I luoghi della storia e della nostra memoria. L’itinerario dei frati eremiti di Foza.

L’antico paese

Gli eremiti di San Francesco dimorarono per quasi trecento anni sul monte Spill, in una piccola abitazione accanto alla chiesetta posta a dominare sull’orizzonte della Valbrenta ed oltre. 

Lo straordinario percorso storico-religioso che, partendo dal centro del paese, raggiunge il colle di San Francesco, è senza alcun dubbio uno dei più suggestivi e spettacolari itinerari dell’intero Altopiano dei Sette Comuni.

Esso si snoda sul crinale che si erge luminoso sopra le due valli, della Valpiana e della Valcapra, che affiancano in tutto il suo percorso il promontorio appoggiato alla poderosa catena delle Melette dove, iniziando dalla contrada Crunn, che si erge sopra la sorgente del Prunobalt, si distendono in doppia fila le case del paese di Foza.

Il centro di Foza con il colle dove è situato il Monumento ai Caduti della grande guerra ed in alto a destra l’oratorio di San Francesco

Dal museo etnografico della comunità di Foza, dopo aver camminato di fianco ai giardini dove è posta una pietra delle nostre montagne, come monumento agli emigranti che da Foza sono partiti per numerose destinazioni diverse, si raggiunge in poche centinaia di metri la storica località del Capitello, alla fine di quella che oggi è la via dedicata al Generale Euclide Turba, medaglia d’oro al valore militare, caduto sul monte Castelgomberto. Qui, a sinistra, inizia a scendere l’antica mulattiera Staich, che porta direttamente nella Valcapra e nelle contrade attigue, ma che si interseca anche con la prossima e vicina derivazione di una strada militare, detta “strada verde”, costruita dal Genio Zappatori nel 1916; tale strada portava sotto le rocce di San Francesco, vicino al Pian della teleferica. Il sentiero Tornecke, dirimpettaio allo Staich, scendeva invece rapido a costeggiare l’ampia vallata della Valpiana, raggiungendo, dopo aver percorso un bel tratto del sentiero posto sotto le case Faganello, il “bosco nero” e il “pian dei cannoni”. Il Capitello era un luogo particolarmente caro alla memoria dei nostri vecchi, in quanto là si ergeva la chiesetta dedicata alla “Madonna delle saette”. La chiesetta fu bombardata e distrutta ma ne restò il ricordo e il luogo rimase soprattutto meta delle processioni del Corpus Domini e del Venerdì Santo.

Foza 1915. La processione del Corpus Domini passa davanti alla chiesetta al Capitello, distrutta dalla guerra e mai più ricostruita

Prima di imboccare la ripida salita che sale verso il viale della rimembranza, quasi a fare da perenne “Guardia d’Onore”, si erge l’austera statua dell’alpino, costruita da mani esperte assemblando sapientemente le schegge delle granate della prima guerra mondiale.

Il monumento agli emigranti 1
La statua dell’alpino

Il viale che sale verso il “Monumento” è accompagnato ai due lati da maestosi alberi, piantati durante la ricostruzione, ognuno dei quali era contraddistinto da una targhetta con la dedica ad un caduto. Al termine del percorso si incontra la lapide che ricorda l’eccidio dei sette partigiani, avvenuto il 18 ottobre del 1944, giorno in cui vennero assassinati e occultati in una trincea a San Francesco, unendo così nella morte atroce e disumana, perpetrata da barbara mano nazi-fascista, due giovani di Foza, tre di Canove e due della Russia, uno dei quali rimasto ignoto.

25 agosto 1946. Un gruppo di giovani fozati posano lungo la salita verso il colle del Monumento ai Caduti

Sulla sommità del colle sorge la caratteristica ed artistica cappella votiva, eretta negli anni ’20 del secolo scorso, dedicata dai paesani e dai reduci ai propri caduti durante le due guerre mondiali. Qui, fino agli anni ‘90, verso est c’era ancora la piazzola circolare in cemento armato dove erano piazzati i cannoni austriaci che nel 1918 rispondevano al fuoco italiano proveniente dal monte Grappa.

Proseguendo, si oltrepassa l’antica contrada Pubel, località dove un tempo faceva bella mostra di sé la caratteristica abitazione della patriarcale famiglia di pastori, portante l’iscrizione “Matteo Cappellari, 18 luglio 1676”, immortalata nel 1903 da Aristide Baragiola, linguista e ricercatore delle origini storiche delle colonie tedesche insediate in Italia. Anche questa dimora, dopo duecentocinquanta anni di vita, è andata irrimediabilmente perduta a causa della guerra. Negli anni più recenti, segno dei tempi che cambiano, è scomparsa l’ampia pozza che serviva per abbeverare il bestiame della contrada, anch’esso rimasto ormai un ricordo della vita contadina di un tempo.

Luglio 1916. Militari italiani nei pressi della “casa del pastore di Baragiola”, abbattuta prima del 1917, situata al termine della discesa dal colle dove poi venne eretto il Monumento ai Caduti verso il Pubel. In basso è visibile la pozza di contrada per abbeverare il bestiame

Procedendo il cammino, vi è la contrada Tessar di Sopra, dove un tempo quasi tutte le famiglie Cappellari, distinte tra loro dai vari soprannomi, erano composte da pastori ed allevatori. C’è ancora la patriarcale abitazione dei “Checa”, che ha visto i natali di padre Orazio della congregazione scalabriniana, religioso che ha speso la sua operosa vita in Brasile, in stretto contatto con la comunità italiana, tra cui le famiglie Chiomento “Petarutz” e Rosetta Lunardi “Scatolina”. A San Paolo tuttora egli è ricordato con riconoscenza, essendo stato un generoso punto di riferimento, disponibile con tutti ed amico anche del grande campione di calcio Pelé.

Santos (San Paolo), Brasile, anni ’60. Padre Orazio Cappellari “Checa” ritratto con il famoso calciatore Pelé, suo amico

In contrada non manca nemmeno la casa dei Faganello, famiglia che a suo tempo ha dato i natali al parroco don Marco, che nel 1836 assieme ai capi famiglia fu promotore del voto alla Madonna Miracolosa.

Le contrade Pubel e Tessar di Sopra

Più oltre, superata la casa dei Rodeghiero, inizia una breve ma ripida salita contrassegnata ai lati dalle storiche lastre di pietra chiamate stoan-platten. Dopo un breve tratto di strada si raggiuge la chiesetta dedicata a San Francesco, costruita dopo la prima guerra mondiale ed incastonata in un paesaggio da fiaba, attorniata da maestosi faggi e da orizzonti fantastici.

L’oratorio di San Francesco

Sulla destra si possono scorgere l’amena contrada Stoccareddo e poi Zaibena del comune di Gallio, e più nascosta la contrada Sasso di Asiago, divise dalla ristretta Val Frenzela, dove parimenti esiste il santuario della Madonna, detta del Buso. A sinistra invece si distingue il suggestivo paesaggio delle contrade soleggiate Ori Biasia e Sappai e in lontananza il poderoso bastione del Monte Grappa.

Stoccareddo vista da San Francesco
Da San Francesco verso le contade Ekar di Foza ed in lontananza Zaibena di Gallio
Da San Francesco verso Sasso, contrada di Asiago
La contrada Ori Biasia vista da San Francesco

La chiesetta di San Francesco è ben visibile dal paese ed è la meta di paesani e turisti e soprattutto della grandiosa processione votiva quinquennale, istituita in seguito a un voto fatto dai capifamiglia nel 1836, quando imperversava la peste. Le feste quinquennali ebbero inizio nel 1837, perpetuando nel tempo la maestosa e partecipata processione che si snoda tuttora nell’itinerario storico addobbato a festa, con l’accompagnamento di canti e preghiere.

Processione quinquennale del 1961

Lasciando il sito della chiesetta e proseguendo oltre per altri 500 metri circa, lungo un sentiero che attraversa un boschetto di faggi maestosi, si apre un panorama spettacolare, di straordinaria bellezza, da un balcone naturale affacciato sulla valle sottostante, con un dislivello di circa mille metri. Lì sotto ci sono i paesi che un tempo non troppo lontano erano produttori del tabacco “canale”, nonché la ferrovia e rumorose e trafficate strade che portano da una parte a Trento e dall’altra a Bassano, mentre nell’alveo scorre il fiume Brenta e l’occhio nelle giornate terse, può spaziare lontano fino alla laguna di Venezia e al rodigino.

Qui, in questo luogo incantevole, sopra le rocce, dove ora campeggia una Croce, era sorta nel 1641 la chiesetta dedicata a San Francesco, con accanto la casupola dell’eremita. La Grande Guerra ridusse tutto ad un cumulo di rovine e la presenza dei buoni eremiti, durata per quasi trecento anni, terminò per sempre.  

La croce di San Francesco, posta dopo la fine della grande guerra nel sito dove dal secolo XVII esistevano l’oratorio e l’eremo, dei quali si vedono i resti, fu benedetta nel 1928.

Ma ora diamo la parola al notaio Crestan Menegatti:

Nel nome di Dio et sempre così sia. Correndo l’anno della sua nascita 1641, indizione 9°, giorno di Zobia 24 del mese di ottobre del 1641, atto fatto in Villa di Foza, Vicentini districtus, nella pertinenza dello Spill, presso il romitorio “novamente eretto”, alla presenza del reverendo Prè Nicolò Feder, retor di Gallio et alla presenzia dei testimoni rogatti Meser Antonio, figliolo di mastro Giacomo Menegatti di Foza, e di molti altri…. ecc.                                                                         

Al termine dell’atto, Crestan Menegatti scrive che in quello stesso giorno vi è stata celebrata la messa, officiata da Pre’ Andrea delle Canove nell’ “Horatorio sivi capitello”.

Il notaio, con questo rogito, ci fornisce importanti informazioni. Prima di tutto ci rende noto, nella lingua cimbra, il nome del sito denominato Spill, dove sono state costruite la chiesetta e l’annessa abitazione dell’eremita. In secondo luogo, il notaio usa un intrigante avverbio “nuovamente”, davanti al verbo eretto.

Certamente il termine “romitorio” nuovamente eretto, così come scritto dal notaio, potrebbe significare semplicemente costruito ex novo. Un suggestivo pensiero ci consente anche di ipotizzare che, prima della costruzione della chiesetta e dell’annessa casupola, esistesse già un capitello, forse dedicato a San Francesco, oppure un altro segno devozionale, come una Croce. E nella stessa epoca è documentata la presenza di un capitello nella contrada Gavelle, quest’ultimo dedicato invece a San Rocco, protettore dalla peste, che dopo il 1600 imperversava un po’ ovunque.

I Frati eremiti          

Il fondatore della vita monastica a Foza, frate Bastian Galasin, si era portato su in paese verso il 1640, ritenendolo il posto ideale per una vita contemplativa e di preghiera. Nel piccolo villaggio fu accolto a braccia aperte e Gabriele Marcolongo, massaro della chiesa, non si fece pregare per donare alla comunità i terreni ove poter far sorgere una piccola chiesa dedicata al Santo di Assisi.

Dopo che furono erette l’alpestre chiesetta e l’annessa abitazione, poste dove termina il promontorio che si estende da Foza fino alle propaggini lanciate a dominare la Valbrenta, trascorsero alcuni anni prima che fossero inaugurate solennemente, nel 1647.

Il “romito”, come veniva chiamato in paese, andava per le contrade e portava una parola di speranza, ricevendo dai valligiani un po’ di cibo e qualche patata, che conservava per il lungo inverno.

Conduceva una vita da santo e tale era considerato dai montanari, che sovente lo trovavano fermo in preghiera nella sua chiesetta o in una piccola caverna naturale ove aveva una pietra per inginocchiarsi davanti ad una croce dipinta sulla roccia.

Alla morte di Fra’ Bastian, gli successe Fra’ Giobatta Stona, unito al fratello Cristiano, anch’egli religioso.

Fra’ Giobatta conosceva tutti i suoi concittadini ed inoltre godeva di grande prestigio. Erano tempi burrascosi e il frate si adoperava per conciliare gli animi, a volte esacerbati da litigi. Martedì 12 giugno 1659, il frate riunì davanti all’altare del Santissimo Sacramento della chiesa di Foza gli esponenti delle famiglie Lunardi e Marcolongo, che durante l’inverno immediatamente precedente avevano avuto sanguinosi contrasti in pianura, ove si erano portati per pascolare le pecore. I fatti erano sfociati in una denuncia reciproca presso il giudice del Maleficio Criminale di Oderzo, che, se non ritirata, avrebbe rischiato di accendere ulteriormente gli animi e causare dei danni economici. Nel 1662, l’assemblea dei capi famiglia incaricò il religioso di recarsi a Venezia, presso l’autorità, a perorare la causa dei suoi concittadini, in lotta perenne con il comune di Enego per i confini di Marcesina.

In paese non mancavano di certo coloro che si facevano giustizia con l’archibugio o il coltello, ma altrettanto vi erano persone disposte alla vita di preghiera e di umiltà.

Così, a partire dal 1671, risiedeva nell’eremo Fra’ Antonio Lazzari di Foza, dell’ordine di San Francesco. Fra’ Antonio partecipava ancora nel 1679, poco prima della sua morte, alle decisioni dei capi famiglia e infatti lo troviamo presente alla vicinia riunita per approvare l’installazione, sul campanile della chiesa parrocchiale, di un orologio “per battere le ore”, l’orologio dei “poareti”, dissero allora, incaricando della costruzione Mastro Zamaria Lobbia di Asiago.

Nel 1683 prese poi il posto di “romito” Fra’ Gaspare Marcolongo, il quale vi rimase per circa quarant’anni. Dopo di lui arrivò Fra’ Antonio Negri di Venezia. Si avvicendarono nel tempo altri frati, tra cui Fra’ Valentino Lunardi di Foza e dopo un periodo di vacanza, con relativa decadenza delle strutture edificate da Fra’ Galasin, il 10 giugno 1763 reggeva l’eremo Fra’ Bartolomeo Tescari di Lusiana.

 C’è da ricordare che anche durante questo secolo, il XVIII, vi furono varie processioni che, partendo dal paese, raggiungevano l’eremo. Esse venivano volute dal popolo e dal curato in periodi di carestie e siccità e veniva invocata la Madonna Miracolosa perché arrivasse la pioggia, favorendo buoni raccolti. 

Dopo Fra’ Tescari di Lusiana venne il tempo di Fra’ Giobatta del fu Stefano Menegatti “Pruntal” e il suo testamento rispecchia fedelmente l’umiltà e povertà dei monaci, con qualche piccola umana trasgressione:

In quel di Foza, mercoledì 25 agosto 1766, ritrovandosi il padre eremita dell’eremo di San Francesco nel suo letto, posto in cucina, aggravato da male assai pericoloso, pregò il notaio Michele Lazzari di registrare il suo ultimo testamento, come atto di carità.

Fra’ Giobatta dichiarò di possedere 6 libbre di tabacco, posto dietro l’altare della chiesa di San Francesco, poi un po’ di lana filata, conservata presso le case di Cappellari Tass e di Tonina Faganello; inoltre aveva una veste da frate, di panno fino, ed un tabarro quasi nuovo, il tutto avuto con la questua.

L’eremita disponeva che, in caso di sua morte, fosse tutto venduto all’incanto per poter provvedere alle spese del proprio funerale ed onorare alcuni debiti residui con Pasquale Marcolongo, dell’osteria della Valla, e con Lunardo Menegatti, Bortolo Contri e Pietro Ceschi, osti in paese. Come ultima volontà, padre Giobatta stabiliva inoltre di lasciare a suo fratello Bortolo una camicia ed un paio di scarpe.

L’osteria Valla, a sud della Valcapra

Nel 1837, era presente l’eremita Vittor Sbardellato, che rimase in loco per circa trent’anni. Gli successe Fra’ Giacomo Schena, che restò nell’eremo dal 1869 al 1873. Uno degli ultimi eremiti fu Fra’ Girolamo Lazzarotto, originario di Valstagna, che resse il romitorio fino al 1896 ed era ritenuto dal popolo un religioso esemplare. Nello stesso anno, il 1896, prese possesso della dimora a San Francesco l’ultimo eremita, Fra’ Davide Trotto.   

La chiesetta con il piccolo eremo prima della distruzione. Probabilmente l’uomo in piedi è Fra’ Davide Trotto

Egli, originario di Conco, dimorò a San Francesco dal 1896 fino alla prima guerra mondiale, che interruppe drammaticamente, e per sempre, il soggiorno umile e pacifico dei frati francescani. Sul finire del 1917 e fino a quasi tutto il 1918, le truppe dell’impero austro-ungarico avevano occupato tutto il territorio del paese, giungendo fino alla chiesetta di San Francesco, e si ritirarono soltanto dopo il 4 novembre, quando la guerra terminò.

Fra’ Davide, che nel 1916 era andato profugo come tutti i paesani, ritornò per ricostruire chiesetta ed eremo, ma ciò non fu possibile. La decisione, secondo la volontà del parroco don Antonio Costa, fu di riedificare soltanto la chiesetta, ma in un luogo diverso da quello originale, ossia nella sede in cui si trova attualmente, ben visibile dal paese.

A sinistra la chiesetta dove un tempo c’era una croce, sulla parte alta del colle. L’eremo e la vecchia chiesetta si trovavano invece dove ora si vede la croce, quasi a strapiombo sulle pale di San Francesco, anticamente dette Puverlaiten

Ma il ricordo degli eremiti rimase a lungo nei paesani. Mio padre, negli anni ’80 e ’90, ebbe varie conversazioni con i vecchi del paese ed alcune di esse sono anche state registrate. Lucia Lunardi “Tognon”, classe 1900, moglie di Bortolo Omizzolo, ricordava lucidamente gli anni precedenti alla prima guerra mondiale. Raccontava che l’eremita passava nelle contrade e nelle case e si fermava volentieri a conversare. Ai bambini che lo attorniavano faceva baciare il suo bastone, sopra il quale aveva posto un’immagine sacra. Anche mia nonna materna, Giuseppina Oro “Lenza”, classe 1912, si ricordava che quando era bambina il “romito” passava nella contrada a chiedere la carità.

Ma era stato in modo particolare l’anziano Crestan Troll a soffermarsi in più conversazioni sull’ eremo di San Francesco, facendone anche la descrizione. Egli raccontava che la casupola dell’eremita aveva due stanzette, la cucina e la camera. Nella cucina c’era il focolare, una tavola ed alcune sedie. Sulla parete un armadietto con alcuni libri e alcune spinette, che lui sapeva suonare. Appeso al muro trovava posto un fucile per prendere qualche pernice. Nella camera possedeva, oltre che il letto, un ginocchiatoio, e sulla parete era presente il dipinto di San Francesco. Davanti alla casupola vi era un orticello con alcune viti. La chiesetta era abbastanza vasta per contenere una quarantina di persone, con due finestre laterali, un pavimento di mattonelle e, sul soffitto, il dipinto di San Francesco che riceve le stimmate. Il campanile era abbastanza basso, con una campana che suonava all’ Ave Maria o all’ avvicinarsi dei temporali.

Cristiano Contri, detto “Crestan Troll”

Nell’aprile del 1902 un incendio aveva distrutto la casupola dell’eremita ed egli era stato accolto nelle abitazioni della contrada Tessar di Sopra, fino al restauro della sua casetta, avvenuto con il sostegno del comune.

Anche durante inverni particolarmente nevosi, Fra’ Davide soggiornava per qualche tempo presso i buoni abitanti della contrada. Il frate si procurava quel poco che gli occorreva con la questua, mentre il tabacco veniva da lui reperito giù nella valle. Fra’ Davide, avendo lavorato da giovane all’estero, parlava anche il francese, tuttavia con i vecchi di Foza parlava in cimbro, mentre intratteneva i ragazzi suonando l’armonica a bocca, da noi detta spinetta. Tornato dal profugato, il religioso si adoperò anch’egli per sgomberare le macerie e ricostruire le prime abitazioni e poi, rimasto privo della sua dimora, si portò in pianura, tornando in paese di tanto in tanto.

Foza ad inizio ‘900, quando il romito Davide Trotto, che viveva nell’eremo di San Francesco, scendeva in paese a chiedere la carità

Finì i suoi giorni nell’eremo di San Bovo, presso Bassano, dove si era ritirato per continuare la sua vita di testimonianza e di preghiera.

Gabriele Menegatti

In lontananza, visti da sud, il centro di Foza e le contrade attraversate dal percorso storico religioso descritto nell’articolo. In basso la chiesa di Sasso, frazione di Asiago. Sullo sfondo il Monte Lisser, le Pale di San Martino e le Vette Feltrine.
Il colle di Foza visto da da Montagna Nuova.
Il tratto in leggera discesa dalla Chiesetta di San Francesco verso la parte sud del promontorio, dove si trovavano all’origine l’oratorio ed il piccolo eremo

Il percorso descritto nell’articolo in alcune altre foto, scattate il 25 agosto del 1946, alla pagina del Blog: https://fozavoltiestorie.com/passeggiate-a-san-francesco/

  1. Si ringraziano Leopoldo Marcolongo e Filippo Menegatti per le foto del monumento agli emigranti e della statua dell’alpino ↩︎

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