I magici abitanti dei monti di Foza

Nelle lunghe sere d’inverno, le famiglie della contrada si riunivano al filò davanti al camino nelle stalle, riscaldati dal tepore degli animali. I vecchi raccontavano interminabili avventure di vivi e di morti, mentre i più giovani tremavano e le loro notti erano popolate di orchi, “sanguanei”[1], fate e spiriti vaganti.

Si tramandavano di contrada in contrada le terribili avventure dei vagabondi notturni, che al buio incrociavano le più strambe figure, ora scherzose, ora terribili ed i rumori della notte, tra il turbinio della neve e i rari lumi lontani, alimentavano superstizioni, miti e paure.

Il rituale e la simbologia della vita e della morte erano un miscuglio di credenze cristiane e pagane, in cui le manifestazioni della natura avevano un posto importante nei pensieri e nel cuore, ed incutevano rispetto e paura. I morti si mischiavano alla vita terrena, prendendo la forma di fantasmi, luci o “belbos” [2], il fuoco stesso era sentito come un’entità viva elementare che trasmetteva messaggi e poteri. I temporali rappresentavano l’ira delle forze del male, che passavano distruggendo gli orti e scoperchiando le case. Quando, annunciati da lampi e tuoni, arrivavano con uno strascico di nuvole bianche spuntando da dietro la montagna del misterioso “Buso del Sorlaro”, il campanaro suonava senza tregua la “campana delle saette” e l’eremita di San Francesco gli faceva subito eco. “A xé la mare de San Piero”[3] dicevano pensierosi i montanari, che per antica tradizione attribuivano alla madre dell’apostolo un’influenza maligna.

Le famiglie, allora impaurite, si ritiravano accanto al camino, il più piccolo di casa portava sugli scalini le braci fumanti che bruciavano l’olivo benedetto o ramoscelli di kranebite[4], in segno d’invocazione d’aiuto. Poi si placavano gli spiriti maligni e spuntava l’arcobaleno.

Il suono delle campane e l’ulivo portato dal bambino erano riti per scacciare le forze del male

Un giorno vi fu un temporale più forte del solito e in paese, al riparo delle case, si bruciarono ramoscelli. Anche le campane del paese arrivavano fin nelle contrade a contrastare le forze del male.

Un giovane si trovava solo e spaurito sul monte Tondereckar, al servizio di un pastore a pascolare le pecore con la sola compagnia dei cani che lo aiutavano a custodirle. Proprio dalla sommità di quel monte, da dove si poteva intravvedere appena il paese non appena il temporale e la pioggia cessarono, si era formato un gigantesco arcobaleno, che rifletteva tutti i colori dell’iride.

Rinfrancatosi dopo i terribili momenti nei quali i fulmini lo avevano intimorito e frastornato, il pastorello, incuriosito dallo stupefacente arcobaleno gli si avvicinò e con un salto prodigioso riuscì a scavalcarlo, ma da

quel momento, come d’incanto, le fattezze del giovinetto si trasformarono ed i suoi gesti divennero femminili, perché aveva oltrepassato limiti misteriosi.

Il pastorello oltrepassa con un balzo l’arcobaleno

In contrada Gavelle viveva Romana la “stroica”[5], che dalla sapienza antica aveva ereditato mille segreti di erbe, miscugli ed invocazioni delle grandi potenze della vita; in paese, infatti, si diceva che possedesse i poteri della “fisica”. Compiva esorcismi e rituali rimescolando i “pignatei”, una sorta di pentolini ripieni di sostanze magiche e misteriose: erano medicine per curare i mali del corpo, ma erano anche riti che mettevano in diretta comunicazione l’uomo con gli spiriti benigni, assicurando loro buona salute e fortuna.

Erbe e unguenti preparati per guarire dalle malattie

Tra le altre cose, con poche foglie e qualche parola incomprensibile, la vecchia sapeva come far sparire verruche e pori. Quando i piccoli piangevano per i forti dolori, lei suggeriva di versare all’interno dell’orecchio del bimbo un po’ di latte preso dalle mammelle di una mamma e il male sarebbe scomparso d’incanto; i bambini guardavano la stroica un po’ incuriositi e un po’ timorosi e se ne tenevano lontani ma, in fondo, tutti la ritenevano portatrice di saggezza e di poteri benefici.

La stroica diceva che l’universo era un essere vivente regolato da influssi positivi e negativi, la luna in particolare, perché più vicina alla terra, aveva grandi poteri sui viventi, infatti regolava gli umori degli uomini, la crescita delle piante, i cicli delle stagioni e poteva anche essere pericolosa: occorreva fare molta attenzione nell’addormentarsi senza riparo nelle notti di luna piena, perché chi l’aveva fatto si era trovato al mattino con un’indesiderata gobba.

Del resto, ogni mutamento atmosferico alimentava credenze popolari, come il famoso: “Co piove col sol, a striga se pétena”[6], borbottato dagli anziani del villaggio allorquando i raggi del sole sbucavano tra le nuvole, mentre ancora stava piovendo.

Nelle notti di luna era pericoloso esporsi perché poteva spuntare la gobba
Quando piove e spunta il sole tra le nuvole è segno che la strega si sta pettinando

Il culmine dei misteri e della convivenza tra i vivi e i defunti avveniva però la sera dei morti[7].

In quella sera la campana del campanile suonava, lenta e grave[8]. Per tutta la notte alcuni giovani si affiancavano al campanaro nel faticoso impegno e si sostenevano durante le ore notturne con energiche bevute dai fiaschi di vino, tradizionalmente offerti dagli osti del paese. Quella notte nessuno usciva di casa e, dopo aver recitato davanti al focolare o nelle stalle per tre volte il rosario con le invocazioni in latino “ora pro eo”, tutti si ritiravano silenziosi nei loro giacigli.

Anche il fuoco sfavillava e crepitava più del solito e indicava la presenza dei trapassati che volevano comunicare con i congiunti: nel camino si metteva un ciocco più grande per riscaldare ed illuminare la cucina, poi si lasciava il cibo sul tavolo per dare ai morti conforto e ristoro. La vecchia Benetta Malgareta[9], infatti, sosteneva che le anime circolavano tutta la notte della loro ricorrenza e si nutrivano come facevano al tempo della loro vita, ma prima del canto del gallo dovevano rientrare nel loro mondo.

Nella notte dei morti le campane suonavano ininterrottamente e bisognava sostenere i giovani campanari
Nella notte dei morti la tavola era imbandita per le anime dei defunti

Anche il venerdì santo era un giorno pieno di misteri. Si commemorava la morte di Cristo e tutta l’umanità partecipava all’atmosfera di lutto. Quel giorno non si poteva ferire la terra con vanghe e badili, né si potevano uccidere animali.

Gli anziani, in segno di partecipazione, legavano con funi i tronchi dei ciliegi per bloccarne l’esplosione di vita e le donne non preparavano il bucato, per non ritrovare le lenzuola macchiate, ma molte altre vicende del villaggio erano unite a comportamenti legati al timore dell’ignoto. I matrimoni, per esempio, non si potevano celebrare nei giorni “con la erre”: di martedì, mercoledì e venerdì, perché portavano male alla nuova famiglia e, per le stesse ragioni, in quei giorni non si doveva nemmeno mettere la chioccia a covare.

Inoltre, guai a fermarsi sopra i paletti che indicavano i confini dei terreni, perché si diceva che i confini fossero maledetti.

La sera del Sabato Santo, prima che le campane annunciassero la resurrezione di Cristo e che nelle contrade lontane i valligiani si bagnassero gli occhi con l’acqua santificata, le donne cucinavano le uova di Pasqua sui fuochi dei focolari. Per ottenere dei gusci variopinti miscelavano nell’acqua diverse qualità di erbe appena germogliate e raccolte sui prati. Al mattino successivo i ragazzi si recavano in paese a gruppi, con le tasche piene di uova colorate, si riunivano nella piazza di Foza per scambiarsele e infine iniziavano la gara di resistenza dei gusci, per vedere quale uovo fosse il più invulnerabile; in quei momenti la via risuonava di voci argentine e gioiose. I vecchi narravano che nel paese viveva anche l’orco, il quale era un gigante burlone. Esso aveva il potere di trasformarsi e assumeva le sembianze di qualche animale, per poi ridere divertito alle spalle dei poveri valligiani e sghignazzava dicendo: “Vecchio, te l’ho fatta ancora una volta!”. Gli aspetti in cui preferiva mutarsi erano quelli di maiale, di pecora o di capra, ma non disdegnava di mischiarsi alla vita degli uomini assumendo altre sembianze, le più disparate ed eccentriche.

L’orco viveva in mezzo ai montanari ed era ritenuto pericoloso pestare le sue orme

Una volta infatti un pastore del Krakental[10] vide sopra un ciliegio una scrofa con sette maialini e quando un cane non ubbidiva ai richiami del pastore era perché, in realtà, si trattava proprio dell’orco camuffato. Più

spesso si metteva a cavalcioni tra Sasso Rosso, la Valgadena, il Lambara o il Monte Lisser e gli abitanti delle contrade dovevano passare sotto le sue gambe, ma tutti facevano molta attenzione a non mettere la propria orma su quella già impressa dall’orco, perché ne sarebbero arrivati guai e disgrazie. “Te ghe pestà la peca dell’orco!”[11] si diceva, infatti, a chi subiva ripetute disavventure.

Di notte uscivano dai loro rifugi nei boschi anche altre creature, chiamate “sanguanei”, bricconi allegri che si divertivano alle spalle dei poveri montanari.

Il loro scherzo preferito era quello d’intrecciare le code e le criniere dei cavalli in modo così stretto e perfetto da rendere impossibile districarli.

Racconto tratto dal libro “Gente di Foza”, di Luigi, Gabriele e Rossella Menegatti.


[1] Mitici gnomi abitatori dei boschi, vestiti di corteccia d’abete.

[2] “Farfalla” e “spettro”, nell’antica lingua cimbra. B. Schweizer, Le credenze dei cimbri nelle facoltà soprannaturali dell’uomo – Ed. Taucias Gareida, 1987, p. 123.

[3] “È la madre di San Pietro”.

[4] Ginepro.

[5] Domenica Giulia Lunardi “Guccia” detta Romana Malgaret, nata a Foza il 19 luglio 1880. Con il termine “stroica” si intendeva un’erborista e guaritrice.

[6] “Quando piove col sole la strega si pettina”.

[7] La sera che precede il 2 novembre.

[8] Le campane sono sempre state un importante mezzo di comunicazione per la gente dei paesi dell’Altopiano. Particolarmente lo era per Foza, considerando anche la natura molto variegata del suo esteso territorio, composto da numerose valli e declivi. Per segnalare la morte di qualcuno le campane suonavano, e lo fanno tuttora, il cosiddetto “Transito”. I rintocchi della campana sono diversi a seconda che il defunto sia maschio, sia femmina o sia un bambino.

[9] Benedetta Lunardi Guccia-Malgaret, in Carpanedo, nata a Foza l’8 novembre 1873.

[10] Oppure “Krankental” o “Crakental”. Contrada che forse prende il nome da “Kraakent”, “Gracchiano” (i corvi), pur essendovi altre possibili interpretazioni.

[11] “Hai calpestato l’orma dell’orco!”

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