Angelo Frison e Gino Gheller, accomunati nella vita e nella morte.

Alla fine del 1944 la situazione bellica della Germania nazista volgeva al peggio. Dopo lo sbarco in Normandia vennero liberate la Francia, il Belgio, l’Olanda e le truppe alleate iniziarono ad entrare nei territori tedeschi, sia da ovest sia da est. Nel frattempo la guerriglia partigiana, divenuta più pressante ed efficace, dava dei duri colpi alle truppe naziste e ai loro alleati repubblichini. I tedeschi iniziarono allora a smantellare parti di industrie per trasferirle nei territori ancora in loro possesso, portarono in Germania vettovagliamenti di ogni genere rubati ai contadini e uomini da impiegare nella produzione, visto che quasi tutti i tedeschi erano impegnati nella Wehrmacht. Furono pertanto svuotate le carceri, i campi di concentramento presenti in Italia ed i prigionieri vennero tradotti nei territori ancora sotto il dominio tedesco. Tra costoro vi erano Angelo Frison dei Frisoni (Enego) e Gino Gheller di Foza.

Frison Angelo Agostino era nato alle ore 10 del 23 luglio 1911 nella casa posta in via Frison n. 11 della contrada Frisoni, territorio di Enego, da Domenico, di anni 26, possidente, e da Dalla Costa Rosa. L’11 gennaio 1936 alle ore 10 si era unito in matrimonio all’età di 24 anni con Gheller Catterina, di anni 22. La cerimonia venne officiata dal curato di Stoner, Don Angelo Costa. Ebbero 5 figli, 4 femmine (Maria, Ida, Angela, Rosina) e un maschio, Renzo.

Gheller Catterina era figlia di Carlo Umberto “Ciorbolo” (figlio di Carlo Antonio Gheller e Anna Frison) e di Gheller Regina e nacque a Foza alle ore 7,20 del 28 giugno 1913 in via Furlani n.9. Fu la levatrice Chiomento Maria a rivelare la nascita alle autorità, in quanto il padre era lontano per lavoro. Al momento del matrimonio Catterina era residente nel territorio di Enego, contrada Frisoni. Aveva due fratelli: Anna Maria, nata alle ore 2,15 del 1909 in via Furlani 47, e Gino, nato alle ore 12 dell’8 luglio 1911 in via Furlani 47. Anche questa volta il padre era lontano da casa, per motivi di lavoro.

Domenico Gheller Ciorbolo con Frison Anna ed i suoi nipotini, i fratelli Gheller Annamaria, Catterina e Gino.

Angelo Frison, detto “il mando”, faceva parte del gruppo di partigiani che operavano soprattutto in Marcesina nel territorio di Grigno, dietro il Col Delle antenne. Già dopo l’armistizio di Cassibile del 3 settembre 1943 e l’8 settembre, quei territori divennero un furioso campo di battaglia. I tedeschi, con un gruppo di repubblichini trentini, si accasermarono presso la scuola elementare dei Lazzaretti, sotto il comando dell’ufficiale Schultz. Il 12 agosto 1944 un decreto di Mussolini impose il lavoro obbligatorio per tutti gli uomini validi dal 14^ al 60^ anno d’età. Tutti i maschi residenti delle classi dal 1894 al 1926 furono chiamati a prendere parte all’organizzazione della Todt che si occupava della realizzazione delle infrastrutture a scopi militari. A Grigno furono innalzate baracche per ospitare gli operai impiegati nella costruzione di fortificazioni, strade e nel ripristino di ponti bombardati. Furono assunti soprattutto ex soldati sbandati a seguito dell’armistizio e tornati in paese. Vennero impiegate anche delle donne per lavori nelle cucine. Ai lavoratori venne assicurato un salario e anche dei viveri. 

Angelo Frison con la figlia Maria poco prima della deportazione

Il lavoro sotto la Todt può distinguersi in due fasi: il periodo dal novembre 1943 all’agosto del 1944 fu caratterizzato dall’arruolamento volontario. Pochi si impiegavano per reale convinzione ma per necessità, perché disoccupati e per dover pensare al sostentamento della famiglia. A metà di agosto del 1944 scattò la precettazione di massa della popolazione dai 16 ai 60 anni per le donne e dai 14 ai 70 per gli uomini. Lo scopo dell’esercito tedesco era quello di realizzare un sistema di fortificazioni in modo da tenere lontani gli alleati dai confini meridionali del Reich. Il 28 ottobre, in occasione del ventennale della “Marcia su Roma”, il governo della Repubblica Sociale Italiana emanò un’amnistia per i renitenti. Con vari provvedimenti si sperava così di reclutare del personale per soddisfare le esigenze tedesche di manodopera. Intanto, il 13 novembre 1944, il comandante in capo delle forze alleate nel Mediterraneo Harold Alexander, in un annuncio pronunciato per radio rivolto agli aderenti alla Resistenza Italiana nell’Italia settentrionale, richiedeva la cessazione di ogni operazione organizzata su vasta scala per attestarsi su posizioni difensive; allo stesso tempo dichiarava sospesa ogni operazione militare alleata per l’inverno 1944/45. Il movimento resistenziale subì pertanto una profonda crisi. Rimanere in montagna e continuare a combattere a costo di enormi sacrifici o smobilitare e inserirsi nella Todt in attesa di tempi migliori? La cosa divenne terreno di scontro tra l’anima inflessibile della Resistenza che voleva continuare a combattere e l’altra più pragmatica che considerava l’inserimento nella Todt il male minore. Si presentarono 72.881 renitenti e sbandati ma si trattò in gran parte di partigiani che, temendo di passare un altro inverno in montagna, si “imboscarono” nella Todt allo scopo di superare l’inverno in attesa di ritornare a combattere.  

Il gruppo di partigiani della zona di Enego, Gallio e Foza, operò in Marcesina, nella Valgadena e nei territori circostanti; il loro accampamento si trovava nel territorio di Grigno dietro il Col delle Antenne. Erano quasi tutti provenienti dalla disastrosa ritirata in Russia, renitenti alla leva obbligatoria della Repubblica sociale Italiana o ai lavori obbligatori per i tedeschi, pochissimi per ideali politici. Sotto la guida di Giulio Vescovi ”Leo”, che aveva organizzato il gruppo, comandante delle Brigate “Fiamme Verdi”, con l’aiuto di Daniele Panozzo “Spiridione”, comandante del gruppo garibaldino di Tresche Conca, di Luigi Cappello “Boia” della formazione ”Della Costa” della Divisione Fiamme verdi “Sette Comuni”, operante sull’altipiano di Asiago e sui monti del Vicentino, il gruppo di partigiani iniziò ad operare nel territorio a nord di Foza ed Enego. Dino Corà “Attila”, di Canove, divenne comandante del gruppo di Enego e commissario delle “Brigate fiamme verdi”.

Giulio Vescovi “Leo”
Dino Corà “Attila”
Luigi Cappello “Boia”

Facevano parte del gruppo Antonio Oro “Presian”, Luigi Marcolongo “Userno”, Angelo Frison “Mando”. I partigiani iniziarono ad operare e a colpire il nemico anche se pochi di numero. Erano all’inizio sette, otto, a cui poi si aggiunsero Marcello Lunardi “Catagno” e il sedicenne Antonio Lunardi “Tonin”, poi preso in un rastrellamento e portato in Germania. In seguito divennero tredici, essendosi aggiunti anche Severino Contri ”Bandito”, la cui compagnia era stata distrutta nel rastrellamento del “Bosco Nero”, Bruno Lazzaretti “Bruno Tommaso”, Angelo Lunardi “Demonio”.

I partigiani Angelo Lunardi, con la pistola, Severino Contri e Bruno Lazzaretti.

Il numero dei partecipanti variava spesso tra nuovi arrivi ed arresti e fucilazioni dei nazifascisti. Tre partigiani infatti, uno di Lessi, frazione di Enego, un trentino ed un altro, non resistendo al freddo intenso, si allontanarono dall’accampamento partigiano per andare a prendere delle coperte a Camporovere, ma furono intercettati dai tedeschi: il partigiano di Lessi fu ucciso negli scontri che seguirono, un altro fu catturato.  I partigiani rimasti si spostavano continuamente, agivano e si nascondevano in Val Cuerta, nella Val Vacchetta, nel “Mazzaril” di Marcesina ecc.

Luigi Marcolongo “Jijo Userno”.

C’era anche chi cercava di sfruttare il momento per spacciarsi da partigiano e vessare la popolazione. Parecchi di costoro furono bastonati dai veri partigiani. Intanto i tedeschi si ritiravano ma furono costretti a farlo attraverso Marcesina, piena di nebbia e con molto freddo e neve, in quanto il ponte di Valgadena era stato fatto saltare e la strada venne interrotta. Mussolini diede allora ordine di scoprire i falsi operari imboscati per sottrarsi alla leva militare. Anche Angelo aveva pensato erroneamente di lavorare nella Todt per poter rimanere accanto alla famiglia, ma fu catturato dai tedeschi come partigiano, grazie alla spiata di un paesano che evidentemente voleva vendicarsi di un torto subito o da uno dei tanti delatori pagati dall’Ovra e rinchiuso nel carcere di S. Biagio a Vicenza, un vecchio convento adibito al nuovo uso.

Stessa sorte subì Gino Gheller, cognato di Angelo e fratello di Catterina. Anche lui venne arrestato in quanto partigiano e rinchiuso nello stesso carcere: non era però un vero e proprio partigiano ma un imboscato alla leva obbligatoria mussoliniana. Purtroppo a causa di delazioni si verificarono vari arresti di partigiani e non.

Gino Gheller era nato alle ore 12 dell’8 luglio 1911 in via Furlani 47, da Carlo Umberto e Gheller Regina. Esercitava la professione di barbiere nel territorio di Enego, forse a Stoner.

Il 21 dicembre 1944 entrambi furono prelevati dal carcere di S. Biagio e portati nel lager di Bolzano. Questo era un campo allocato nel quartiere di Gries-San Quirino attivo dall’estate del 1944 fino alla fine della guerra. Prima di questa data, già dal 1942, era un lager fascista per prigionieri di guerra alleati.

Gino Gheller

Il 21 dicembre 1944 alle prime ore del mattino furono prelevati dal carcere di S.Biagio 22 prigionieri antifascisti a cui vennero aggiunti altri 38 provenienti dal carcere di Padova e trasferiti nel lager di Bolzano, come luogo di passaggio prima del grande salto verso l’inferno di Mauthausen. Col trasporto n.115, partito l’8 febbraio 1945, furono trasferiti a Gusen. Questo era uno dei 49 sottocampi satelliti sparsi in tutta l’Austria attorno al campo madre Mauthausen.

Gusen

I deportati erano in primo luogo registrati ed immatricolati, poi inviati nei blocchi di quarantena, infine “selezionati” e inviati al lavoro forzato nel campo principale o in uno dei sottocampi dipendenti. In quei campi si attuava lo sterminio attraverso il lavoro forzato nella vicina cava di granito e la consunzione per denutrizione e stenti. Erano presenti anche alcune piccole camere a gas.

Il lager di Mauthausen fu raggiunto dalle avanguardie della 3^ armata americana il sabato del 5 maggio 1945. Fu l’ultimo dei principali campi nazisti ad essere liberato. Le truppe del generale Patton, entrando a Mauthausen, trovarono cataste di morti e 16000 deportati vivi, dei quali circa 3000 morirono di stenti subito dopo la liberazione; altre migliaia morirono invece dopo alcuni mesi, nonostante le cure.

Mauthausen

Frison Angelo classe 1911 di Enego, minatore, matricola 115510_8878 (per i nazisti gli uomini erano numeri) morì il 27/3/1945 e Gheller Gino morì  il 22/3/1945, due cognati accomunati nella vita e nella morte. Dei 22 vicentini prelevati dal carcere di Vicenza e portati a Mauthausen, solo 4 riuscirono a sopravvivere. Storie da non dimenticare perché non accadano più.

Carmelo Consoli

Foto del 1917. Anna Frison con i nipoti Gino, Anna Maria e Catterina Gheller. Gino verrà deportato nel Lager di Gusen e non farà più ritorno.

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3 risposte

  1. Bello sapere di queste notizie. Mia madre ( Martini Adele ) raccontava : in quegli anni era sempre molto preoccupata per o suoi fratelli che erano partigiani sui colli,e ogni qual,volti sentiva sparatorie o rastrellamenti era in ansia.,e andava a vedere e sapere dell,evento. A volte porto loro del cibo quando scendevano verso il pubel, e si nascondevano nelle caverne della zona.

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