Giacomo Stona.

Foza, via Turba, casa Menegatti, 25 ottobre 1998, ore 10. Intervista a Giacomo Stona, nato a Foza il 2 gennaio 1921, attualmente residente a Vila Santa Elena, Goiânia – Brasile. (L’ “attualmente” si riferisce al 1998, epoca della testimonianza; Giacomo è deceduto diversi anni dopo, da anziano, in Brasile).  

Presentazione

Giacomo Stona, figura poliedrica e complessa, ebbe una vita movimentata ed avventurosa. Egli la trascorse fino al 1950 prevalentemente in Francia, dove, essendovi emigrato con la sua famiglia, dopo gli studi di contabilità e ragioneria, svolse varie attività lavorative. Durante la seconda guerra mondiale partecipò alle operazioni belliche, come alpino, inviato con il suo contingente in Savoia. Dopo aver abbandonato nell’ aprile del 1943 il suo contingente, partecipò, nel corso di alcuni mesi dell’anno 1944, ad azioni nelle fila della resistenza francese. Giacomo nel 1950 emigrò in Argentina, dove soggiornò per circa due anni, per poi trasferirsi in Brasile, prima a Rio de Janeiro, poi a San Paolo e in altre località, tra cui Goiânia. Girando per varie parti dell’America, poté apprendere le lingue, avendo dunque conoscenza, oltre che dell’italiano e del francese, anche dell’inglese, del portoghese e dello spagnolo.

Il suo racconto

“Mio padre Augusto Raimondo era nato a Foza il 14 giugno 1898 e nel 1921 era emigrato in Francia dopo aver fatto la prima guerra ed aver combattuto sul monte Ortigara, sul Grappa e vicino ad Asiago, mentre la sua famiglia era profuga a Grantorto. Il suo battaglione era il “Bassano” del 11° Reggimento Alpino. Mio padre era andato a Joeuf sulle Moselle, vicino a Metz, dove lavorava nelle miniere di ferro. Così fece fino al 1933 quando arrivò una grande crisi e non ci fu più lavoro. Seppe nel frattempo che cercavano dei contadini nelle zone di Limousine. Colà affittò un’azienda agricola di 60 ettari ma non c’era la possibilità di produrre il vino. Vi rimase fino al 1938. Poi si trasferì in un paese vicino a Bordeaux dove visse e morì il 7 Settembre 1978. Mio padre amava i vini francesi, ma diceva che il Valpolicella era il migliore. Uno dei miei fratelli, Pompeo, nato nel 1925, vive a Parigi, l’altro di nome Remo nacque nel 1923 e vive vicino a Bordeaux, dove ha sposato una francese. Io sono rimasto sempre italiano. Nel 1922, quando avevo soltanto un anno, con mia madre siamo andati a raggiungere mio padre Augusto Raimondo. Mio padre morì in Francia, il 7 settembre 1978, senza ritornare più in Italia.

La miniera di ferro di Joeuf nel 1925.

L’ emigrazione, appena terminata la grande guerra, aveva riguardato sia mio padre con la propria famiglia, che molte altre famiglie del paese di Foza, che si erano dirette verso la Francia, molte delle quali stabilendosi a Joeuf, nella Mosella, vicino a Metz, trovando occupazione soprattutto nelle miniere di ferro.

Alcuni anni dopo, nel 1933, a seguito della crisi che aveva colpito tutto il mondo industriale, alcuni dei paesani, tra cui mio padre, si trasferirono nella zona di Limousine. In quella zona si era trasferito anche Florindo Lunardi “Scattołin”, con suo fratello e con le rispettive famiglie, tra cui vi era la figlia di Florindo, Rosetta, che divenne in seguito mia moglie. Successivamente, nel 1938, tutta la mia famiglia, compresi i miei due fratelli nati in Francia, Pompeo e Remo, si trasferì nella zona di Bordeaux.

Io, in Francia, frequentai le scuole di contabilità e di ragioneria, mantenendo comunque sempre la cittadinanza italiana. Nel 1940 fui assunto a lavorare nel cantiere navale Gironda, dove si sistemavano le navi della Marina Italiana, compresi i sommergibili che arrivavano dall’Africa, dall’India e dalla Somalia.

Contrada Labental, agosto 1984. Rosetta Lunardi, moglie di Giacomo Stona, con il padre Florindo “Scatolin”, davanti alla “Casetta Canada”, dove era nato e restaurata e così chiamata al suo ritorno dal Nord America.

Nel 1941 i tedeschi controllavano tutta la zona e prelevavano operai e tecnici per inviarli nell’alta Slesia, in Germania. Io, vista la situazione, mi detti alla macchia, ma poi fui catturato per essere inviato al lavoro in Germania. Arrivato a Parigi, alla “Gare dell’Est”, conversando con un tenente tedesco che parlava la lingua francese, spiegai che io non ero francese, ma italiano. Allora il tenente tedesco disse: “sei dunque un nostro alleato; vuoi andare in Slesia oppure in Italia?” Risposi: “certamente in Italia” e pertanto rientrai in Patria, presentandomi al distretto militare, dove fui arruolato nel battaglione Bassano e inviato a Brunico per l’addestramento. Il battaglione era lo stesso dove aveva prestato servizio mio padre, durante la prima guerra mondiale.

Fortunatamente il nostro contingente non fu inviato in Russia, bensì in Francia. La tradotta attraversò il confine italo-francese, raggiunse la città di Gap e poi Grenoble. Con i miei compagni partecipai alle azioni di presidio in territorio dichiarato nemico, come effettivo nell’ 11mo Reggimento Alpini, Battaglione Bassano, dal gennaio 1943 fino al 9 aprile dello stesso anno.

Per la mia padronanza della lingua francese, mi potevo muovere in tutta libertà. Entrando in un negozio di Gap, notai qualcosa di strano e mi accorsi che erano partigiani francesi e che cercavano di farmi allontanare. Ma anche il colonello italiano non si fidava di me, in quanto, parlando io francese, potevo avere contatto con chiunque ed aveva perciò deciso di mandarmi via[1].

Presi dunque la decisione e mentre ero in libera uscita non rientrai più in caserma; mi allontanai rapidamente dalla località e raggiunsi la casa di mio padre, rimanendo nascosto per un po’ di tempo.

In seguito, calmatesi le acque, contattai i partigiani francesi. C’erano due fazioni: quella dei partigiani comunisti, “Frontierer”, e quella delle “F.F.I.”, Forze Francesi Interne. Scegli questi ultimi e fui aggregato al Mouvement A.S. , Group Loiseau, Secteur de Mussidan, Dordogne, dal 21 gennaio 1944 fino al 31 maggio dello stesso anno. Il 31 maggio venni arrestato dai tedeschi e fui internato a Perigueux-Triviers e poi a Limoges. Mentre il 13 luglio del 1944 venivo trasportato con altri prigionieri su di una tradotta diretta a Parigi, a seguito dell’intervento dei partigiani, che bloccarono il passaggio dei treni, riuscii a fuggire e mi rifugiai ancora da mio padre.

Partigiani delle F.F.I.

Ero amico del figlio del Generale che comandava la IV Regione, quella della Regione di Bordeaux. Io desideravo entrare ufficialmente nei reparti regolari delle Forze armate francesi, perciò, su mia richiesta, egli mi fece parlare direttamente con il Generale. Tuttavia mi fu spiegato che, essendo io militare italiano, le disposizioni erano severe e mi dissero che non si poteva fare niente. Una delle soluzioni suggerite sarebbe stata quella di entrare nella Legione Straniera per la durata di 5 anni. Ma questa era una soluzione che non mi piacque e decisi di rimanere nascosto ed imboscato fino alla fine della guerra. Mi misi in seguito a lavorare negli alberghi ed andai a Parigi, Cannes, Montecarlo, iniziando come cameriere fino a diventare direttore. Di solito l’estate rimanevo negli alberghi di Parigi, d’inverno mi portavo a Montecarlo.

Monte Carlo, 1948.

Questa vita durò fino al 1950. Mi sembrava però che l’Europa non mi potesse offrire più nulla, non credevo più nell’Europa. Allora chiesi il visto per l’Argentina, poi per il Cile e per il Canada. In Argentina rimasi dal 1950 al 1952, lavorando negli alberghi. Nel 1952 decisi di entrare negli Stati Uniti, ma poi mi fermai a Rio e a San Paolo in Brasile. Ho lavorato per molti anni nel ramo alberghiero poi mi sono aperto un’attività propria, nel ramo della plastica ed avevo assunto una quarantina di dipendenti. Nel mio girare il mondo ho approfittato della cosa per imparare le lingue. Oggi posso parlare oltreché in italiano, in francese, in inglese, in spagnolo e in portoghese”.

Rio de Janeiro, anni ’50.
La Cattedrale Metropolitana di San Paolo, in Praça da Sé.


[1]  In realtà, anche se Giacomo nel nostro colloquio non ne fece cenno, a Gap accadde uno spiacevole episodio, che spinse l’alpino Giacomo Stona a lasciare il suo contingente e a trovare asilo e rifugio nella campagna, nei pressi del luogo dove abitava suo padre.

Giacomo Stona a Vila Santa Elena, Goiânia – Brasile.

Gabriele Menegatti Oro

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