El Barba e el Pastina.

Giacomo Menegatti, detto el Barba, era nato a Foza nel 1906 ed era coscritto e amico inseparabile di Antonio Oro, conosciuto in paese come Pastina. Il Barba era un comunista convinto e durante il periodo fascista si era rifugiato in Francia. Dopo la guerra ritornò in paese e insieme al Pastina formò una coppia di comici che tenne alto il morale del paese posato sui dirupi che si affacciano sulla sponda destra del fiume Brenta.

Giacomo Menegatti, detto “Barba”.

Due personaggi straordinari, spontanei e genuini, che avrebbero fatto la fortuna di qualsiasi impresario di teatro. Il conflitto aveva lasciato nella miseria le genti dell’Altopiano, ma loro non persero mai il sonno per trovare un lavoro. Adoravano il vino e passavano giornate e stagioni nelle osterie di Foza. L’albergo Speranza, il Cacciatore, Il Monte Fior, le Alpi, i Tre Schioppi. La gente li osservava sorridendo, mentre attraversavano la strada per passare da un locale all’altro e verso sera il loro passo diventava pesante ed incerto. Erano entrambi sposati con due sante e pazienti donne che non intralciavano mai i loro programmi e, oltre a badare alla casa, non facevano mai mancare loro pranzo e cena. I due non avrebbero potuto permettersi di mantenere nemmeno un cane, perché la loro banca di riferimento era il banco del bar, e lì non maturavano interessi. In qualsiasi periodo dell’anno avevano qualcosa da festeggiare e non rimanevano mai a corto di pretesti perché, essendo entrambi del 1906, avevano un motivo perennemente valido per brindare alla classe. Al Barba piacevano i comizi politici e ogni tanto, sotto l’effetto del vino, si metteva alla finestra sulla piazza a predicare. Gli sembrava di essere Mussolini sui balconi capitolini ma i suoi discorsi andavano all’opposto di quelli del duce. Parlava di partigiani, di rossi vessilli e della santa madre Russia protettrice dei poveri. La gente lo ascoltava divertita, sebbene le ferite della guerra fossero ancora fresche

Il Pastina era basso di statura, tarchiato nel fisico, e aveva un appetito formidabile; forse fu per questo che visitava spesso il negozio di Tilde Lazzari. La donna era una specie di Calamity Jane, fumava la pipa senza bocchino, gestiva una minuscola bottega, vendeva frutta, paste e dolciumi. Toni era paziente come un monaco e, al momento opportuno, rapido come una faina. Nell’attimo in cui lei si distraeva, ingoiava una pasta intera. La storia si ripeteva più volte e quando il vassoio era vuoto ne pagava una. Forse lei non era così sprovveduta e probabilmente aveva compassione per quell’uomo. Le cose però non gli andarono sempre bene. Una volta la donna dovette assentarsi per qualche minuto e Toni, incaricato di sorvegliare, ne approfittò per mettere sotto la giacca dei bei grappoli d’uva. La padrona rientrò con un amico del Pastina al seguito. Costui aveva visto la scena dall’esterno, salutò con trasporto e abbracciò più volte Toni che cercava di divincolarsi. Le gocce di mosto caddero sul pavimento che si tinse di rosso quanto il volto del protagonista.

Una volta i due, un po’ alticci, si trovavano nell’osteria della Gina Stracca, a Foza. Come la Tilde, anche lei era una donna volitiva e non disdegnava affatto il vino. Per raggiungere i servizi bisognava salire al pianerottolo che stava a metà fra la cucina e la camera. Si trattava solo di una manciata di scalini, ma i due trovarono grosse difficoltà ad arrivare alla meta. La signora si accorse che si erano fermati qualche metro prima, contro la parete, e cominciò a gridare:“ A si sempre inbriaghi e dopo a pissè su pai muri dele scale!”. Il Barba si girò, senza smettere di espletare, e guardandola con sarcasmo rispose: “Tasi ti, che te bevi con la scuela!”.

Oro Antonio “Nobile” con i figli Giuliana, Roberto e Attilio.

Abitavano entrambi nel versante ovest del paese, nelle ultime case che affiancano la strada per Gallio. Il rientro notturno presentava notevoli disagi; quando c’era la neve rincasare diventava un’impresa. I ragazzi di Foza si divertivano a caricarli sulle slitte e poi li tiravano verso casa. D’estate ci pensava l’autista del pullman di linea a dar loro un passaggio ma invece di fermarsi davanti alle loro abitazioni li portava fino a contrada Campanella, che si trova a metà strada fra Foza e Gallio. I due non si accorgevano che il viaggio era un po’ più lungo del solito e si rendevano conto dell’imbroglio una volta scesi. La lunga passeggiata e l’aria buona di montagna consentiva loro di smaltire la sbornia. Una volta arrivato nei pressi di casa sua, il Barba salutava la moglie a modo suo gridando verso l’uscio: “Amabile, adorabile, palpabile! “.

E il giorno dopo erano pronti a ricominciare.

Giacomo menegatti e la moglie Amabile Lunardi
Antonio Oro (Toni Nobile) col nipotino Emanuele

ENZO CAPPOZZO (Tratto dal libro “Personaggi e storie dell’Altopiano”)

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