Scrive Aristide Baragiola nel suo libro “La casa villereccia delle colonie tedesche veneto-tridentine”:

…Avviene spesso che una casa sia abitata da due o più famiglie di pastori. Ne vidi una nella contrada Pubel di Foza, abitata da sei famiglie, le quali nell’anno 1904 svernavano coi loro greggi nei pressi di Padova, cioè a Ponte San Nicolò e Camin. Una casa così caratteristica non poteva sfuggire al mio Kodak e la ritrassi, notando che le accidentalità del suolo non permisero di ritrarne anche il piano terreno. A questa deficienza rimediai con disegno che rappresenta l’intiero prospetto della casa.

Immagine della casa del pastore tratta da un prospetto di Aristide Baragiola.

Il piano terreno consta di un porticato a due arcate, donde si passa in tre grandi ovili. Al piano superiore corrisponde al portico terreno un loggiato a sei colonne e cinque archi, in origine sette. Dal loggiato cui si accede per una porta arcuata colla data del 1676, a mezzo di tre porte si entra in tre cucine separate con focolare senza fumaiuolo e da queste in tre camere da letto. Una scala interna mette ad un camerone che occupa tutto il sottotetto, coperto di paglia. Una volta si entrava nello stanzone direttamente dall’esterno, per quella apertura situata immediatamente sotto il lembo del tetto, la quale era una porta cui si saliva a mezzo di una scala di legno ora demolita. Le finestruole a tramontana sono chiuse da vetri, quelle a mezzodì si chiudono di notte con sportello. A sinistra, attigua alla casa, come si vede nella fotografia, c’è una piccola costruzione rustica di tavole e quasi posticcia. I fienili sono all’aperto e nulla presentano di caratteristico. In questo stanzone dormono quelle persone, uomini o donne, che per mancanza di posto non possono collocarsi nelle camere sottostanti. Se la convivenza nel camerone accenna da qualche tempo a diminuire, sussiste però ancora in parte. Corre anzi la voce che gli sposi novelli di questa grande famiglia di pastori seminomadi, occupino una cameretta del primo piano oppure altra posta in un angolo dello stanzone, chiusa da parete di legno. Gli sposi cedono il loro posto al sopraggiungere di una novella coppia, adattandosi a dormire invece nel camerone con altre persone. Quella stanzetta del camerone, di non vecchia data, le finestrine pure recenti che danno luce allo stanzone, mentre prima quella non gli veniva che dalla porta soppressa, la scala interna in luogo della esterna demolita, segnano, parmi, un certo progresso morale e materiale in quella piccola colonia di poveri pastori. Dico poveri perché essi non sono già i padroni dei greggi che custodiscono, ma le pecore vengono loro affidate dai singoli proprietari con magri compensi. La casa con quel loggiato in stile affatto italiano, malgrado la mancanza di fumaiuoli, ha un discreto aspetto e sulle prime non si direbbe che i suoi abitanti traggano l’esistenza nello stento, quasi nella miseria. La loro vita seminomade deriva da un antico privilegio che già godevano gli abitanti dei Sette Comuni, detto pensionatico, pel quale potevano d’inverno, per ben 7 mesi, pascolare le pecore nella pianura.

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