I “sovversivi” di Foza.

Gli anni della dittatura fascista furono i più bui e tristi della storia d’Italia. Dopo le violenze dei primi anni ’20, le orribili leggi razziali con la legge del 5 settembre 1938, le guerre continue che tanti lutti e sofferenze portarono soprattutto alla povera gente e non ultima la mancanza di libertà fecero scemare man mano il consenso che il fascismo si era costruito nei primi anni ‘30 con la martellante propaganda.

Durante il Ventennio non si potevano esprimere le proprie idee né votare liberamente; non si poteva lottare per far rispettare la propria dignità umana, lavorativa e di genere. Vennero infatti diminuiti tutti i salari e dimezzati quelli delle donne, abolito il diritto di sciopero; le donne venivano considerate solo “fattrici” (alle madri più prolifiche veniva conferita la tessera d’onore) e non degne di far parte adeguatamente dell’attività scientifica, letteraria e di responsabilità. I posti più alti in grado dovevano essere riservati agli uomini e le donne non potevano partecipare a molti concorsi. Coloro che osavano lamentarsi o protestare venivano richiamati, ammoniti, vessati e anche picchiati in qualche caso. Il Duce aveva sempre ragione e guai a lamentarsi o dire una parola di troppo.

Già nel Regno d’Italia, con la circolare 5116 del 25 maggio 1894, era stato istituito nell’ambito della Direzione Centrale della Pubblica Sicurezza un ufficio speciale con il compito di tenere aggiornato un registro con lo Schedario degli oppositori politici ma anche degli oziosi e vagabondi. Durante il fascismo aumentarono gli schedati, soprattutto gli avversari politici. Ad ogni schedato era riservato un fascicolo con note informative, verbali di interrogatori, provvedimenti di polizia, indicazioni di iscrizione nella Rubrica di Frontiera (lista di tutti quelli che dovevano essere fermati alla frontiera) o nel Bollettino delle Ricerche e spesso una scheda biografica che riportava sinteticamente e cronologicamente tutta l’attività dello schedato. Il lavoro di schedatura veniva svolto attraverso la sorveglianza, l’investigazione, l’infiltrazione e la delazione. Le informazioni avvenivano tramite la polizia politica OVRA ma anche attraverso delazioni spesso dovute ad invidia, cattiveria dei vicini o perché si era prezzolati. E i prezzolati spesso inventavano notizie per ottenere maggiori guadagni. Anche i portinai dei palazzi nelle grandi città furono arruolati come “spie” del regime fascista. Gli schedati potevano essere sottoposti all’ ammonizione, alla diffida e all’iscrizione nella Rubrica di frontiera. Poche furono le cancellazioni dei nomi dai casellari, molti furono invece gli iscritti nella Rubrica di frontiera con annesso il rispettivo provvedimento da adottare in caso di rimpatrio permanente o temporaneo.

Anche all’estero i sovversivi venivano tenuti sotto controllo tramite le ambasciate, si annotava la residenza, il comportamento e la loro adesione ai partiti antifascisti. L’ammonizione era preceduta da un certo periodo in carcere e il sovversivo aveva poi l’obbligo di presentarsi periodicamente in questura, di non abbandonare il luogo di residenza, di non uscire e di non rientrare nella propria abitazione dopo un certo orario e di non frequentare locali pubblici. La diffida consisteva nell’avvertimento a non frequentare determinati luoghi o persone sospette, si era soggetti a periodiche perquisizioni domiciliari, nella carta d’identità veniva applicato il termine “diffidato politico”. Talvolta il sovversivo veniva arrestato anche per un giorno specialmente durante le ricorrenze fasciste. Si veniva radiato dal casellario Politico Centrale quando la polizia riteneva che il soggetto non fosse più pericoloso o quando avesse fatto abiura e domanda di cancellazione. La radiazione non comportava la fine della sorveglianza del sovversivo, semplicemente il soggetto non veniva più considerato pericoloso e la sua scheda non era più oggetto di frequenti aggiornamenti o controlli. Bisognava essere eroi per non abiurare alle proprie idee e perdere così il posto di lavoro, la cattedra universitaria ed essere costretti in carcere, al confino o all’esilio forzato. Non tutti erano come l’ex presidente Sandro Pertini che rifiutò la richiesta di grazia presentata dalla madre.

Nel primo dopoguerra furono schedati soprattutto gli anarchici, i comunisti e i socialisti. Durante il fascismo il numero delle schedature aumentò rapidamente e notevolmente.

Gli schedati presenti nell’Archivio Centrale dello Stato-Casellario Politico Centrale sono 152589 di cui 147584 uomini e 5005 donne.
Rispetto al colore politico:
43529 comunisti – 35848 antifascisti – 35446 socialisti – 26549 anarchici – 5262 repubblicani- 5955 altri.

La ripartizione non rispondeva effettivamente alle idee politiche dei vari soggetti perché bastava dire una parolaccia o delle imprecazioni sul duce, su qualche gerarca o sul fascismo in generale per essere additato antifascista o nemico della patria.

Coloro che venivano considerati pericolosi erano sottoposti a processo dal Tribunale Speciale per la difesa dello Stato e condannati ad anni di carcere e al confino. Per confino si intendeva allontanare dal suo ambiente naturale la persona ritenuta pericolosa e costringerlo a vivere in una località isolata sotto il controllo della polizia. Il confino veniva applicato soprattutto ai dirigenti dei vari partiti, agli intellettuali per impedire che potessero fare opera di propaganda contro il regime. Molti furono costretti ad emigrare e a fuggire soprattutto in Belgio e in Francia ma neanche lì si era sicuri perché l’attività di spionaggio, di controllo e di repressione continuava. A tale proposito i fratelli Carlo e Nello Rosselli furono uccisi il 9 giugno 1937 a Bagnoles De Lorne, una località a Nord della Francia.

I fratelli Carlo e Nello Rosselli con i figli.



Furono schedati anche alcuni fodati:

Alberti Pietro

Pollegioni Giuseppe

Omizzolo Giacomo

Menegatti Giacomo

Martini Ernesto

Marcolongo Fiorindo

Carpanedo Fortunato

Carpanedo Francesco

Carpanedo Marco

Alberti Pietro nacque a Camorino, un paesino della Svizzera poi inglobato e divenuto quartiere di Bellinzona nel Canton Ticino. La famiglia era emigrata da Foza dove in contrada continuarono ad abitare alcuni parenti e dove Pietro mantenne la residenza almeno sino alla fine della guerra. Di professione bracciante o manovale a seconda della necessità fu tenuto sotto controllo dalle autorità e spie fasciste dal 1930 al 1943 in quanto ritenuto socialista e antifascista. Fu iscritto nella Rubrica di frontiera


Pollegioni Giuseppe Gregorio nacque in via Cruni 185 alle ore 12 del 29 ottobre 1898 da Pietro, villico, e Lunardi Domenica. In seguito si trasferì a Ortona a mare -Chieti – Abruzzo dove il 31 ottobre 1937 si sposò con Massari Nicolò. Di professione sarto, era stato classificato come anarchico e fu attenzionato dagli organi di polizia dal 1927 al 1937 fino a quando poco tempo prima di sposarsi venne radiato dalla lista.


Gli storici si sono accorti che nel passato al centro delle più importanti sommosse popolari c’erano spesso sarti e ciabattini. Forse perché il loro mestiere era sedentario e relativamente poco faticoso a questi lavori venivano indirizzati i ragazzi fisicamente più deboli. I guadagni non erano molto alti e sarti e calzolai cercavano la loro rivalsa nella cultura e nell’istruzione. Nelle botteghe più numerose c’era l’usanza che a turno un operaio si fermasse per leggere ai compagni libri e articoli di giornali. Altra caratteristica di questi lavoratori era che stavano a contatto con molte persone e quindi potevano discutere, esternare le proprie idee ma anche essere soggetti a delazioni verso gli organi di polizia.

Omizzolo Giacomo Giovanni nacque alle ore 7 del 12 dicembre 1901 nella casa di via Lazzaretti n.38, da Domenico e Maria Peruzzo. La sorella Maria nacque due anni dopo il 29/7/1903 e l’8 aprile 1923 si sposò con Longo Andrea. Dichiarato abile alla visita di leva e avendo ottemperato all’obbligo militare il 2 dicembre 1922 si sposò a 20 anni con Marcolongo Agata detta Pia di anni 18 nata il 5 febbraio 1904 a Salach, piccolo paesino del Baden-Wurttemberg- Germania dove si erano trasferiti per lavoro i genitori fodati, Antonio e Cappellari Maria. Ebbero il consenso dei genitori al matrimonio in quanto minorenni e dichiarati poveri non pagarono le spese richieste dalla burocrazia.

Giacomo Omizzolo e Pia Marcolongo.
Giacomo Omizzolo “Misoi”.

In quel periodo faceva il carrettiere. Migliorò il suo lavoro con determinazione e tenacia, divenendo poi caposquadra probabilmente di minatori come è indicato nel Casellario Politico Centrale. Emigrò per lavoro in Libia dove contrasse la malaria in conseguenza della quale rientrò in Italia e venne ricoverato all’ospedale di Bassano. Qui dopo tante sofferenze morì a 39 anni il 6 febbraio alle 23,30 del 1940. Lasciò la moglie e tre figli piccoli, Bruna, Ilario e Bruno di 9 anni. I familiari dovettero affrontare grandi difficoltà in seguito alla sua morte venendo meno il sostegno economico e morale in periodo tra l’altro di guerra. Fu inserito nella lista del Casellario Politico Centrale solo per l’anno 1931 e poi radiato dalla lista. Nel Casellario Politico nazionale non c’è alcuna indicazione sui motivi per cui venne inserito, solo per un anno, forse qualche delazione o insofferenza manifestata per le condizioni di lavoro. E chissà se il suo trasferimento in Libia non sia stato causato dalla necessità di un lavoro ma anche dalle vessazioni subite a Foza per il suo essere antifascista. Non è stato facile per un montanaro andare a lavorare in mezzo al deserto, col caldo insopportabile per una persona abituata alla neve, in ambienti insalubri che lo fecero ammalare e che lo portarono alla morte. “I figli dea Pia”, temprati dalle difficolta incontrate nella fanciullezza e memori dell’esempio paterno, lavorarono duramente raggiungendo agiatezza e rispettabilità. Bruno, dopo aver lavorato all’estero, si trasferì a Paviola, frazione di S. Giorgio in Bosco, in provincia di Padova, per coltivare dei campi acquistati in comunione con il fratello Ilario e dopo rilevò col fratello il Montefior. Il locale venne gestito da Bruno che nel corso degli anni acquisì l’intera proprietà. Ilario, il partigiano Foza, era rimasto sempre a Foza dove si dedicava all’attività boschiva e con l’aiuto della moglie Lilia, per alcuni anni gestì un allevamento di polli. Fu anche sindaco di Foza.

Menegatti Giacomo Virginio nacque alle ore 11 dell’11 marzo 1906 nella casa posta in via Ruzzer 117 da Antonio, contadino, e da Alberti Giacomina, casalinga, entrambi del 1866. Aveva due fratelli, Fioravante e Giovanni. Di professione bracciante, sposò Lunardi Amabile nel 1935. Lunardi Amabile come veniva usualmente chiamata, ma in verità Caterina all’anagrafe, era vedova di Martini Umberto Gio.Maria. Si erano sposati il 13/ 10 /1923. Purtroppo dopo tre anni il 12 settembre 1926 Umberto mori all’ospedale di Bassano lasciando la vedova con un bimbo, Francesco, senza alcun sostentamento economico. Amabile era sorella di Lunardi Maria ( Marioi) moglie di Stona Costante e di Lunardi Angelo marito di Marcolongo Maria.

Giacomo Menegatti “Barba”
Amabile Lunardi

Giacomo venne classificato come socialista e attenzionato dal 1931 al 1941 e infine radiato. Assieme al fratello Fioravante un giorno venne fermato dai fascisti, portato a Rovereto e bastonato. Pare che sia stato un fratello a denunciarlo alle autorità fasciste. Fratelli contro fratelli, padri contro figli e figli contro i padri. La dittatura conduce anche a queste aberrazioni facendo perdere il lume della ragione e offuscare i sentimenti più cari. Durante il periodo fascista i fratelli erano emigrati in Francia nella zona della Mosella. Lì successe un fatto tragico. Giacomo e Giovanni ebbero una lite con alcuni francesi e durante il ritorno a casa in bicicletta Giacomo girandosi non vide più il fratello. Era caduto in un canale o per un malore o perché spinto da qualcuno. Giovanni morì e Giacomo non ne volle parlare più con nessuno. Ritornato a Foza si stabilì lì fino alla morte. Detto “Barba “in paese, era coscritto e amico inseparabile di Antonio Oro conosciuto in paese come “pastina”. Giacomo dopo aver aderito alle idee socialiste era diventato comunista. Accudiva assieme alla moglie alcune bestie, qualche pecora, alcuni maiali e altri animali da cortile. Veniva talvolta chiamato dal comune a tagliare alberi e a tanti altri lavori che gli permettessero di vivere.

A tempo perso faceva il barbiere ricevendo gli amici a casa sua radendo la barba e tagliando i capelli, senza ritorno economico, solo per il piacere di stare con degli amici e poter discutere dei temi politici che più lo interessavano. Rimase per sempre segnato dalla durezza della vita e del lavoro nelle gallerie delle miniere in Francia, dai maltrattamenti fisici e psicologici subiti durante il fascismo.

Non era facile poi, per un comunista, essere rispettato negli anni del dopoguerra, con la scomunica avuta dalla Chiesa, in paesi profondamente cattolici in cui il prete era la maggiore autorità morale e non solo. Giacomo allora divenne alcolista per le proprietà rilassanti dell’alcool, come terapia impropria al forte stress che aveva subito durante l’emigrazione e continuava a subire in un ambiente ostile così da rompere i freni inibitori e “predicare” come dicevano i paesani, parlando di partigiani, di bandiera rossa, di comunismo e di Russia come patria dei lavoratori e protettrice dei poveri. Come in un circolo vizioso questo fece si che divenisse lo zimbello del paese, deriso, preso in giro, spinto a bere ancora di più per vedere lo spettacolo che dava un pover’uomo bisognoso di affetto e considerazione più che di irrisione. Così è la vita, spesso crudele con i più deboli. Ebbe due figlie di cui una ancora vivente e 4 nipoti diretti. Amabile mori il 15/6/1973 e Giacomo il 20 gennaio 1988.

Giacomo Menegatti e la moglie Amabile Lunardi

La storia di Giacomo è abbastanza simile a quella di mio zio Gaetano, il fratello maggiore di mio padre. Nato nel 1900 a Centuripe emigrò a Catania per trovare lavoro e soprattutto per allontanarsi dall’ambiente ostile del paese. Ciabattino, non guadagnava molto con il suo lavoro ma si accontentava di poco. Era socialista ma dopo il 1921 divenne comunista. Poca scuola ma molta passione per la politica. Comprava giornalmente due quotidiani che leggeva nei momenti liberi dal lavoro, giornali che prestava sistematicamente ai vicini. Durante il fascismo fu iscritto nel Casellario Politico Nazionale e ammonito. Veniva controllato spesso dalla polizia e in occasione di qualche manifestazione del regime rinchiuso in carcere per tutta la durata. Anche lui faceva “comizi” politici ma aveva come ascoltatori solo coloro che venivano a farsi sistemare le scarpe o chi incontrava in qualche negozio o dal giornalaio. A Catania la maggioranza dei cittadini erano democristiani e fascisti e guardavano con sufficienza e qualche volta dileggio il povero ciabattino che parlava di comunismo e di giustizia sociale. Morì povero ma con la schiena dritta.

Martini Ernesto nacque alle ore 6 del 19 luglio 1908 nella casa di Via Valpiana n.267 da Cristiano “Fere” (3/8/1875), contadino, e da Menegatti Teresa (2/7/1877). I genitori si erano sposati il 10 dicembre 1899.

Ebbe come fratelli Domenico, Virginia, Valentino, Attilio, Lorenzo (Gino) e Giuseppina. Si sposò due volte ed ebbe due figli, uno dei quali di nome Cristiano.

Genericamente classificato come antifascista, risiedeva in Francia e fu attenzionato dal 1938 al 1944. Venne iscritto alla Rubrica di Frontiera in modo da essere fermato se fosse rientrato in Italia. Di lui i parenti di Foza non hanno più avuto notizie da quando si trasferì in Francia.

Martini Ernesto Fere, classe 1908, figlio di Cristiano e Teresa Menegatti.

In Francia il primo dopoguerra fu il periodo più florido, in quanto ad arrivi, di immigrati. Bassa natalità, invecchiamento generale della popolazione, l’alto numero di morti in guerra fecero sì che venne a mancare la fetta di popolazione più attiva dal punto di vista lavorativo. Per ovviare a questa carenza e per ripopolare alcune zone ormai gravemente spopolate vennero stipulati degli accordi tra Francia e Italia per favorire l’emigrazione degli italiani in Francia. Si calcola che dagli anni Venti agli anni Quaranta un milione di italiani si trasferirono in Francia.

L’Italia usci dalla guerra con un tasso di natalità accresciuto rispetto agli anni precedenti e in ogni caso disponeva di sovrabbondanza di manodopera che aveva difficoltà a trovare occupazione soprattutto per la struttura familiare dell’epoca: la famiglia patriarcale. Per quanto riguarda l’area di provenienza degli italiani, la maggior parte, i tre quarti, erano originari dalle regioni settentrionali; in particolare il Veneto si impose come prima regione italiana per numero di individui emigrati, il 31 % del totale. La struttura familiare dell’epoca, la famiglia patriarcale, non permetteva la sussistenza dalle nuove famiglie che si formavano considerando la non molto fruttifera singola proprietà contadina. Per ovviare a questa situazione lasciare la propria terra d’origine sembrava essere l’unica soluzione possibile. Arrivavano così in Francia all’inizio uomini singoli, i capifamiglia o i figli maggiori con l’intenzione di una emigrazione stagionale o periodica, poi intere famiglie con attrezzi e bestiame al seguito, lavoratori da impiegare in campagna, nelle industrie chimiche, siderurgiche o nelle miniere.


Marcolongo (Tognetti) Fiorindo (all’anagrafe) Florindo (per L’OVRA) nacque alle ore 5,15 del 28 ottobre 1907 in via Val Capra 164 da Domenico, contadino e da Martini Catterina, casalinga. Di professione bracciante era emigrato in Belgio il 28/11/1929 e li rimase. Fu attenzionato dalla polizia e da spie dal 1939 al 1943 in quanto definito genericamente antifascista ma ricercato in quanto pericoloso comunista. Iscritto alla Rubrica di Frontiera doveva essere fermato qualora fosse rientrato in Italia.

Vi erano anche tre fratelli tra i sovversivi, Fortunato, Francesco e Marco Carpanedo.
Famiglia numerosa quella di Pietro (in alcuni documenti chiamato Pietro, in altri Osvaldo, solo in uno Osvaldo Pietro) Carpanedo (figlio di Francesco e Stefani Maria) e Marcolina Lazzaretti (nata il 10/1/1876 figlia di Francesco e Conte Regina sposati nel 1872). Pietro e Marcolina si sposarono nel 1898, dopo aver già avuto due figli, Giuseppe Angelo Lazzaretti, nato il 2 giugno del 1896, che prese il nome della madre in quanto i genitori non erano sposati e Francesca Carpanedo, nata il 12 agosto 1897, ma prese il cognome del padre che la riconobbe. Gli altri figli furono Catterina Giuseppina nata il 16 settembre 1899, Francesco Giuseppe Secondo il 22 agosto del 1901, Fortunato Leone il 30 luglio 1903, Marco alle ore 9 del 4 febbraio 1905, Giovanni Virginio nato alle ore 10,30 del 24 aprile 1906. Nel 1926 si traferirono a Lonigo dove tutta la famiglia acquisì la residenza , Marcolina, Francesco con la moglie Caterina, Fortunato, Marco e Giovanni.

Carpanedo Francesco Giuseppe Secondo nacque alle ore 5 del 22 agosto 1901 nella casa di via Carpanedi 150. Sposato con Caterina Menegon, emigrò prima in Africa Orientale Italiana poi in Francia dove lavorò come minatore. Nel 1930 gli nacque un figlio, Vittorio, mentre si trovava a Rodange nel Lussemburgo. Vittorio risiedeva a Fontaine l’Eveque, un comune belga situato nella provincia vallona dell’Hainaut, route de Mous 400, e anche lui fece il minatore. Il lavoro a cui era costretto era spesso precario e pericoloso per cui abitando ai confini tra Francia, Belgio e Lussemburgo si spostava continuamente in cerca di lavoro stabile e meno pericoloso oltre che più remunerativo. Fu classificato comunista e attenzionato dal 1932 al 1936. Rientrò poi in Italia prima della guerra a Lonigo con la madre riottenendo la cittadinanza italiana e si trasferì nel 1950 a Foza andando ad abitare sempre in contrada natia.

Carpanedo Fortunato Leone nacque il 30 luglio 1903. Si trasferì in Francia come minatore, venne classificato comunista e tenuto sotto stretto controllo dal 1932 al 1943. Iscritto nella Rubrica di Frontiera mori a Clermont in Francia l’11 gennaio 1952.


Carpanedo Marco nacque alle ore 9 del 4 febbraio1905 (una sentenza corresse il giorno indicato prima come 2). Minatore in Francia aveva la residenza a Lonigo con la madre Lazzaretti Marcolina. Il 16 ottobre 1941 si sposò con Carpanedo Erminia, figlia di Antonio e Menegatti Marianna. Il 16 gennaio 1956 perse la cittadinanza italiana ed acquistò quella francese.

In un documento, nota paga operai, purtroppo senza data (solamente quindicina 16/31 gennaio) né intestazione del luogo o della ditta, apprendiamo che lavoravano tutta la famiglia assieme, il padre Carpanedo Pietro come caposquadra, Francesco Giuseppe come piantone, Marco come operaio generico e Fortunato Leone come legnaiolo. Anche Marcolina era presente come cuoca. In tutto 52 operai nella lista con i cognomi veneti. Lavoravano in miniera? Probabilmente no in quanto la nota è scritta in Italiano, forse qualche campo di lavoro in Veneto. Dieci ore di lavoro pesante giornaliero per ciascuno. L’emigrazione italiana in Lussemburgo, non disgiunta da quella che si registrò in tutta la regione circostante, in territorio tedesco, francese e belga rispondeva ad un’accresciuta richiesta di manodopera nel settore minerario e siderurgico nonché all’espansione dell’attività edilizia connesse alle esigenze di rapida urbanizzazione che lo sviluppo industriale comportava.


I nostri fodati andarono via da Foza in cerca di lavoro ma soprattutto per non sottostare alle sopraffazioni di chi li voleva marionette e non uomini.
Lasciare la propria terra, i propri cari, i propri amici, fu una tragedia per molti anche se da quelle sofferenze nacque il riscatto di molte persone. Con difficoltà, col timore di essere raggiunti da fascisti che potevano fare loro del male, spesso sfruttati nel lavoro, soggetti a continui pericoli di malattie per l’insano ambiente in cui erano costretti a lavorare e a vivere, addirittura di incidenti che causavano la morte, i nostri emigrati seppero risollevarsi, acquistare dignità di lavoro, riuscire a mantenere la famiglia, a fare studiare i propri figli ad emanciparsi e a diventare cittadini del mondo.

Che nessuno dimentichi.

CARMELO CONSOLI

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