrate, inserite nel contesto sociale torinese dinamico e stimolante, hanno concorso allo sviluppo del territorio. Le famiglie provenienti da Foza hanno anche dato uomini di Chiesa, come Don Carlo Chiomento e il giovane padre Fabiano Gheller, come pure diverse nostre religiose ed infermiere, che hanno prestato il loro prezioso servizio, soprattutto negli ospedali torinesi e di Lanzo.

Gli anni sono passati rapidamente e tutti, lavorando e studiando, con impegno e sacrificio, hanno raggiunto traguardi di vita importanti. Alcuni di noi, tra cui Chechi, hanno lasciato Torino per intraprendere altre strade, sempre per garantire alle proprie famiglie un futuro migliore.

Chechi, fin da giovane e poi nell’ età adulta, è stato un esempio di perseveranza, volontà di ferro e spirito di sacrificio, uomo dedito alla sua famiglia, con il suo paese e la sua contrada Ori Biasia nel cuore.

Ora, caro amico Chechi, riposa in pace, nelle braccia della nostra Madonna Miracolosa di Foza, che quest’anno porteremo in processione votiva.

Luigi Menegatti

Foto degli anni ’50 sul Cornon. Francesco è al centro,quinto da destra, tra i suoi fratelli Andrea e Giacomo. Tra gli altri sono presenti l’anziano Giovanni “Nani Panegaia” e componenti delle famiglie Oro e Contri
La casa dei “Panegaia” in contrada Ori Biasia

Nelle foto seguenti la contrada Ori Biasia vista dal colle di Foza

Chechi Panegaia

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