Foza raccontata da Memi Marchioro

QUANDO L’INCANTEVOLE FASCINO DI FOZA RISVEGLIA I DOLCISSIMI RICORDI DELLA SPENSIERATA GIOVINEZZA

Foza, uno dei 7 Comuni dell’Altopiano di Asiago, è un ridente paesino abbarbicato sulla cresta d’un monte che si protende in una stupenda balconata sulla valle del Brenta. Oggi Foza è un paese come gli altri, con i suoi alberghi che migliorano costantemente sotto ogni profilo e con un sacco di case, ville e villette che crescono come i funghi in ogni posto. Non é detto con ciò che ora siano diventati tutti nababbi ma quel che è certo è che il salto di qualità s’è registrato anche sotto l’aspetto economico. Una volta era davvero dura riuscire a campare dignitosamente, tanto è vero che la maggior parte della popolazione ha preferito migrare In cerca di lidi potenzialmente migliori.

Quinquennali 1971

L’attaccamento alla terra natia è comunque rimasto intatto e ne è testimonianza il rientro massiccio soprattutto durante le ferie di ferragosto. Il principale appuntamento è con la Processione, in onore della Madonna, che si snoda dalla Chiesa all’oratorio di San Francesco. Dopo l’atto di devozione, particolarmente sentito, il gioioso tuffo nel dolci ricordi del passato. Non solo parlando con parenti ed amici ma anche semplicemente lasciando vagare lo sguardo in un giro d’orizzonte oppure calcando ogni zolla di terreno o sfiorando con una lieve carezza uno spuntone di roccia od un tronco d’albero. Socchiudendo gli occhi e lasciandosi cullare dallo stormire delle foglie nei boschi, si possono compiere dei balzi prodigiosi con la memoria andando a ritroso nella dorata età della fanciullezza.

1955, Fam. Marchioro, di Malo. Foto scattata davanti Casa Morandi in Via E. Turba, alle spalle l’Asilo di Foza. Da sx: Mimma, Tony, Memi, la mamma Morandi D.ssa Ines ed il papà Marchioro Dott. Piero.

Tutto é particolarmente caro e denso d’affetti che non possono più trovare libero sfogo. Le vacche al pascolo con i loro campanacci, il loro mandriano che s’appoggia sul bastone, i loro cani da guardia, sono visibili anche al nostri giorni e non hanno nulla di strano. Ma con minimo sforzo e buona volontà si possono addirittura ricordare i nomi degli animali e perfino rivedere le sembianze di Pierino o di Checo ed allora sì che la macchina del tempo funziona a meraviglia, sia pure soltanto con la fantasia, regalando momenti d’intenso piacere. L’inebriante profumo del bosco, il melodioso canto degli uccelli, il mormorio dell’acqua, alle “gallerie”, che da piccolo rivolo diventa ruscello lambendo l’orrido precipizio della Valgadena. C’è denaro al mondo per pagare simili gioie? Un altro po’ e l’articolo che avevo Intenzione di scrivere è bello che finito ancor prima di cominciare.

Marcello Cristiani “Poi”

Chiedo scusa per la divagazione e cerco di rimediare. Parliamo delle baruffe che si verificavano negli ambienti pubblici, in particolar modo nelle serate del sabato o nel giorni festivi. Era una cosa abbastanza logica: per tutta la settimana la gente sgobbava a più non posso ed infine si concedeva qualche ora di pausa da dedicare ai vari giochi delle carte e delle bocce. Capitava spesso, ed anche questo era comprensibile, che qualcuno alzasse un po’ il gomito ed allora cercasse il pretesto per attaccar briga. Ed ecco quindi lo sfogo settimanale a base di sventole da far paura. Qualche volta si trascendeva coinvolgendo più persone (ed era rissa vera e propria) o, peggio, andando al di là delle sole mani nude. A questo punto correva l’obbligo d’intervenire, ma chi? E come? Neanche nominarli i carabinieri o tutori dell’ordine in genere. E allora? Allora si richiedeva il “pronto intervento’ del gigantesco Marcello Poi che, di norma, con quattro manate sedava i bollenti spiriti.

Non sempre però. All’albergo ‘Alle Alpi” una sera la proprietaria, signora Angelina, fu aggredita da alcuni avventori ubriachi che volevano malmenarla perché s’era rifiutata di servir loro da bere. In suo aiuto corse il giovane figlio Pio ma il match era impari ed appariva chiaro che gli energumeni avrebbero avuto il sopravvento. Per bilanciare le sorti entrarono nella mischia anche due fratelli che si trovavano in villeggiatura. L’equilibrio sembrava raggiunto con sonore pappine che andavano e venivano a ritmo alterno, quando entrarono nel locale altri esagitati che, senza informarsi minimamente, si schierarono dalla parte degli assalitori. L’orda dei litiganti ondeggiava qua e là finché andò a sbattere contro il tavolino d’un signore che rimaneva volutamente estraneo ai fatti senza però abbandonare la scena dell’estemporaneo incontro di lotta libera. A questo punto il “forestiero” si alzò e con rapidissimi e violentissimi cazzotti stese tutti al tappeto. Si scusò poi per non essere intervenuto prima in ottemperanza al regolamento che prevede, per i pugili professionisti, la possibilità di combattere fuori dal ring solo per legittima difesa.

Angela Menegatti con il figlio Pio Munari, titolari dell’Albergo Alpi.

In un tardo pomeriggio fu presa di mira la porta del municipio, con pugni e calci, da un solitario e minaccioso boscaiolo che evidentemente aveva bevuto un po’ troppo ed aveva qualcosa da recriminare contro le autorità locali. Trattandosi della sede municipale parve logico mandare a chiamare il sindaco per sistemare la faccenda. Mentre il sole stava per tramontare, come nei migliori film western, fece la sua comparsa Ilario Omizzolo, primo cittadino, cavalcando a bruciapelo un robusto bretone da traino leggero. Nella voce e nell’apparenza simile ad Anthony Quinn, Ilario amministrò la giustizia senza tentennamenti o ripensamenti. Non volle nemmeno sentire le ragioni dell’uomo che protestava. In sostanza prese atto che era ubriaco e che, di conseguenza, doveva smaltire la sbornia. Con una salda presa per il bavero l’uomo fu afferrato e trascinato nella sala del consiglio che funse da cella fino all’indomani mattina. La stanza fu chiusa a chiave, la porta d’ingresso anche, dopodiché il cow boy Ilario Omizzolo risalì a cavallo trottando pacificamente verso la sua abitazione in contrada Lazzaretti.

Ilario Omizzolo e Silvio Gheller

Quando entrava in azione Luigi Gheller (Seia Bianca) l’unico rimedio era quello di girargli alla larga perché lui aveva il vizietto di frantumare una bottiglia puntandone poi il collo frastagliato alla gola dell’avversario. Al massimo sgorgava qualche goccia di sangue ma era quanto bastava perché la fifa facesse novanta. Nessuna baruffa con Attilio Menegatti (Il campanaro) ma solo un processo indiziario. Lui suonava le campane a lungo tutti i giorni all’alba disturbando, senza colpe, il riposo di qualcuno che agognava da un anno il periodo di ferie proprio per rifarsi del sonno perduto. Una sera un pellegrino (così venivano definiti allora i turisti) gli propose scherzosamente un fiasco di vino in cambio d’una accorciatina del concerto.

Attilio Menegatti “Campanaro”
Don Olindo Pezzin

Ma la mattina dopo Attilio non suonò affatto perché le corde erano state tagliate. Don Olindo fece fuoco e fiamme svolgendo indagini frenetiche alla ricerca d’un colpevole che rimase ignoto. In compenso ci fu la ridda delle ipotesi con una lunga lista di persone sospette. Il “pellegrino” ed il “campanaro” furono comunque virtualmente assolti poiché ritenuti incapaci di nuocere alla collettività

Clotilde Lazzari “Catuz”
Andrea Grandotto

Non posso dilungarmi oltre ma in brevissima sintesi voglio ricordare Giacomo che incantava i bambini col suo piffero, Tilde che fumava la pipa badando al “bazar”, il “povero Mario” (era lui che si autodefiniva così) che vendeva frutta e …acqua potabile…, Silvio Gheller dai muscoli d’acciaio, Giovannin Oro re della cuccagna, Andrea Grandotto tassinaro da formula uno dell’unica auto esistente in paese, Vittorio e Gigi Lazzari postini (padre e figlio, prima uno e dopo l’altro) che distribuivano la corrispondenza non urgente una volta alla settimana dopo la messa, lo stradino Giache, il fontaniere Toni Tinti, Urbano che distribuiva saggi consigli in cambio d’una spinta alla carrozzella sulla quale era costretto, Dino che si autodefiniva “bravo ragasso”, Raimondo che “illuminava il mondo” col suo radioso sorriso, Aurelio che raccontava le sue esperienze argentine e, per concludere, Elio Marini, ferrarese di nascita e di residenza, capitato a Foza per caso, prima della guerra, rimanendone folgorato come dal “mal d’Africa” tanto da costruirsi una casa dove trascorre le sue ore più liete.

Mario Compostella
Aurelio Grandotto
Vittorio Lazzari
Giacomo Menegatti
Raimondo Cappellari
Luigi Lazzari
Marcello Cristiani e Francesco Cappellari
Antonio Gheller
Dino Cappellari tra i genitori Urbano e Angela Lazzari
Ilario Omizzolo e Giovanni Oro

Da un racconto degli anni ’70 di MEMI MARCHIORO per la rivista “Da Malo e dintorni”

Al centro della foto Memi Marchioro e la sorella Mimma. A sinistra Pio Munari e la moglie Giovanna Cappellari

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