I fratelli Mario e Renato Gheller

Un giorno d’estate la splendida piana di Marcesina era invasa da turisti e fungaioli ed essendo anch’io un fungaiolo, con la fobia della confusione, mi fermai nei pressi di malga Fratte, la prima che s’incontra a sinistra salendo dai Lazzaretti di Foza. Da quella parte il bosco è meno fertile ma l’ideale per un lupo solitario. Cercando qua e là fra le macchie di bosco m’imbattei in una minuscola lapide con la foto di due uomini. Non avevo idea di cosa fosse successo e fu il loro fratello più giovane Silvano a raccontarmi come andarono le cose.

Attilio Gheller “testa bianca”

Attilio Gheller era nato nel 1911 a Foza dove abitava in contrada Furlani con la moglie Regina. Lo chiamavano Testa Bianca perché i suoi capelli erano imbiancati precocemente. Non c’era lavoro sull’Altopiano perciò si era dedicato fin da ragazzo al recupero di metallo e di ordigni esplosivi lasciati sul terreno durante la Grande Guerra. Quel mestiere era molto pericoloso ma, per chi non aveva campi e bestiame, era l’unica alternativa all’emigrazione. Con i proventi del materiale portato ai recuperi avevano allevato undici figli. Senza accorgersene Attilio aveva trasmesso loro quella passione, così seguivano il padre durante le sue escursioni in alta montagna.

Negli anni sessanta arrivò il lavoro e la gente abbandonò il pericoloso mestiere. Renato, uno dei suoi figli, si era sposato e aveva due bambini: Vania di quattro anni e Diego di uno. Abitava con la moglie Maria insieme ai genitori. Si guadagnava da vivere con un vecchio camioncino con cui trasportava il latte, raccolto nelle stalle della zona, al caseificio Finco di Enego. Un lavoro sicuro, da non perdere, che richiedeva un mezzo meccanico efficiente.

Insieme al fratello Rino, i due erano soci, acquistò a rate un camion più grande per sostituire quello vecchio e malandato. Rino voleva aiutare il fratello a pagare in fretta il nuovo veicolo, perciò prese la valigia e andò a lavorare in galleria sul Cervino. Anche se non c’era più bisogno di rischiare la vita per mettere insieme pranzo e cena, i figli di Attilio Gheller avevano la passione per il recupero nel sangue.

La smania di mettersi alla prova, sfidando il pericolo, spingeva molti ragazzi a cercare gli ordigni sfuggiti ai vecchi recuperanti che avevano setacciato con i radar le montagne. Nel tempo libero Renato e il fratello maggiore Mario giravano per la piana di Marcesina in cerca di residuati bellici. In località Sintil Grubel, una minuscola radura circondata da abeti e faggi nei pressi di Malga Fratte, trovarono una granata austriaca 420, del peso di 9 quintali; non è dato sapere se l’ordigno sia stato trovato sul posto o vi sia stato portato. Scaricare quella bomba e venderne il contenuto significava guadagnare un bel gruzzolo e i due decisero di agire. Il fratello più giovane, Silvano, voleva partecipare alle operazioni e, quel pomeriggio del 18 giugno 1977, quando li vide partire per la montagna tentò di seguirli:

” Vegno anca mi su a sercar fero!” Erano parole in codice. Renato rispose: “Va torte el contrato dela Svizzera invesse, che dopo te ve a ciapare schei anca ti e te me iuti pagare el camio dea late.”

Silvano aveva, infatti, deciso di emigrare e proprio in quei giorni gli era arrivato il contratto dalla Svizzera; si doveva recare in contrada Frisoni di Enego, dall’amico Gianni Frison che gliel’avrebbe consegnato. Il ragazzo era dispiaciuto per il rifiuto dei fratelli e partì a piedi per i Frisoni, insieme al coetaneo Paolo Alberti, che sarebbe emigrato con lui. Arrivati a destinazione i due si fecero consegnare il contratto ma non ritornarono a casa subito. La stagione del fieno impegnava tutta la gente dell’Altopiano così si fermarono da Gianni per aiutarlo a raccogliere il foraggio essiccato.

Renato Gheller

Era pomeriggio inoltrato, il sole illuminava il verde intenso delle conifere e nelle valli biancastre, che scendono come rughe sul volto antico della montagna, regnava il silenzio, rotto solo dai campanacci delle mandrie al pascolo. Una detonazione tremenda lacerò l’aria e il boato fece tremare i vetri nelle abitazioni di Foza. Il rumore dello scoppio si udì a Enego, Gallio, Asiago e in tutta la Valsugana.

Mario Gheller, detto “Marieto Testabianca”

Lo sguardo di Silvano corse subito verso un punto sulla sommità della montagna e vide il fumo nero che saliva proprio da là. Partì di corsa dalla contrada e raggiunse la strada che da Enego porta a Foza. Era distrutto dalla fatica, e dal triste presagio. Si distese sulla carreggiata per costringere il primo veicolo in transito a fermarsi. Un’auto lo raccolse e lo accompagnò a contrada Lazzaretti. In un baleno il ragazzo scese verso casa attraverso i prati, ma non aveva il coraggio di andare dalla madre; lei non sapeva che intorno a quella bomba c’erano due suoi figli. Si recò a casa dello zio Giacomo per dirgli quello che pensava.

Il cugino Piero aveva una 126 Fiat e dopo pochi minuti l’auto partì per Marcesina con a bordo loro due e Maria, la moglie di Renato. I tre salirono verso la montagna col gelo nell’anima. In pochi minuti raggiunsero la sommità del crinale, dove finisce la salita. Non sapevano di preciso dove si fossero recati Mario e Renato. Si fermarono a malga Fratte per chiedere al proprietario da dov’era partito lo scoppio. Le spiegazioni del malgaro, che con la mano indicava un punto lontano in direzione della piana di Marcesina, potevano dare un po’ di speranza, ma Silvano e Piero sapevano che non era così. Andarono per tentativi e lasciarono la strada principale per una sterrata che conduce sui lembi di pascolo della malga circondati dal bosco. Si fermarono in un’ampia radura e videro alcune punte di pino spezzate al limitare del bosco verso nord. Proseguirono la salita per un centinaio di metri aggirandola più a monte. Un’altra radura più piccola e i tre si trovarono davanti al dramma. Nel raggio di cinquanta metri la vegetazione era stata disintegrata e ogni forma di vita era scomparsa. Silvano e la cognata erano disperati e si reggevano a vicenda.

Mario Gheller era del ’38, Renato del ’46. Pietro cercava qualche traccia. Le mosche che si alzavano qua e là dai brandelli sparsi sul terreno arso erano l’unico segno della tragedia. Si era consumato un altro dramma e non fu l’ultimo. Qualche anno dopo in località Kaberlaba saltarono in aria in sette per un’incauta picconata su una cassa di gelatina che affiorava dal terreno. Sulle montagne il numero di morti e invalidi causati dagli ordigni bellici sparsi supera di gran lunga quello dei caduti nella guerra di Liberazione. I recuperanti, gente che ha combattuto una guerra personale contro un nemico silenzioso, invisibile e spietato chiamato miseria. Regina, la madre di Renato e Mario, non pianse perché non li vide e perché i figli non muoiono mai nel cuore di una madre. Lei preferì pensare che fossero scappati per non pagare i danni causati al bosco dalla deflagrazione. Li aspettò sempre e conservò i loro vestiti nell’armadio fino alla fine dei suoi giorni.

Renato “Testabianca”

RENZO CAPPOZZO

Tratto del libro “Personaggi e storie dell’altopiano.”

2 risposte

  1. Buongiorno. Mio padre conosceva i fratelli Gheller, e vorrebbe il libro da cui la storia è tratta. Dove si acquista, per favore?
    Grazie

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