Antonio Alberti, detto Toni de a Sita.

Andai a trovarlo e mi trovai davanti a un uomo educato e gentile che accolse con gioia l’idea di finire su un libro. Mi raccontò della sua vita, della sua passione per la pittura e per la musica. Quando ritornai a casa sua a portargli il libro “Personaggi e storie dell’altopiano”, e lo aprii per mostrargli il racconto che lo riguardava, si commosse e mi strinse forte la mano.

Toni Chitara

Si chiamava Antonio Alberti, è nato nel marzo del 1925 a Foza; in paese lo chiamavano Toni Chitara. Altezza media e fisico asciutto, di mestiere faceva il muratore ma la sera, quando posava martello e cazzuola, si trasformava in un lord. Sua madre, la Maria Sita, aveva trascorso la gioventù lavorando come cameriera a casa di una famiglia aristocratica, aveva imparato le buone maniere e a parlare in italiano. Oltre al galateo trasmise al figlio anche la passione per l’arte. Toni, infatti, amava suonare la chitarra dipingere. Aveva riempito la soffitta di quadri che mostrava con orgoglio agli ospiti occasionali. Abitava in contrada Ekar di Foza, ad un paio di chilometri dal centro, e si era sposato con Assunta. Dalla loro unione nacquero tre figlie: Mariledy, Evelina e Ivana.Per spostarsi usava una Vespa, poi acquistò una Cinquecento. In paese si comportava come un conte, parlava in italiano e quando incontrava una donna giovane le baciava la mano e la inondava di complimenti. I ragazzi del paese erano affascinati da quell’uomo così diverso dagli altri e andavano a trovarlo. Lui era felice quando aveva ospiti, offriva loro quanto di meglio aveva in casa e li intratteneva con chitarra, gentilezza e simpatia. Se qualcuno chiedeva di vedere le sue opere andava a prendere i quadri in soffitta, ma prima di salire le scale alzava la mano e con tono solenne esclamava:”Mi appresto a salire per poi ridiscendere”.

Gli piaceva il vino e passava spesso a trovare l’amico Bruno, titolare dell’albergo Monte Fior. I due suonavano insieme nelle serate estive. Bruno l’armonica a bocca, Toni lo accompagnava con la chitarra; la gente ballava e si divertiva. Fuori paese si esibiva con altri musicisti: Tiglio del Buso e Bepi Slavo. Egli non si limitava ad eseguire, gli piaceva creare. Scrisse canzoni come “La piccola montanara”, “Autunno ingrato”, “Luna infingarda”, “Va’ cavallo”, “Stretto sentiero” che diventarono i suoi cavalli di battaglia. La musica di questi brani non finì mai sul pentagramma, ma è ancora impressa nella sua mente come i testi. Oltre a quello per la musica sua madre gli aveva insegnato anche l’amore per gli animali e lui li trattava come fossero persone; aveva un cane, qualche gallina e dei conigli. Un giorno Bruno raccolse un cane meticcio, che qualche incosciente aveva abbandonato per strada. Un soggetto vivace e affettuoso, di taglia media, che si aggirava per la piazza. Non aveva difficoltà a nutrirlo con gli avanzi del suo ristorante e per qualche giorno cercò di rendergli la vita meno amara. L’animale accettò volentieri l’ospitalità e, per ricambiare, durante la notte faceva la guardia all’albergo. Era così attento ed efficiente che al minimo rumore sospetto abbaiava per ore, mettendo a dura prova i nervi dei clienti, la pazienza dei proprietari e degli abitanti della piazza. Quel cane aveva bisogno di uno spazio verde lontano dalle automobili e dalle abitazioni, Bruno pensò subito a Toni e glielo propose. Quest’ultimo ne aveva già uno a casa e oppose resistenza ma l’altro sapeva quanto fosse sensibile l’amico. Gli parlò dei pericoli della strada, di solitudine, di fame e alla fine Toni caricò l’animale sulla Cinquecento. Il problema sembrava risolto ma il mattino successivo Bruno rimase di stucco quando vide il cane che passeggiava tranquillamente per la piazza a Foza. Le risposte arrivarono subito dopo a bordo di una Cinquecento. Toni raccontò all’amico di aver portato la bestia a giocare nei prati fino a sera, per stancarlo un po’ e ridurnel’eccessiva esuberanza. Poi l’aveva rinchiusa all’interno della recinzione di casa con un pasto abbondante ed acqua. Evidentemente l’animale, oltre a vitto e alloggio, pretendeva un po’ di compagnia e lo faceva capire con continui latrati. Il nuovo inquilino tacque solamente quando il padrone lo portò in camera da letto, sfidando le ire della moglie. Ma appena la coppia si addormentò l’animale fu assalito dalla noia e scese in cucina. In un angolo, dentro ad un cesto di vimini, una chioccia stava covando le uova; l’avevano portata all’interno dell’abitazione per evitarle brutti incontri con volpi e faine che di notte si aggiravano nei dintorni. Fra le varie correnti di sangue, che scorrevano nelle vene del cane, c’era anche quella venatoria e non ci fu scampo per l’ignaro pennuto, né per le uova che stava covando. Fu un risveglio amaro per il padrone di casa, perché oltre al danno dovette subire una serie di violenti attacchi verbali da parte della moglie. Alla fine del tragico racconto pregò Bruno di riprendersi l’animale perché, secondo lui, quello non era un cane ma una bestia feroce e sanguinaria. I rapporti fra Toni e Bruno subirono un brusco arresto e rimasero interrotti per un paio d’anni a causa di uno scherzo fatto da quest’ultimo all’amico. Nei suoi trascorsi di militare il gestore del Monte Fior aveva sempre fatto il barbiere e nel tempo libero tagliava i capelli alla gente del paese e a qualche cliente del suo locale. Il giorno di ferragosto, di un’estate torrida, invitò l’amico a sedersi all’ombra dei grandi alberi che ornavano la piazza di Foza. Gli disse che i capelli avevano assoluto bisogno di una spuntatina e Toni accettò di buon grado. Non essendoci uno specchio per controllare l’andamento dei lavori, il cliente trascorse quella ventina di minuti a conversare col barbiere. A lavoro finito i due entrarono nel bar dell’albergo e Toni rimase di sasso di fronte alla grande specchiera. Gli era rimasto un solo ciuffo di capelli sulla testa, come un piccolo cespuglio sulla sommità di una collina brulla.

Bruno Omizzolo

Toni aveva uno zio materno che abitava in contrada Ori, si chiamava Giacomo ma era conosciuto come Metti Sito; “Metti” diminutivo di Giacometto e “Sito” il soprannome di famiglia. Era un tipo strano che amava i lavori ad alto coefficiente di difficoltà. Ci fu un periodo in cui si dedicò alla riparazione di sveglie e orologi. Le malelingue del paese dicevano che nel rimontare gli oggetti avanzava sempre qualche pezzo, ma è altrettanto vero che il prodotto finito riprendeva a funzionare. La musica era radicata in famiglia e come il nipote anche lo zio suonava la chitarra. Gli piaceva una ragazza, non si sa con certezza se fosse la sua morosa. Le dedicava romanze e serenate. Lei era molto bella e gli spasimanti facevano la fila. Il sabato sera lui tormentava le corde dello strumento sotto il suo balcone in attesa che l’incantevole principessa si affacciasse. I ragazzi del paese non erano attratti dalla musica ma dal desiderio di infastidire il focoso Metti Sito. Ci riuscivano benissimo, con dei segni inequivocabili dell’indice e del mignolo, a fargli capire che mentre lui suonava, qualche altro stava ballando con la principessa dei suoi sogni. In un paio d’occasioni l’affranto Romeo fece a pezzi la chitarra. Toni Chitara ha vissuto i suoi ultimi anni a Gallio in contrada Leghen, con la figlia, il genero e la nipote.

ENZO CAPPOZZO (Tratto dal libro “Personaggi e storie dell’Altopiano”)

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