Florindo Marcolongo “Poento”, storia di un emigrato.

Come si assomigliano le storie dei migranti di tutti i paesi e momenti della storia dell’uomo.

Abbandonare le proprie case, i propri affetti per sfuggire alle persecuzioni, alla fame, all’indigenza ed andare in posti lontani, sconosciuti, con altro clima ed altra cultura, con un viaggio avventuroso e pericoloso.

Il Veneto, prima dell’annessione al Regno d’Italia, era una terra con una forte tradizione migratoria. In Veneto si poteva morire di fame e l’unico alimento dei contadini spesso era la polenta, niente carne bovina né frumento. Inizialmente la migrazione era di carattere stagionale verso la Germania, l’Austria e l’Ungheria.  Si emigrava soprattutto dalle zone montane o pedemontane e l’Altopiano con Foza ebbe una forte emorragia migratoria. Furono poi il Brasile, l’Argentina, gli USA ad essere meta dei veneti e dei fodati. Dopo la prima guerra mondiale e l’avvento del fascismo Francia e Belgio furono terra di accoglienza per molti fuorusciti. Nel 1924, dopo il delitto Matteotti, molti antifascisti andarono in clandestinità ed arrivò la seconda ondata migratoria. I migranti economici giunsero in Belgio dopo la prima guerra mondiale. La richiesta di manodopera infatti aumentò in modo considerevole per la ricostruzione e per l’estrazione mineraria. Gli operai Belgi, organizzati in forti sindacati, rifiutavano, dopo i sacrifici e le perdite di guerra, di svolgere i lavori più pericolosi e mal pagati, come nelle miniere di carbone e nelle cave di pietra e marmo. Nel 1922 la Federazione Carbonifera belga stipulò un accordo per il reclutamento in Italia di operai che al loro arrivo avrebbero trovato un alloggio ed un posto di lavoro assicurati. Oltre ai gruppi organizzati furono molti gli arrivi di singoli migranti che, pur dovendo provvedere autonomamente a trovare lavoro e casa, riuscirono a sistemarsi in breve tempo.

Fiorindo Marcolongo (Poenti) fu uno dei fodati che si traferirono in Belgio. Figlio di Giacomo e di Biasia Teresa, nacque il 15 settembre 1899 in Valcapra, via Polenti 137. Iniziò da giovane a lavorare come bracciante in contrada e poi, “ragazzo del ’99”, si arruolò volontario in fanteria, credendo nel cambiamento della situazione italiana. Combatté valorosamente sul Grappa, fu pure ferito, finché gli si congelarono le gambe. Volevano tagliargliele ma la mamma Teresa Biasia non accettò la cosa e così si incamminò lungo la strada gelata e con la nebbia fino a dove si trovava il figlio per chiedere di non amputare. Fu ascoltata ma Florindo rimase comunque claudicante e un poco storpio. Egli ricevette in seguito tre medaglie: una di Cavaliere di Vittorio Veneto, una dei feriti di guerra volontari e la medaglia della Vittoria. Ottenne, inoltre, come tutti i “ragazzi del ’99”, la Cittadinanza onoraria dal Comune di Fossalta di Piave. Dal 1970 ricevette la pensione per i feriti in guerra.

Valcapra di Foza.

Diceva, Florindo, di non riconoscere come sua la Bandiera Italiana dopo gli anni della dittatura, di quell’Italia che aveva tradito le speranze di molti giovani come lui, andati a morire o ad uccidere per costruire un paese più unito e più libero e che inoltre costringeva la povera gente ad emigrare. Avevano promesso la riforma agraria, la distribuzione della terra ai contadini, dopo la difesa del suolo patrio, ma erano state promesse non mantenute. Florindo diceva ai propri familiari che mai più sarebbe ritornato in Italia, un’Italia traditrice.

A Foza, a detta della figlia Angelina, nostra fonte di prima mano essendo vivente ultranovantenne in Belgio, Florindo frequentava le osterie del centro e lì, come in tutti i luoghi frequentati, c’erano delle persone ad ascoltare quello che si diceva e a fare opera di spionaggio.

Don Antonio Costa negli anni ’20 a Foza.
Foza, 1925.

Anche il prete di Foza, Don Antonio Costa, pare facesse opera di spionaggio e avesse fatto arrestare parecchi giovani, sia prima della guerra per i renitenti, sia dopo per i comunisti. La vita era dura a Foza, mancava il lavoro e poi Florindo non accettava le prepotenze dei fascisti. Racconta la figlia che era trattato male e discriminato per il suo essere antifascista, picchiato e minacciato di morte.

Si trasferì allora a Volpago del Montello facendo dei lavori saltuari finché conobbe Moletta Erminia (nata il 16 luglio 1907) figlia di Gianbattista e Feltrin Lucia.

Erminia e Florindo

I due giovani si sposarono ed ebbero una figlia, Maria Santina, nata il 25 o 26 marzo 1929. Il lavoro però mancava ed anche lì Florindo venne torturato dai fascisti e la moglie dovette curare le sue ferite. Egli non poteva più rimanere in Italia per cui emigrò, il 28 novembre del 1929, in Belgio.

L’anno dopo lo seguirono la moglie Erminia e la figlia Maria Santina. Risiedettero a Maurage e lì, il 2 luglio del 1931, nacque l’altra figlia Angelina e, nel 1934, il figlio Giacomo. Quando Florindo si trasferì in Belgio c’erano già li i fratelli Giacomo ed Amedeo, mentre la sorella Angelina era rimasta in Italia.

Accadeva che si partisse dietro suggerimenti e grazie all’accoglienza dei parenti o amici che già si trovavano nel posto di destinazione. Maurage era una piccola cittadina, ora fusa con la città di Louviere, situata nella regione della Vallonia nella provincia di Hainaut. Si trova nella valle del fiume Heine che spesso straripava e la zona era paludosa con un clima non certo salubre. Quasi tutti erano italiani e molti della stessa regione. Florindo andò a lavorare in miniera. Erano parecchie le miniere della zona tra cui la Garenne, Maria Josè, Warren. Florindo andò a lavorare nella Maria Josè.

Maurage, 1930.

C’erano tre turni in miniera, dalle 6 alle 14, dalle 14 alle 22, dedicato alla estrazione, e dalle 22 alle 6 per preparare le armature; alla mattina staccavano il carbone con il compressore, il pomeriggio liberavano gli scivoli in modo che la notte potessero minare. Alcuni lavoravano all’esterno per costruire l’impalcatura che serviva per lavorare in galleria e questi erano i più fortunati. Come vivevano all’inizio gli emigrati in Belgio che lavoravano nelle miniere? Vivevano in condizioni molto diverse da quelle promesse nelle campagne di reclutamento, senza acqua, gas ed elettricità, in molti casi circondati da colline di carbone, discariche a cielo aperto dei detriti e dei resti del materiale. E poi lo choc di molti, abituati a vivere all’aria aperta, a spaziare lo sguardo tra i monti e la natura spesso matrigna ma libera, costretti ad un lavoro fatto sottoterra, l’angoscia quotidiana di calarsi con le gabbie, la chiusura per ore e ore al buio, senza luce ed aria sufficienti.

Angelina, Maria Santina e Giacomo Marcolongo

Una vita difficile e piena di stenti quella di Florindo ma felice, perché poteva mantenere i propri figli ed essere relativamente libero. In paese c’erano molti preti “missionari” ma gli uomini non li frequentavano, non andavano a messa spesso perché, dicevano, i preti cercavano i comunisti, cioè facevano delazioni ed informavano le autorità fasciste sui nomi di coloro che erano o apparivano sovversivi. Le donne invece frequentavano regolarmente la chiesa ed andavano a messa. In paese c’erano anche delle organizzazioni fasciste con il compito di “aiutare” gli italiani emigrati ma anche di tenere sotto controllo i sovversivi e comunicare i loro nomi e movimenti alla polizia politica. Distribuivano anche del cibo, considerando la povertà delle famiglie dei minatori, mentre facevano lezione di Italiano. Noi sappiamo come erano fatti i libri nel periodo fascista e come lo scopo principale fosse di educare al culto del Duce e del fascismo. Le figlie di Florindo Maria Santina e Angelina una volta tornarono a casa e salutarono con il saluto romano. Florindo si arrabbiò molto, rimproverò soprattutto la figlia più grande ed intimò loro di non andare più in quei luoghi.

Angela e Maria Santina Marcolongo
Giacomo Marcolongo

Erano pochi i soldi in casa e così anche il figlio maschio andò a lavorare in miniera. Duro lavoro anche per i ragazzi finché un giorno Giacomo fu vittima di un incidente a 14 o 15 anni. Il carrello che trasportava il carbone gli tranciò una gamba.

Quando Florindo non ebbe più la forza e l’età per scendere in miniera si inventò un altro lavoro e fece il ciabattino.

Florindo ed Erminia con le figlie Angelina e Maria ed il piccolo Pierre, figlio di Angelina.

Florindo Marcolongo morì nel 1980, il figlio Giacomo nel 2000, la figlia Maria Santina nel 2015 mentre Angelina è ancora vivente.

Tanta sofferenza e tanto lavoro ma le figlie di Florindo riuscirono a far studiare i figli che si inserirono bene nella società belga. Angelina ebbe due figli, Francesca che lavora al ministero dell’educazione e Pierre che è medico. Maria anche due figli, Maria Rosa infermiera e Jean Pierre che lavorava nella fabbrica Audi di Bruxelles.

Maria Santina
1955, Maria Santina con la figlia Maria Rosa Cociani.

Una storia, quella di Florindo, come tante altre di fodati andati via dalla propria terra natia, storia di sofferenza e di riscatto. Una storia da non dimenticare.

CARMELO CONSOLI

Florindo ed Erminia
Florindo Marcolongo

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