Fiabe di Foza: il Sanguanel

Quella di Jacobo “Stein”[1] era una stirpe conoscitrice dei segreti della natura.

Negli anni lontani precedenti alla scoperta dell’America, dopo un viaggio durato molti mesi, se non addirittura anni, da paesi nordici era giunta in Valsugana e dopo aver risalito la Valgadena, si stabilì presso un pianoro che successivamente avrebbero denominato Steiner.

La famiglia Stein si fece aiutare dai compagni di viaggio a tagliare le piante necessarie per costruire una baracca in cui Jacobo, la moglie, i figli e i propri vecchi avrebbero potuto ripararsi dal freddo. A fianco, poi, si dissodò un orto e si costruì una stalla per le capre, per il cavallo da lavoro e per un paio di mucche.

In autunno, in zona, non era raro scorgere l’orso che si mangiava i cappucci dell’orto degli Stein e cercava il miele nelle arnie, così come si sentivano ululare i lupi oltre il colle di Valcestona. La caccia all’orso era appassionante, Jacobo e i suoi fratelli Cristiano e Cristoforo giungevano trafelati alla contrada Valcestona, attraversando la fonte dell’Albis e costeggiando il “grabo”[2] di Steiner, sotto i Peranzani[3] dove, nel 1680, Marco Menegatti costruì la fontana.

Con rapidità arrivavano su sul Reitle e subito dopo in contrada Chigner dove, un giorno, i cani di Jacobo accerchiarono l’animale. Per l’orso non ci fu scampo e dopo averlo ucciso, Stein lo liberò della pelliccia e lasciò la testa mozzata del plantigrado per ricompensare i cani per la lunga rincorsa. Poi portò a casa la sua parte di carne d’orso[4], lasciandone l’altra metà a Henrich fu Frederici de Alemania[5], che lo aveva aiutato nella caccia.

Ma nella stalla della famiglia Stein succedevano, intanto, fatti assai strani.

Non che i cani avvertissero la presenza di animali pericolosi, anzi, se ne stavano quieti a dormire, tuttavia, un mattino, Jacobo Stein trovò il suo cavallo sauro sudato come avesse lavorato l’intera notte a trascinare il legname e per di più con la coda e la criniera intrecciate con nodi sottilissimi ed inestricabili, fatti da piccole mani esperte e pazienti. Per alcune notti si ripeté l’episodio, con l’aggravante che Stein s’avvide che mancava la panna sopra il livello del latte nel secchio di legno da lui fabbricato. L’uomo chiese allora ad Apollonia sua moglie se ne sapesse qualcosa, ma questa rispose di no. Allora decise di parlarne con Lunardo Peranzan il capo del suo colonello, uomo che rappresentava gli interessi di tutta la piccola comunità, dove tutti erano legati da vincoli di sangue. Seppe così che la stranezza non era l’unica perché negli ultimi tempi anche in altri colonelli del paese c’erano state riunioni per discutere sulle medesime ragioni. Si stabilì pertanto che avrebbero montato la guardia fino a quando non fosse stato chiarito il mistero e una sera di ciò fu incaricato Jacobo. Al calar del sole egli si portò nella stalla e si accovacciò sul fianco, vicino al vitellino e, avvolto dal tepore degli animali, ciondolò un po’ la testa; poi, stanco del faticare del lungo giorno, si addormentò.

La vita nella contrada era senza sorprese, poi arrivò il sanguanel
Jacobo Stein al mattino trovò la coda del suo cavallo sauro intrecciata in modo inspiegabile

Era passata forse la mezzanotte, quando avvertì un fruscio di passi leggeri e nell’incerta luce della luna, che filtrava dalla porta lievemente socchiusa, Stein vide un piccolo essere vestito di corteccia che stava bevendo il latte dal secchio. Con un balzo lo ghermì e lo tenne tra le sue robuste braccia di boscaiolo, mentre questi si dimenava. Quando la presa fu più sicura, Stein afferrò il corno, soffiò forte indicando il pericolo e in un batter d’occhio gli uomini della contrada furono da lui. Fu quella l’unica volta in cui il sanguanel fu catturato.

Questi, vinto dalla fame, già da varie notti frequentava la stalla per mangiare qualcosa e, attratto irresistibilmente dalla criniera del cavallo sauro, intrecciava mirabilmente i lunghi peli in una specie di tacito accordo con la bestia che, però, ne appariva enormemente stressata.

L’artefice dei dispetti era il sanguanel, che alla fine fu catturato

Gli uomini della contrada dimostrarono di essere molto adirati con quella strana creatura che oltretutto si esprimeva nella loro stessa lingua cimbra e discutevano di impartire una severa lezione al sanguanel, colpevole di avere messo in subbuglio le loro abitudini. Questo, intanto, si mise a piangere come un bambino e a invocare clemenza, ma invano.

Il sanguanel, allora, come ultimo tentativo di calmare gli uomini promise che avrebbe svelato loro un segreto importante, conservato fino ad allora nel suo mondo e totalmente sconosciuto agli uomini.

In cambio di ciò, però, chiedeva la libertà. Lunardo, capo contrada, a nome di tutti acconsentì, così il sanguanel si mise a spiegare le virtù nascoste del latte, alimento primario della vita, ma che non si prestava facilmente alla conservazione e che non era facile da trasportare.

Con calma, spiegò che scremando la panna da sopra il largo recipiente e sbattendola con vigore dentro un apposito recipiente, se ne poteva ottenere il più ricco e gustoso dei condimenti per i cibi.

Gli uomini non persero tempo e fecero come il sanguanel aveva loro insegnato e scoprirono le virtù del burro. Lo assaggiarono e lo trovarono buono e nutriente. Il sanguanel attendeva che gli uomini mantenessero la promessa di liberarlo, ma il patto non fu mantenuto e dopo un’ulteriore appassionata discussione e implorazioni, si riprese un accordo secondo cui, in cambio della rinnovata promessa della remissione in libertà, il sanguanel avrebbe spiegato come produrre il formaggio. Si seppe che il latte doveva essere riscaldato a una temperatura stabilita sopra ad un fuoco, aggiungendo il caglio tratto dagli intestini dei vitellini da latte. Ottenuta la pasta, questa doveva essere compressa nei contenitori di legno chiamati “fassare” e conservata per la stagionatura si trasformava in un alimento prezioso come companatico.

I capifamiglia del «Colonello» ascoltarono il Sanguanel mentre illustrava loro come fabbricare il formaggio

Ma Lunardo non mantenne la promessa e il prigioniero non fu liberato.

Il sanguanel pianse ancora e supplicò, invocando i geni dei boschi e le “fade”[6] sue amiche e disse che tutte le creature, tra cui gli gnomi e gli alberi, lo aspettavano ormai da tanti giorni.

Così, il capo del colonnello, finalmente inteneritosi, giurò che questa volta sarebbe stato liberato e la creatura, rinfrancata dal giuramento di Lunardo e sapendo che i giuramenti sono sacri e vanno mantenuti, si rasserenò e si rallegrò.

Prima di tornare al suo mondo spiegò ai montanari il procedimento per la fabbricazione della ricotta e anche questo alimento piacque agli uomini della contrada.

Il formaggio che fu il segreto svelato dal Sanguanel [7]

Era finalmente giunto il momento di liberare il sanguanel e così fecero, ma mentre correva veloce e giulivo verso il bosco, non appena si vide al sicuro e lontano dagli uomini quanto gli bastava, si girò e gridò con voce canzonatoria: “Amici lo sapete che avrei ancora potuto rivelarvi il segreto del più prezioso dei prodotti del latte?”[8]. Da allora, nonostante il sanguanel sia ricomparso qua e là nelle nostre contrade e nonostante qualcuno abbia avvertito anche in tempi più recenti la sua presenza nelle stalle, dove spesso alle criniere dei cavalli sauri sono state notate piccole trecce, il mistero sulla vera natura di questo essere è rimasto irrisolto.

Racconto tratto dal libro “Gente di Foza”, di Luigi, Gabriele e Rossella Menegatti.


[1] Da cui discende la famiglia Menegatti.

[2] “Piccola valle”, in cimbro.

[3] Questa contrada nel Settecento prese il nome dalla famiglia Peranzan, una delle più antiche di Foza (1676: “Zuanne Horo detto il Peranzan”) e facente parte del colonnello di Gavelle. F. Signori, Foza – Una comunità una storia, Bertoncello Artigrafiche, Cittadella (Pd), 1991, p. 357.

[4] Non molti anni fa, il Cav. Antonio Menegatti Sette, nato a Foza il 25 giugno 1947, ha trovato dei denti d’orso situati appena sotto terra in contrada Chigner a Foza.

[5] Da cui discendono le famiglie Oro e Chiomento. L. Menegatti, Oro di Foza, Grafiche Antiga, Cornuda, (Tv), 2002.

[6] Fate, dal cimbro “faada”. Martello Martalar Umberto, Dizionario della lingua Cimbra dei Sette Comuni Vicentini, un idioma antico non trascurabile componente del quadro linguistico italiano, Istituto di Ricerca “A. Dal Pozzo” di Roana, Tipografia S. Giuseppe – G. Rumor s.r.l, Vicenza, p. 133.

[7] Tutte le vignette sono opera di Francesco Cattani di Creazzo.

[8] Un’antica tradizione di Rivamonte Agordino, nel bellunese, narra di un essere selvatico esperto conoscitore dei segreti nel regno naturale e dal corpo interamente coperto di rami di Licopodio che, il 25 aprile di un anno imprecisato, fu ospitato dagli uomini del villaggio per riparasi da un improvviso e violento temporale. L’Om Salvarek ricambiò l’ospitalità ricevuta con l’insegnamento di tecniche casearie fino ad allora sconosciute agli uomini ed in particolare insegnò loro come filtrare il latte utilizzando i doni della natura tra cui, appunto, il Licopodio, pianta dai locali denominata Kolìn. Ogni 25 aprile l’Uomo Selvatico tornava dagli uomini rinnovando così il patto di amicizia instauratosi tra loro, finché un anno, e poi per sempre, cessò di presentarsi. I valligiani, però, non smisero di festeggiarlo ed ancora oggi una cerimonia popolare, spostata a ferragosto, rievoca questa strana figura che rappresenta l’avvenuta rinascita della natura e la fecondità; si narra infatti che le donne sfiorate dai rami dell’Om avessero figli sani e belli. Questa creatura, dunque, incarna le forze di crescita e di trasformazione, simbolicamente richiamate nella forma conica del copricapo arboreo che spinge verso l’alto le energie della natura.

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